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Daredevil, la recensione dei primi tre episodi

Di Lorenzo Pedrazzi

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Daredevil, primo frutto della collaborazione tra Marvel Studios e Netflix, è finalmente disponibile, e il risultato è persino superiore alle aspettative: ecco cosa ci aspetta nei primi tre episodi!

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER.

Matt Murdock (Charlie Cox) è un giovane avvocato che ha perso la vista da bambino, quando fu investito da un carico di liquame radioattivo dopo aver salvato un anziano da un incidente stradale. Ora, nel suo quartiere di Hell’s Kitchen, Matt ha aperto uno studio legale con l’amico Foggy Nelson (Elden Henson), e i due soci sono alla ricerca del loro primo cliente.
Matt, però, ha una doppia vita: di notte combatte il crimine nascosto da una tuta e da una maschera nera, sfruttando gli incredibili ipersensi che ha ricevuto in “dono” dopo l’incidente con il liquame radioattivo. Grazie a essi, è in grado di percepire il mondo circostante con un’accuratezza persino maggiore. Lo spirito combattivo lo ha invece ereditato da suo padre Battlin’ Jack Murdock, pugile professionista che fu ucciso dalla mala dopo aver rifiutato di andare al tappeto contro Carl “Crusher” Creel, vincendo l’incontro per versare tutto il ricavato sul conto di Matt.
Lui e Foggy si ritrovano il primo caso fra le mani quando Karen Page (Deborah Ann Woll), giovane impiegata della United Allied Construction, viene accusata di aver ucciso un suo collega, e poi sfiora la morte a sua volta quando una guardia tenta di strangolarla. Karen racconta di aver sottratto un file che dimostra un grande afflusso ingiustificato di denaro nelle tasche di un suo capo, e una potente organizzazione criminale – i cui interessi sono rappresentati dal tuttofare Wesley (Toby Moore) e dal consulente finanziario Leland Owlsley (Bob Gunton) – vuole la sua testa. Matt, mascherato, salva Karen da un sicario, e poi lo consegna al New York Bulletin insieme al file sopracitato. Ora che la faccenda è stata resa pubblica, Karen è salva, e Matt la assume come segretaria dello studio legale.
In seguito, Matt rischia la morte per salvare un bambino rapito dalla malavita russa, ma l’infermiera notturna Claire Temple (Rosario Dawson) lo trova riverso in un cassonetto, lo cura e mantiene il suo segreto. Dopo aver interrogato (e quasi ucciso) uno dei russi, Matt scopre la posizione del bambino, irrompe nel covo, mette al tappeto tutti gli avversari e porta in salvo il piccolo.
Ormai notati da Wesley e dal misterioso uomo che rappresenta, Matt e Foggy vengono ingaggiati per difendere John Healy, che ha ucciso un mafioso di nome Prohaszka dentro una sala da bowling. Tecnicamente è stata legittima difesa (le guardie del corpo del mafioso lo hanno aggredito per prime), ma Healy è in realtà un sicario dell’organizzazione per cui lavora Wesley, e si trovava lì proprio per eliminare Prohaszka. Matt accetta, perché vuole capire meglio come stiano le cose, e intuisce che c’è un collegamento con la vicenda di Karen. Ascoltando il battito cardiaco di una giurata, Matt scopre che viene ricattata dall’organizzazione, e che il processo è stato truccato per assolvere Healy, cosa che effettivamente avviene. Il giovane avvocato indossa la sua maschera e attacca Healy: dopo un duro combattimento, riesce a fargli confessare il nome dell’uomo che c’è dietro a tutto questo, un certo Wilson Fisk (Vincent D’Onofrio). Terrorizzato per aver fatto il suo nome, Healy si suicida. Intanto, Karen si rivolge a Ben Urich (Vondie Curtis-Hall), cronista del Bulletin, per raccontargli tutta la storia della United Allied.
Alla fine, vediamo Fisk a una mostra d’arte, dove si ferma a fissare un dipinto composto da varie gradazioni di bianco. «Ciò che conta è come ti fa sentire» gli dice la curatrice Vanessa Marianna (Ayelet Zurer). «Mi fa sentire solo» risponde lui.

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True Daredevil
A giudicare dai primi tre episodi di Daredevil, ci troviamo di fronte a un nuovo termine di paragone per i cine/telecomic: ogni altro show supereroistico sarà costretto a misurarsi con questo primo frutto della collaborazione tra Marvel e Netflix, faticando intensamente per reggere il confronto. La serie di Drew Goddard (che conserva la carica di creatore e produttore esecutivo) e Steven S. DeKnight (lo showrunner) non ha eguali sul panorama televisivo, poiché cambia radicalmente le regole del gioco, adottando strategie visive e narrative che non hanno nulla in comune con Agents of S.H.I.E.L.D., Arrow o The Flash, giusto per citare gli attuali esponenti dello stesso “genere”. Daredevil non solo si distingue dagli show sopracitati, ma li fa sembrare una massa di prodotti semplicistici e naïf (sì, persino The Flash, che pure si conferma una serie riuscitissima).

