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I migliori film del 2014 secondo ScreenWEEK – La Top 10 di Lorenzo #SWTop10

I migliori film del 2014 secondo ScreenWEEK – La Top 10 di Lorenzo #SWTop10

Di Lorenzo Pedrazzi

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Ultimo giorno dell’anno, e anche ultima Top 10 dei redattori di ScreenWeek.it: la mia. Questa classifica, come quelle di Leotruman, Filippo, Valentina, Marlen e Laura, attinge al bacino dei film che sono usciti nelle sale italiane durante il 2014, quindi mi trovo costretto a escludere alcune opere inedite come The Babadook e Burying the Ex, che ho davvero apprezzato per la loro capacità di rileggere i codici dell’horror attraverso l’introspezione o la contaminazione, con modalità e sguardi molto diversi.

Prima di partire con la Top 10 vera e propria, vorrei citare alcune menzioni speciali, dedicate a vari film che sarebbero certamente rientrati in un’ipotetica “top 15” o “top 20”: The Grand Budapest Hotel, The LEGO Movie, Si alza il vento, The Congress e Mud (quest’ultimo escluso a malincuore… più che altro perché, essendo un film del 2012, mi pareva un po’ forzato inserirlo in una classifica dedicata al 2014).

Una menzione se la merita anche Adieu au langage di Godard, film complesso, persino esasperante, ma capace di sfidare i meccanismi della visione come pochissime altre opere uscite in sala quest’anno (anzi, forse nessuna).

10 – THE BOXTROLLS di Graham Annable e Anthony Stacchi

Boxtrolls Le Scatole Magiche Poster Italia 02

Al suo terzo film, lo Studio Laika centra un altro gioiellino animato: The Boxtrolls è una splendida fiaba immaginifica (e un po’ macabra) che si rivolge davvero a tutti, indipendentemente dall’età, con sfumature di critica sociale arricchite da deliziose punte satiriche, e un finale catartico che celebra il riscatto degli emarginati. Sfavillante sul piano visivo, ricco di dettagli che sfiorano l’ossessione, si giova inoltre di uno stop motion estremamente raffinato, oltre che di un character design efficacissimo.

9 – MAPS TO THE STARS di David Cronenberg

Maps to the Stars Robert Pattinson Foto Dal Film 01

Il ritorno di David Cronenberg è una soap opera dell’orrore (inteso come orrore umano ed esistenziale) che volge il suo sguardo cinico e disincantato al mito di Hollywood, decostruendolo e riducendone i protagonisti a un ammasso di miseria, nevrosi, disperazione ed egotismo. Tra gli spettri del passato e gli inganni del presente, il regista canadese sembra avvertirci che non esiste alcuna salvezza, nemmeno nella dimensione sognante dell’immaginario collettivo: i corpi sono deturpati dalle tracce della colpa (le ustioni di Mia Wasikowska) o dal passaggio impietoso del tempo (la ex diva interpretata da Julianne Moore), mentre le azioni più perverse o brutali vengono messe in scena con una freddezza disarmante. L’inquietudine cresce in silenzio, agendo per sottrazione.

8 – LOCKE di Steven Knight

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Ottanta minuti nell’automobile di un uomo, mentre la sua vita va in pezzi: rigorosamente impostato sulle tre unità aristoteliche, Locke è un dramma serrato che si regge sull’incredibile performance di Tom Hardy (unico attore ad apparire fisicamente nel film) e sul talento dello sceneggiatore/regista Steven Knight, già apprezzato per La promessa dell’assassino. Intriga e seduce come fosse un thriller, ma la vicenda che narra è visceralmente umana, quotidiana, legata a un intreccio emotivo che sembra implodere nell’abitacolo della macchina, dove riecheggiano le voci gracchianti di familiari o colleghi che isolano il protagonista nella sua solitudine stradale, senza cogliere la portata “titanica” – eppure al contempo così intima – della sua missione. Una delle sorprese più soddisfacenti degli ultimi anni (il film è stato presentato alla Mostra di Venezia nel 2013).

7 – THE WOLF OF WALL STREET di Martin Scorsese

THE WOLF OF WALL STREET

Cronaca di un impero costruito sull’illusione del progresso finanziario, sull’utopia del salto sociale e sulla celebrazione di una ricchezza volatile, impalpabile come aria, The Wolf of Wall Street si rivela un travolgente ciclone edonistico dove il corpo (non soltanto femminile) viene reificato in ossequio alle logiche del machismo e della fallocrazia, tratteggiando la decadenza morale, fisica ed economica degli yuppie. Scorsese non lascia alcuno spazio alla redenzione, né al moralismo, ma coreografa uno spettacolo di oscenità grottesche che risultano al contempo inquietanti ed esilaranti, nonché impreziosite dai dialoghi sagaci dello sceneggiatore Terence Winter. Strepitoso Leonardo Di Caprio, Oscar ingiustamente mancato.

