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Cobain: Montage of Heck – L’intervista esclusiva di ScreenWEEK a Brett Morgen

Di laura.c

Montage of Heck

Un nome che non ha bisogno di presentazioni, che evoca subito gli anni ’90, gli sgoccioli di un’epoca in cui rock cominciava a non fare più rima con dannazione e in cui, da MTV, un fenomeno underground come la musica grunge poteva diventare un’onda capace di travolgere masse informi di adolescenti a livello globale. Il nome è quello di Kurt Cobain, forse una delle ultime icone musicali (alternative) dei nostri tempi e quella cui di sicuro è più legata quella generazione cresciuta dopo la caduta del Muro, che insieme al regime sovietico fece crollare anche le ultime difese culturali contro la dittatura del pop.  Alla sua memoria e ai lati più nascosti della sua biografia è dedicato Cobain: Montage of Heck: il primo, e forse l’ultimo, documentario autorizzato dalla figlia del musicista, Frances Bean Cobain, che lo ha affidato insieme a tutti i diari, gli appunti privati e i materiali lasciati dal padre al regista Brett Morgen, già autore del film sui Rolling Stones Crossfire Hurricane. A differenza del precedente, tuttavia, questo è un lavoro più intimo, che punta a sviscerare l’essenza tormentata dell’uomo, anzi del ragazzo, dietro al cantante capace di infiammare intere folle di fan impazziti. Disegni, accordi, parole e confessioni perfino registrate che dipingono, se non il quadro, almeno la graphic novel di un adolescente diventato artista per necessità quasi di sopravvivenza, ma poi sopraffatto proprio da quella estrema sensibilità alla base della grandezza della sua musica.

ScreenWEEK ha incontrato e intervistato per voi Brett Morgen, autore di un lavoro mastodontico, durato anni, con l’ambizione esplicita di essere tra i più completi e tra i più “innamorati” del musicista-simbolo della sua generazione. Quella delle musicassette. Quella che pensava di profumare di rivoluzione ma puzzava di teen spirit, mentre andava irrequieta ma viziata verso un nuovo millennio e un nuovo mondo, molto diverso da quello celebrato dal pop e dall’ingiustificato ottimismo propagandato con la caduta della Cortina di Ferro.

Brett Morgen Cobain

Brett Morgen, lei ha già diretto un documentario su una band di culto come i Rolling Stones, protagonisti di Crossfire Hurricane. Questo nuovo lavoro sembra però nascere da un tipo di spinta molto diversa.

Sì, finora mi è capitato di occuparmi fondamentalmente di un unico genere di personaggi: maschi, bianchi e di circa 70 anni, nati tra gli anni ’30 e ’40 e raggiunti dal loro picco di fama negli anni ’60-’70. Io però ho la stessa età di Kurt, questo film mi ha dato l’opportunità di raccontare una storia che appartiene alla nostra generazione. Da sempre il mio obiettivo è trovare l’universalità di ciò che racconto, ciò in cui è possibile identificarsi, anche quando si è trattato di icone come Mick Jagger o Robert Evans. In questo caso trovarlo non è stato difficile, anzi, l’intera operazione si basa solo su questo. Più cose scoprivo sulla vita di Kurt Cobain, più ne scoprivo anche su me stesso.

Cosa rappresentava Kurt Cobain per lei prima di fare il documentario e cosa rappresenta invece adesso?

Era prima di tutto un fatto culturale. Sono diventato adolescente nell’America degli anni ’80, un periodo tremendo segnato da 12 anni di amministrazione Regan e Bush. La musica pop era una roba di plastica, totalmente finta, che nessuno di noi si sognava di ascoltare. Quello che sentivamo era l’underground, come i Black Flag. I gruppi che seguivo a Los Angeles, tra l’altro, erano più o meno gli stessi che giravano da Kurt a Washington. Avevamo gli stessi riferimenti musicali nonostante venissimo da contesti socioeconomici completamente diversi, mentre la nostra situazione familiare era piuttosto simile: anche i miei si sono separati quando avevo 9 anni e penso di aver provato il suo stesso senso di abbandono. E ovviamente ho visto i Nirvana suonare dal vivo, due volte, durante i tour promozionali di Bleach e In Utero. Mi piacevano molto perché quando sono emersi hanno rappresentato un vero e proprio stravolgimento dal punto di vista culturale. Ci sentivamo come se avessimo “vinto la guerra”, finalmente potevamo accendere la radio e sentire qualcosa che ci piaceva, o vedere in tv qualcuno che ci somigliava davvero. Come musicisti erano grandi ma non erano gli unici che ascoltavo, mi piacevano un sacco di band, non avrei pensato di fare un film su di loro. Quando sono stato contattato dai familiari per questo film, 12 anni più tardi, posso assicurarvi che i Nirvana non erano tra i miei progetti, tanto che all’inizio, stiamo parlando ormai del 2006, non sapevo nemmeno come impostarlo. Mentre ci stavo lavorando però sono successe un po’ di cose fondamentali: ho cominciato a costruire la mia famiglia, sono diventato padre di tre bambini e questo ha condizionato molto le scelte artistiche dell’opera. Il documentario è stato realizzato volutamente dalla prospettiva di un genitore, che ha visto nell’esperienza del Kurt figlio, prima, e del Kurt padre, poi, qualcosa di profondamente sincero e toccante. Qualcosa che voleva dire di più del grunge, di Seattle, degli stessi Nirvana. È un piano su cui davvero tutti si possono identificare. Il rapporto conflittuale con la famiglia, ad esempio, ha avuto senz’altro un ruolo nella sua carriera ma è una parte della sua vita che potrebbe appartenere a chiunque. C’è un momento, un video in cui Kurt tiene in braccio la piccola Fran, sua figlia, mentre Courtney le taglia i capelli. Beh quel momento ti spezza il cuore perché si vede tutto l’amore che prova per quella bambina, ma allo stesso tempo come una parte di lui stia sprofondando verso il baratro. Penso che fosse importante che Frances lo vedesse, che percepisse chiaramente tutto quell’affetto paterno.