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La differenza risiede in primo luogo nel materiale originario: a partire dagli anni Ottanta, quando Frank Miller ne ha rinnovato l’immagine con il suo celeberrimo ciclo di storie, Daredevil si è affermato come uno dei personaggi più “maturi” della Marvel, e le sue avventure superomistiche sono costantemente sottoposte ai drammi della sua vita privata, anzi, assumono quasi un ruolo secondario rispetto alle vicende di Matt Murdock, o comunque vivono in simbiosi con esse. Goddard e DeKnight hanno attinto a questo immaginario cartaceo per sperimentare una serie cupa e hard boiled, con tracce di dramma giudiziario e sociale, che sicuramente volge lo sguardo alla tradizione del western metropolitano e del thriller, più che al retaggio dei supereroi (DeKnight ha citato spesso Taxi Driver e Il braccio violento della legge come fonti d’ispirazione: due modelli inarrivabili che forse non è il caso di scomodare, ma non c’è dubbio che Daredevil abbia una certa affinità con le atmosfere criminose e la ruvidezza dei loro tessuti urbani). In tal senso, Daredevil fa con il genere supereroistico ciò che True Detective ha fatto con quello investigativo: lo eleva a una maggiore finezza dialogica, narrativa e formale, impiegando soluzioni di regia e fotografia dal taglio cinematografico. Si veda, ad esempio, lo splendido piano sequenza che chiude il secondo episodio (la versione completa è ancora più lunga, ma il filmato sottostante rende bene l’idea):

Oppure la ricercatezza dei titoli di testa, dove le architetture di New York e Hell’s Kitchen prendono forma attraverso una colata di sangue:

E proprio il sangue è l’emblema di questo nuovo “corso” dei Marvel Studios, solitamente orientati verso prodotti più ironici ed eterei. Avvantaggiato dalla maggiore libertà di Netflix, Daredevil è quasi R rated, poiché caratterizzato da scene d’azione brutali, sanguinose, dove il peso e la matericità dei corpi sono realmente percepibili. Ma non è uno show che vive a rimorchio dell’azione, tutt’altro. Prendiamo il terzo episodio: la trama è costruita come un legal drama, e Murdock indossa il costume solo in due occasioni, peraltro abbastanza limitate o relegate alla fine. Ciò che conta è la linea sottile che separa l’uomo dal vigilante, la difesa diurna della legge (come avvocato) e la sua trasgressione notturna per farla rispettare (come giustiziere). Matt passeggia pericolosamente in bilico su questo confine, lasciando trasparire un’ambiguità che si divide tra impulsi reazionari (Daredevil confessa di provare piacere nel brutalizzare i criminali) e grandi prove di empatia: il desiderio sincero di proteggere gli innocenti passa dall’accentramento della giustizia in un solo uomo, proprio come nelle storie di Miller.

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Questi primi tre episodi hanno inoltre il merito di costruire gradualmente l’incontro con Kingpin, spettro minaccioso che si mostra soltanto alla fine della terza puntata, quando Matt scopre il suo nome. Al contempo, il sapiente utilizzo dei flashback dipinge uno sfondo emotivo e psicologico che fa da supporto alle vicende narrate, giustificando il comportamento e le reazioni del protagonista nel presente: la genesi di Daredevil si svela pian piano, riavvolgendo il nastro temporale fino a prima dell’incidente, o subito dopo, a seconda delle occasioni. C’è però spazio anche per i comprimari, soprattutto Karen Page, che si merita la dignità di personaggio autonomo e completo, in grado di agire per conto proprio e seguire una sua indagine personale (ma anche di lasciarsi andare all’euforia, come dimostra la nottata di bevute tra lei e Foggy nel secondo episodio). Al contrario di altri show fumettistici contemporanei (in particolare Gotham), l’intreccio dei personaggi risulta molto credibile, mentre la presenza di un universo narrativo più vasto non grava affatto sul contesto, ma presta il fianco a citazioni e riferimenti quasi subliminali.

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L’andamento solenne, l’approccio quasi meditativo e la fotografia elegantissima (che caratterizza ogni inquadratura con una specifica scelta cromatico-luministica) fanno di Daredevil una serie imperdibile, che potrebbe affermarsi come una delle migliori trasposizioni supereroistiche live-action in assoluto, non solo in ambito televisivo.

La citazione: «Mia nonna era la vera cattolica. Timorata di Dio, all’antica. Le sarebbe piaciuta. Diceva sempre di stare attenti ai Murdock, perché hanno il diavolo dentro.»

Ho apprezzato: la cupa solennità della serie; l’interpretazione di Charlie Cox; l’eleganza della regia e della fotografia; la qualità dei dialoghi; l’attenzione riservata ai comprimari; l’impiego dei flashback; il piano sequenza alla fine del secondo episodio.

Non ho apprezzato: scherziamo?

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di Daredevil sul nostro Episode39 a questo LINK.

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