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Top 10 – Le migliori serie tv del 2014 secondo ScreenWEEK #SWTop10

Di Lorenzo Pedrazzi

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Se volessimo rintracciare un filo conduttore che unisca l’intero panorama seriale del 2014, potremmo dire che questi dodici mesi abbiano sancito la definitiva affermazione di un formato specifico: quello della miniserie o limited series, per usare il gergo dei network americani. La miniserie, infatti, permette di concentrare il racconto in un numero esiguo di puntate (generalmente fra 8 e 13), che garantiscono una maggior compattezza della trama, semplificando al contempo la continuità narrativa e, per ovvie ragioni, limitando le spese di produzione. Non c’è quindi da stupirsi che la Top 10 di quest’anno sia composta quasi interamente da miniserie, poiché tale formula ha aiutato molti sceneggiatori a focalizzare meglio il nucleo dell’intreccio, spesso adottando tecniche ed espedienti mutuati dalla narrazione cinematografica (ma con i vantaggi della serialità).

Nel compilare la seguente classifica, ho scelto di privilegiare quei prodotti che abbiano saputo offrire qualcosa di nuovo, e per questa ragione troverete molte serie “neonate”. C’è però spazio anche per alcuni ritorni eccellenti.

Ma è il momento di cominciare: siete pronti? Via!

10The Flash (The CW)

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La presenza di The Flash in questa classifica può sembrare sin troppo generosa, ma non è così: le avventure del Velocista Scarlatto, in un periodo di grande successo per i cinecomic, hanno saputo cogliere lo spirito della Silver Age e riprodurlo in uno show spettacolare, divertente e ricco di mistero, dove il percorso formativo del protagonista (l’efficace Grant Gustin) oscilla continuamente tra supereroismo ed emotività, azione e intimismo. Gli easter egg disseminati un po’ ovunque stuzzicano l’attenzione dei fan e occhieggiano a un universo sempre più condiviso, ma la serie ha soprattutto il merito di evitare ogni pretesa di “verosimiglianza” (al contrario del suo show gemello, Arrow), e quindi anche le trappole del disincanto.

9The Knick (Cinemax)

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Steven Soderbergh abbandona il cinema e si concentra sulla televisione, con risultati decisamente apprezzabili: The Knick non è soltanto un dramma ospedaliero, ma un ritratto storico-sociale che – all’inizio del Novecento, fra le pareti del Knickerbocker Hospital di New York – illumina i coni d’ombra della medicina moderna, raccontando le pionieristiche sperimentazioni del Dr. John W. Thackery (Clive Owen) nel campo della chirurgia, coadiuvato dai suoi assistenti. I valori produttivi di livello hollywoodiano impreziosiscono il quadro di una serie tanto cruda (nell’attenzione minuziosa per i dettagli fisiologici delle operazioni chirurgiche) quanto raffinata (soprattutto sul piano scenografico e fotografico).

8The Leftovers (HBO)

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Amato e odiato in egual misura, The Leftovers ha sancito il ritorno di Damon Lindelof sul piccolo schermo dopo il successo mondiale di Lost, suscitando un’accoglienza altrettanto controversa. Anche qui c’è un mistero da svelare: il 2% della popolazione mondiale è sparito nel nulla, e i “lasciati indietro” del titolo devono affrontarne le conseguenze. Qualunque sia la spiegazione, l’intreccio della serie si fa metafora di un lutto che frantuma e divide, quasi impossibile da elaborare perché radicato in profondità, sia interiormente sia esteriormente. L’enigma in sé, seppur intrigante e ben percepibile, non è importante quanto la condizione emotiva dei personaggi, ma la serie sceglie comunque di muoversi dietro a un velo criptico e onirico, evitando i didascalismi e agendo per suggestione. Inoltre, è un raro caso di show televisivo che ha il coraggio di raccontare eventi, circostanze o incontri apparentemente casuali, avulsi dal contesto narrativo, eppure utili a definire lo smarrimento dei protagonisti.

7Silicon Valley (HBO)

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Nuova creatura di Mike Judge (autore di Beavis & Butthead), Silicon Valley è il figlio legittimo dei nostri tempi, una sit-com che volge il suo sguardo caustico sul mondo delle start up e sulle follie della Bay Area, popolata da bizzarri magnati dell’informatica, nerd antisociali e piccoli geni nevrastenici. La storia di Richard, brillante programmatore che inventa un sistema di compressione rivoluzionario e fonda una società tutta sua, diventa una satira pungente sull’universo dei geek, ormai macchiati dal peccato originale: hanno abbandonato il vecchio ruolo di outsider per assumere posizioni di potere, imponendosi come il nuovo volto delle istituzioni economiche, commerciali e tecnologiche… insomma, sono diventati mainstream. Silicon Valley parodizza le loro ambizioni e le loro manie compulsive, immergendole in un conteso cinico, spietato e ansiogeno, dove i toni pacati e surreali della commedia sortiscono un piacevolissimo effetto straniante.

6Penny Dreadful (Showtime)

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John Logan, noto sceneggiatore cinematografico, ha ideato la serie fantasy più raffinata del 2014, peraltro scrivendone tutti gli otto episodi: Penny Dreadful è uno show che unisce intelligentemente i registri del feuilleton e dell’alta letteratura, trattandoli con pari dignità e passione. Alcuni celebri personaggi dell’immaginario ottocentesco – Frankenstein, Dorian Gray, Mina Murray, Dracula – si ritrovano a vivere nel medesimo contesto della Londra Vittoriana, gravati da una profonda alienazione che ostacola il perseguimento dei loro obiettivi sociali, sentimentali e professionali. Logan ne celebrà l’eccezionalità in un ambiente soffocante e conformista, costruendo una trama apocalittica che, però, passa in secondo piano rispetto allo sviluppo delle psicologie o al lirismo di alcuni passaggi, sia verbali (i protagonisti amano l’astrazione poetica e la speculazione filosofica) sia visivi (merito soprattutto di Juan Antonio Bayona, regista del primo episodio: memorabile la sequenza finale). Il carisma di Josh Hatnett, Eva Green e Timothy Dalton fa il resto.

