Black Mirror, la recensione dello speciale natalizio: White Christmas

Black Mirror, la recensione dello speciale natalizio: White Christmas

Di Lorenzo Pedrazzi

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Black Mirror, la folgorante serie antologica di Charlie Brooker e Channel 4, torna per celebrare le feste a modo proprio: White Christmas è uno speciale natalizio memorabile, oscuro e inquietante, che sfrutta la fantascienza per indagare i coni d’ombra della nostra quotidianità…

ATTENZIONE: il seguente articolo contiene SPOILER

Siamo in un futuro imprecisato. Matt Trent (Jon Hamm) e Joe Potter (Rafe Spall) vivono da cinque anni in una casupola isolata dal mondo, immersa nel bianco abbacinante della neve. Non sappiamo quale sia il loro incarico, ma è chiaro che il loro rapporto non è mai decollato, poiché Joe è molto chiuso in se stesso. Il giorno di Natale, però, Matt decide di preparare un pranzo speciale per entrare in contatto con lui, e gli racconta la sua storia per spronarlo ad aprirsi.
Così, prima di scoprire la vera natura del contesto in cui vivono i due uomini, insieme alle ragioni del loro isolamento, assistiamo a tre storie diverse, ma legate dal medesimo filo conduttore: i cosiddetti “Zed Eyes”, un impianto oculare che permette di condividere le proprie esperienze, attraverso i propri stessi occhi, con gli altri utenti che possiedono il medesimo impianto. Gli Zed Eyes uniscono le risorse di un dispositivo mobile (telefono, navigazione in rete, fotografie ecc.) con quelle di un social network… al punto che si possono persino “bloccare” le altre persone. In tal caso, la persona bloccata apparirà come un’ombra grigia, le cui parole risulteranno indistinguibili (e lei stessa non potrà vedere né sentire l’utente da cui è stata bloccata). Matt aveva l’hobby di connettersi agli Zed Eyes di giovani uomini con difficoltà relazionali, e li aiutava – guardando attraverso i loro occhi – a conquistare le ragazze, fornendo consigli di seduzione. Durante una di queste “operazioni”, però, qualcosa andò storto, e l’imbranatissimo Henry (Rasmus Hardiker) venne ucciso dalla folle Jennifer (Natalia Tena), una ragazza che aveva cercato di abbordare. La moglie di Matt lo scoprì e decise di lasciarlo, bloccandolo definitivamente.
Joe è curioso di sapere quale fosse la professione del suo compagno, e lui gli racconta che lavorava per la Smartintelligence, una società che, dopo aver “copiato” gli schemi cerebrali di un cliente, li immette all’interno di un “cookie”, ovvero una sorta di clone incorporeo che viene fornito al cliente per gestire i propri impegni e la propria casa (in sostanza: un’intelligenza artificale che conosce bene i gusti e le abitudini del suo padrone, quindi capace di soddisfarli al meglio). Matt si concentra sulla storia di Greta (Oona Chaplin) e del suo “clone”, inizialmente incapace di accettare la sua sorte (perché il clone, pur essendo incorporeo, crede di essere la vera Greta), e poi costretto ad arrendersi dopo avergli fatto sperimentare gli orrori di una vita inattiva.
A questo punto, Joe è pronto a confessare la sua, di storia. Era fidanzato con Beth (Janet Montgomery), che rimase incinta, ma litigarono dopo che lei gli disse di voler interrompere la gravidanza. Beth lo bloccò e sparì, ma in seguito Joe la rivide e notò il suo pancione: aveva tenuto il bambino. Cercò di convincerla a sbloccarlo, ma lei lo denunciò per aggressione, e lui dovette tenersi a distanza. Quando nacque la figlia, Joe non poté nemmeno vederla, poiché il blocco funziona anche sulla prole. Beth, però, morì in un incidente ferroviario, e il blocco si annullò automaticamente… a quel punto Joe riuscì a vedere sua figlia, ospitata dal nonno Gordon (Ken Drury), e scoprì che aveva i tratti asiatici: evidentemente, Beth lo aveva tradito con un suo collega, anche lui di origine asiatica. Sconvolto, Joe uccise Gordon colpendolo con un globo di neve che voleva regalare alla bambina, e poi vagò come un barbone per mesi. La bambina, uscita di casa per cercare aiuto, morì congelata.
A questo punto, dopo la confessione di Joe, la verità viene a galla: la casupola nella neve è un luogo fittizio – identico alla villetta di Gordon – in cui è stato intrappolato il “clone” incorporeo di Joe, e Matt aveva l’incarico di farlo confessare. Grazie al suo servizio, Matt viene scarcerato (era stato condannato per non aver riportato l’omicidio di Henry), a patto però che venga inserito nel registro dei molestatori sessuali: in questo modo, Matt risulta bloccato da tutte le persone dotate di Zed Eyes, ovvero tutti quelli che lo circondano. Esce dalla centrale di polizia, e non vede nient’altro che ombre mugugnanti. Joe, invece, resta chiuso in cella, mentre il suo clone è condannato a millenni di solitudine e pazzia nella sua prigione virtuale.