6 – A PROPOSITO DI DAVIS di Joel e Ethan Coen

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L’eterno ritorno di un talentuoso perdente, smarrito nel livido inverno newyorkese dei primi anni Sessanta: i fratelli Coen risalgono alle origini della tradizione cantautoriale statunitense, dipingendo un ritratto cupo e fumoso di quel Greenwich Village che presto sarebbe stato accecato dalla luce di Bob Dylan. Tra bizzarri incontri casuali e raffinatissime esibizioni di musica folk (cui contribuisce l’ottimo Oscar Isaac), il film imbastisce una sorprendente struttura circolare, imprigionando lo sventurato Llewyn Davis in un loop apparentemente senza uscita, come se fosse destinato a ripetere gli stessi errori per un tempo indefinito. Davvero bello.

5 – GUARDIANI DELLA GALASSIA di James Gunn

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Il vero guastatore dell’anno, il blockbuster più divertente e creativo in assoluto: James Gunn – il cui talento era già emerso fra Slither, Super e i corti PG-Porn – rilegge alcuni personaggi cosmici della Marvel e ne fa una banda di sgangherati fuorilegge, un branco di outsider che cercano il riscatto in un’avventura furibonda, ricca di azione, ironia e meraviglia. Non è soltanto un affettuoso omaggio al pulp di Buck Rogers e Flash Gordon, o alle rielaborazioni post-moderne di Guerre stellari e Firefly, ma anche all’immaginario collettivo di un’intera generazione, sintetizzato nell’ormai famosa compilation Awesome Mix Vol. 1, colonna sonora del film e delle avventure personali di Peter Quill, ricca di pezzi cult degli anni Settanta. Indimenticabile, poi, la strana coppia composta da Groot e Rocket Raccoon, che oscilla continuamente fra la tenerezza, il sarcasmo e la furia combattiva. Fantastico!

4 – DUE GIORNI, UNA NOTTE di Jean-Pierre e Luc Dardenne

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Il film dei fratelli Dardenne, denso e mirato come il lasso temporale del titolo, è un meccanismo narrativo impeccabile che dimostra la natura multiforme del contesto sociale in cui viviamo, mettendone in luce le sfaccettature di fronte a ogni tentazione manichea o integralista. Non esiste un’unica verità, o un’unica visione delle cose, ma l’importante è restare fedeli alla propria dignità umana: il personaggio di Marion Cotillard affronta un percorso di caduta e rinascita che si oppone alle logiche disumanizzanti del profitto, rifiutando la logica spietata della “guerra fra poveri” e alzando infine lo sguardo verso un nuovo orizzonte. Avrà pure perso il lavoro, ma l’anima se l’è tenuta stretta.

3 – INTERSTELLAR di Christopher Nolan

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Il viaggio oltre l’infinito come opportunità di emancipazione della civiltà umana: Christopher Nolan coglie l’essenza della space opera nel suo versante esplorativo-meditativo, ma la reinterpreta in modo molto personale, distanziandosi dai modelli di 2001: Odissea nello spazio e Solaris (che pure costituiscono la sua fonte d’ispirazione). L’enigma del trascendente si risolve in noi stessi, nelle nostre potenzialità in quanto “specie”, poiché Nolan è fondamentalmente un positivista che vuole riscattare l’importanza del progresso (quindi l’avanzamento scientifico e l’esplorazione spaziale) di fronte all’oscurantismo di un mondo in rovina, troppo abituato a macerarsi nelle proprie miserie per volgere lo sguardo alle stelle. Tutto questo accade in un’opera visivamente e musicalmente poderosa, che sorprende ed emoziona attraverso un’efficace struttura circolare. Finora, il suo film più “caldo”.

2 – GONE GIRL di David Fincher

Gone Girl - L'amore bugiardo

Film complesso e affascinante, impossibile da ricondurre a un’interpretazione univoca (nonostante alcuni lo abbiano ingiustamente percepito come misogino), Gone Girl oscilla tra la satira dei mass-media e una spietata disamina dei rapporti amorosi, dove il matrimonio si trasfigura in una messinscena autolesionista e innaturale, rigido gioco delle parti in cui ognuno indossa la propria maschera. Ma nell’ottima sceneggiatura di Gillian Flynn, ben servita dal rigore registico di Fincher, emerge anche la storia di una donna che non possiede un’identità personale, e che ha vissuto la sua intera vita rispecchiando l’idea (o, diciamo pure, la maschera) che gli altri le hanno voluto attribuire: nel diventare regista – e non più solo interprete – della suddetta messinscena, la Amy di Rosamund Pyke riscopre la sua vera natura (o è solo una delle tante?), al tempo stesso vittima e carnefice delle sue macchinazioni contorte. Un grande film.

1 – BOYHOOD di Richard Linklater

Boyhood

L’esperimento di Richard Linklater contrae dodici anni di storia americana nel percorso formativo del piccolo Mason, che cresce insieme al film e – idealmente – anche insieme a noi. D’altra parte, Boyhood è una macchina del tempo che agisce sulla memoria: lavora sulla consapevolezza di sé, stimola il ricordo degli anni passati e favorisce una presa di coscienza che si basa sul nostro vissuto individuale. Dodici anni che scorrono sullo schermo come una traccia mnemonica, e noi spettatori ne percepiamo tutto il peso storico ed emotivo, i cambiamenti sociali e l’epica della crescita, l’impegno politico e l’educazione sentimentale. Un film memorabile, al tempo stesso universale e intimista.

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