Cobain

Questo è il primo lavoro che viene ufficialmente autorizzato dalla figlia di Kurt Cobain. Come mai non compare mai, da adulta, nel film?

Semplicemente perché non ha alcun ricordo diretto del padre. Tutte quelle che abbiamo raccolto per il documentario sono testimonianze in prima persona di chi era vicino a Kurt Cobain: i genitori, i fratelli, il bassista Krist Novoselic, Courtney Love, l’ex-fidanzata Tracy Marander. Non Dave Grohl perché ha dato troppo tardi la disponibilità a realizzare l’intervista. Frances, al contrario di loro, non ha quei ricordi, non ha mai avuto la possibilità di conoscere suo padre.

Non mi sorprende che abbia scelto “Montage of Heck” come titolo del film, in fondo il montaggio è parte integrante del suo approccio al filmmaking.

Sì lo è. Come si spiega nel film, Montage of Heck di base è il nome di un mixtape realizzato in casa da Kurt, con stralci di audio misti alla sua voce e ai suoi racconti, ovviamente molto prima che i Nirvana fossero un successo mondiale. Ho avuto difficoltà a imporlo come titolo del documentario, i distributori temevano non si capisse all’estero, ma volendo la traduzione sarebbe perfetta. Il montaggio sono immagini, “heck” è un altro modo per chiamare l’inferno quindi “Immagini dall’Inferno” sarebbe stato comunque molto calzante. Personalmente, per me il montaggio è praticamente sinonimo di cinema.

cobain montage of heck

Anche l’animazione ha un ruolo molto importante in questo film. Addirittura ce ne sono vari tipi, da quella realizzata a partire dagli schizzi Cobain alle parti fatte proprio come un cartoon. Le è mai balenata l’idea di realizzare un film interamente in animazione senza le classiche interviste ai testimoni?

No, anche se in effetti ce n’è una bella quantità in questo film. Mi interessa comunque molto come mezzo espressivo, anzi penso sia stata di grande aiuto soprattutto per le ricostruzioni delle parti della vita di Kurt di cui non c’erano filmati, perché sono solo raccontate da lui nei diari e nelle registrazioni audio. In un certo senso comunque, è un film d’animazione, perché si basa moltissimo sulla rielaborazione grafica di documenti e immagini.

In altre occasioni ha spiegato di aver lavorato soprattutto su fotografie fatte ai diari e agli appunti di Cobain. Nel film invece sembra che abbia passato molto più tempo su quei materiali, come se avesse fatto una vera e propria immersione.

In realtà penso di aver avuto tutto il tempo che mi serviva. In questo film non ho avuto solo il final cut ma tutto l’appoggio possibile sia dalla famiglia che dallo studio. Nessuno ha fatto pressioni di alcun genere, è stato proprio il lavoro ideale. L’unica parte non ideale è stata la fine: l’ultimo giorno di post produzione ho avuto proprio un crollo emotivo, e non tanto perché era la parte del film in cui si arriva alla morte di Kurt, ma perché mi sono reso conto che dopo aver passato anni e anni a lavorare ogni giorno con Cobain, non lo avrei potuto più fare. E che avrei dovuto cominciare a distaccarmi da lui. Questa è stata la parte più difficile e ancora oggi se ci penso non è facile da reggere.

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Cobain: Montage of Heck sarà distribuito nelle quale evento nelle sale italiane il 28 e il 29 aprile da Universal Pictures International Italy.

Da No Time to Die a Ghostbusters, ecco le nuove date dei film 2021 (in costante aggiornamento)

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