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Con questo speciale natalizio, Black Mirror interpreta la fantascienza secondo quella particolare definizione che fu coniata dallo scrittore Damon Knight (mutuata in parte da Theodore Sturgeon), e che considera la science fiction come “una vicenda di esseri umani, con problemi umani, che non potrebbe verificarsi se non nelle circostanze espresse nei precisi assunti speculativi della vicenda stessa”. Vicende umane, insomma, e problemi umani: è facile riconoscere in White Christmas le tracce dell’alienazione contemporanea, ma Charlie Brooker proietta questo sentimento in un futuro imprecisato, dove il progresso tecnologico – e quindi la fantascienza – rende ancora più palesi gli intenti satirici della serie. Il futuro racconta il nostro presente, ma gli elementi fantascientifici (i “precisi assunti speculativi della vicenda stessa”) sono indispensabili ai fini della storia, sono le micce che innescano il conflitto, sfociando in una combinazione di soggetti davvero arguti e originali. La suddivisione in brevi capitoli, inoltre, non fa che aumentare il senso d’inquietudine, costruendo un’escalation narrativa che esplode nel climax dell’epilogo.

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Tutto parte dai disturbanti “Zed Eyes”, che esprimono – e portano all’eccesso – l’ansia della condivisione e della connessione perenne, l’idea di fondere l’individuo in una rete globale cui accedere direttamente con i propri occhi: in pratica, come avere un paio di Google Glass integrati nella cornea. Mentre oggi ci sforziamo di applicare i codici della vita reale ai social network, il futuro immaginato da Brooker ribalta la prospettiva, e ci racconta un mondo che funziona in senso opposto: le logiche e le consuetudini dei social network vengono applicate alla vita reale, al punto che si possono addirittura “bloccare” le persone, senza curarsi delle conseguenze emotive e psicologiche che questo gesto comporta (proprio come accade su internet, spesso considerato un “porto franco” per atteggiamenti intimidatori e discriminatori). Altrettanto inquietante è il destino dei “cookie”, i cloni incorporei che, pur essendo dotati della stessa autocoscienza dei loro padroni, sono costretti a svolgere un lavoro di costante sudditanza, torturati nell’isolamento e nella solitudine finché non accettano la propria sorte. L’umanità di White Christmas ha perso ogni capacità empatica nei confronti del prossimo, e i pochi superstiti – come Joe – sono vittime del medesimo trattamento, e quindi condotte all’omicidio, alla follia, all’autodistruzione.

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L’indagine provocatoria di Black Mirror, già affilatissima nelle precedenti stagioni, assume qui un valore ancora più incisivo, poiché l’atmosfera natalizia genera un effetto straniante che stimola il pubblico a riflettere, lo induce alla consapevolezza. Cinico e antiretorico, spietato ma senza alcun compiacimento, White Christmas illumina i coni d’ombra delle feste, svelando una realtà di solitudine, alienazione e isolamento che risulta ulteriormente amplificata dal bagliore delle luci natalizie.

Black Mirror Christmas Special

La citazione: «So che sembra stupido… ma vedere qualcosa era comunque meglio di niente.»

Ho apprezzato: l’originalità dei soggetti; le interpretazioni di Jon Hamm e Rafe Spall; l’approccio cinico e antiretorico, ma non autocompiaciuto; la riflessione sulla contemporaneità attraverso le speculazioni fantascientifiche.

Non ho apprezzato: nulla.

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