5Halt and Catch Fire (AMC)

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L’alba del personal computer e dell’informatica “per tutti”, ai primordi dell’era digitale: Halt and Catch Fire ci porta negli anni Ottanta – ricostruiti con gran classe e fedeltà, senza stereotipi – per raccontarci come tutto è cominciato nel clima pragmatico della “Silicon Prairie”, in Texas, culla di intuizioni geniali e aspre lotte intestine. La storia ruota attorno a tre talenti visionari – Joe (Lee Pace), Gordon (Scoot McNairy) e Cameron (Mackenzie Davis) – che sognano di rinnovare il concetto di “personal computer” e sfidano il monopolio della IBM, mentre si barcamenano tra conflitti personali e professionali. Nel farlo, si immergono in un’avventura pionieristica che indaga sulle origini della rivoluzione telematica.

4Game of Thrones (HBO)

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Giunta alla quarta stagione, Game of Thrones non smette di appassionare, scioccare e divertire. Le sceneggiature dei vari episodi si lasciano apprezzare per la consueta arguzia dei dialoghi e per l’efficace gestione alternata dei numerosi personaggi, conferendo ritmo e omogeneità a un racconto sempre più vasto, multiforme e sfaccettato. Fra interpretazioni carismatiche (Peter Dinklage su tutti) e ottimi valori produttivi, lo spettacolo è di altissima qualità, e non manca di sorprendere il pubblico con una combinazione di decessi eccellenti e scene alquanto crude (sì, mi riferisco al duello tra Oberyn e la Montagna). Memorabile, poi, l’assalto al Castello Nero del nono episodio, diretto con grande abilità dal regista Neil Marshall: forse la puntata più ricca d’azione di tutta la serie.

3Masters of Sex (Showtime)
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L’eleganza e il fascino di Masters of Sex trovano conferma anche in questa seconda stagione, che approfondisce gli studi sulla sessualità di William Masters (Michael Sheen) e Virginia Johnson (Lizzy Caplan) mentre allarga il suo orizzonte storico sui conflitti sociali degli anni Cinquanta e Sessanta, toccando i temi dell’omosessualità, della discriminazione maschilista e del razzismo. Oltre alla bravura dei protagonisti e alla consueta perizia nella ricostruzione d’epoca, Masters of Sex si fa notare per l’attenzione riservata alla prossemica, alla mimica facciale e al dialogo tra i corpi, talvolta più espressivi delle parole stesse: approccio doveroso e inevitabile, in uno show che affronta la carnalità nelle sue implicazioni fisiologiche, emotive e psicologiche. Ciò che ne risulta, di conseguenza, è una raffinata indagine sul ruolo del sesso nella vita quotidiana e nei rapporti interpersonali, oltre che un’intelligente celebrazione del pensiero femminile, avanguardia del cambiamento.

2Fargo (FX)

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Molti storsero il naso di fronte all’idea che il film dei fratelli Coen ricevesse un adattamento televisivo, ma Fargo si è rivelato uno show autonomo e brillante, ispirato al cinema dei due celebri registi (che peraltro svolgono il ruolo di produttori esecutivi) solo in materia di atmosfere, contesto narrativo e umorismo macabro. Tanto basta, però, per imprimere alla serie un fascino magnetico e surreale, dove gli splendidi Martin Freeman e Billy Bob Thornton si muovono con la disinvoltura dei grandi attori, interpretando rispettivamente il mite assicuratore Lester Nygaard e il bizzarro killer Lorne Malvo. Satirico e tagliente: lo show sfrutta il sarcasmo per smontare i luoghi comuni della comunicazione quotidiana, e si concentra sulle tentazioni maligne che albergano dietro i paraventi del conformismo sociale. Si tratta di una serie antologica, dunque ogni stagione racconterà una storia autoconclusiva.

1True Detective (HBO)

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La prima posizione spetta a True Detective, e non poteva essere altrimenti: la serie di Nic Pizzolatto ha emancipato il linguaggio televisivo attraverso l’adozione di tecniche e virtuosismi cinematografici, che il regista Cary Joji Fukunaga ha saputo esprimere al meglio in alcune scene memorabili come il famoso piano sequenza del quarto episodio. Ma, al di là dell’atmosfera opprimente e degli indubbi pregi fotografici, True Detective è un raro caso di thriller che assume connotazioni metafisiche, figlio legittimo di William Friedkin, Michael Mann, Jonathan Demme e altri registi che hanno saputo sfruttare i generi per esplorare le radici del male. Le esternazioni nichiliste e antinataliste di Rust Cohle (uno straordinario Matthew McConaughey, il volto scavato dal dolore) si amalgamano ai paesaggi desolanti della Lousiana, e innescano i contrasti con il partner Marty Hart (Woody Harrelson), generando una dinamica di opposizione che tradisce – epilogo escluso – la ben nota solidarietà virile dei buddy cop americani. Ormai, ogni serie investigativa (e non solo) è costretta confrontarsi con lo show di Pizzolatto, la cui unicità resta però fuori discussione.

Questo è tutto, ma fateci sapere nei commenti quali sono state le vostre serie tv preferite del 2014! Buone feste a tutti!

Cinema chiusi fino al 3 dicembre, QUI gli ultimi aggiornamenti.

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