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Dieci serie televisive cancellate troppo presto

Di Lorenzo Pedrazzi

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Se provassimo a immaginare un mondo parallelo e ucronico, in cui molti eventi storici avessero seguito un corso differente rispetto al nostro, le discrepanze tra questo mondo e la realtà che conosciamo sarebbero percepibili anche nei dettagli più frivoli, diciamo pure “minori” (almeno, se paragonati all’importanza capitale di certi fenomeni storici). Pensiamo al cinema, ad esempio: in questo mondo, giusto per citare qualche caso clamoroso, Kubrick avrebbe diretto Intelligenza artificiale e Napoleone, Fellini avrebbe realizzato Il viaggio di Mastorna, Bresson la sua Genesi, James Cameron avrebbe portato Spider-Man al cinema, mentre Ridley Scott avrebbe trasposto Io sono leggenda sul finire degli anni Novanta. Analogamente, anche il panorama delle serie tv sarebbe diverso, poiché molti show cancellati troppo presto avrebbero vissuto un’esistenza ben più lunga… e, in alcuni casi, se lo sarebbero meritato.

Eccoci, dunque, al nucleo della vicenda: se dovessimo riempire il panorama televisivo di questo mondo immaginario, quali serie tv sceglieremmo? Quali, tra le serie tv cancellate prematuramente, meriterebbero una seconda chance? Qui di seguito ne elencherò dieci, in ordine sparso: dieci show che sono stati chiusi troppo presto dai rispettivi network, e che avrebbero potuto continuare a offrirci grandi soddisfazioni (se solo le ragioni del cuore avessero pesato più delle ragioni dell’audience).

Siete pronti? Partiamo!

INVASION

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Serie fantascientifica palesemente ispirata a L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, Invasion fu creata da Shaun Cassidy, e debuttò nel 2005 sulla ABC come “compagna” di Lost nelle serate di domenica. Il soggetto è molto derivativo: una cittadina della Florida, dopo un violento uragano, si ritrova infestata da misteriosi alieni acquatici che trascinano gli umani nelle profondità del fiume, e li sostituiscono con cloni pressoché indistinguibili dagli originali (se non per un’insolita attrazione verso l’acqua). Nonostante la scarsa originalità dell’idea, Invasion riuscì a rileggerla in modo personale, offrendo un’ambientazione misteriosa e affascinante (l’entroterra paludoso della Florida) e un buon cast di protagonisti, soprattutto perché immersi nelle tensioni costanti di una famiglia allargata. C’era persino Evan Peters, ancora lontano dall’exploit di American Horror Story.
Purtroppo, lo show fu cancellato dopo una sola stagione di 22 episodi. La critica ne apprezzò le qualità, ma la ABC – ubriacata dai numeri di Lost – non fu soddisfatta dagli ascolti, inevitabilmente inferiori rispetto a quelli della serie di Abrams/Lindelof. L’ultima puntata si concluse con un buon cliffhanger, ma la storia non ebbe mai un seguito.

DON’T TRUST THE BITCH IN APARTMENT 23

JAMES VAN DER BEEK, KRYSTEN RITTER, DREAMA WALKER

Divertente già dal titolo, Don’t Trust the Bitch in Apartment 23 sarebbe potuta diventare una vera sit-com “di culto”, ma è stata cancellata dalla ABC (ancora lei!) dopo due stagioni, composte in tutto da soli 26 episodi. Fu creata da Nahnatchka Khan, e le prime puntate andarono in onda nella primavera del 2012 come rimpiazzo di metà stagione, ottenendo poi un rinnovo per l’autunno successivo; ma, in seguito al netto calo degli ascolti, il network decise di cancellare lo show già nel gennaio 2013, e gli episodi rimanenti furono messi a disposizione on-line tra maggio e giugno dello stesso anno.
La forza di Don’t Trust the Bitch in Apartment 23 è rintracciabile nell’umorismo stralunato e spesso cinico, merito di una deliziosa Krysten Ritter e della sua proverbiale “stronzaggine”, contrapposta all’innocenza provinciale della candida Dreama Walker, che diventa sua coinquilina nella giungla metropolitana di New York. Il tocco di classe, però, è la partecipazione di James Van Der Beek nel ruolo di se stesso: l’attore, quasi scomparso dalle scene dopo il successo di Dawson’s Creek, si prende gioco della sua carriera e della sua immagine da ex divo adolescenziale, provocando situazioni esilaranti e autoironiche.
Una sit-com perfida, sarcastica e piacevolmente libertina.

TERMINATOR: THE SARAH CONNOR CHRONICLES

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L’idea di mettere mano alla continuity di Terminator sollevò certamente molti dubbi tra i fan della saga, ma The Sarah Connor Chronicles riuscì a imboccare una strada autonoma, generando una sorta di linea temporale alternativa rispetto ai film. Con queste premesse, lo show della Fox s’impose come uno spin-off del franchise cinematografico, piuttosto che come un sequel o un prequel, e offrì un valido intrattenimento che durò soltanto due stagioni, fra gennaio 2008 e aprile 2009: la seconda si concluse con un intrigante cliffhanger che cambiò lo status quo della serie e suscitò nuove domande sul futuro dei protagonisti, ma gli spettatori non ebbero mai alcuna risposta (gli ascolti, comunque, calarono a tal punto da dimezzarsi).
Creata da Josh Friedman (co-sceneggiatore del prossimo sequel di Avatar), Terminator: The Sarah Connor Chronicles si segnala anche per il cast, in cui spiccano Lena Headey nel ruolo di Sarah Connor (ben lontana dalla Cersei Lannister di Game of Thrones) e Summer Glau in quello di Cameron, una Terminator riprogrammata per difendere John Connor (Thomas Dekker).

LIFE

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Prima di farsi apprezzare nel ruolo del sergente Nicholas Brody in Homeland, Damian Lewis è stato protagonista di una delle serie investigative più sottovalutate degli ultimi anni, Life, creata da Rand Ravich per la NBC. Lo show andò in onda per due stagioni tra il settembre del 2007 e il maggio del 2009, e raccontava la storia del detective Charlie Crews, appena rilasciato dopo dodici anni di carcere: Crews è stato accusato ingiustamente di aver ucciso il suo partner e la famiglia di quest’ultimo, ma viene riconosciuto innocente, liberato e indennizzato con una cifra che lo rende ricco. Crews, però, si fa anche reintegrare in polizia, e comincia a indagare clandestinamente per svelare il complotto che lo ha incastrato. Al suo fianco c’è la detective Dani Reese (Sarah Shahi), che diffida del suo atteggiamento pacifico e gioviale, e intrattiene con lui un rapporto contrastante: dopo l’inferno della prigione, Crews ha infatti abbracciato la filosofia zen, che lo aiuta a risolvere i casi più difficili mantenendo sempre la calma e la concentrazione; inoltre, ha una passione per la frutta (difficile da reperire, in carcere), e nutre una perenne curiosità per le innovazioni tecnologiche che si sono sviluppate durante la sua prigionia. Di fatto, il detective si comporta come un viaggiatore proveniente dal passato, in preda a uno stupore costante.
Caratterizzata da indagini su omicidi bizzarri e surreali, nonché ben gestita nelle sue trame verticali (che incrociano spesso nuove rivelazioni sulla trama orizzontale), Life è riuscita a chiudere la parabola di Crews in modo soddisfacente, senza un finale sospeso, ma avrebbe comunque meritato maggior fortuna.

TRU CALLING

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Diciamo la verità, non è che Tru Calling fosse una serie imprescindibile: gli episodi si basavano su premesse assurde, e spesso gli sviluppi narrativi sfidavano la logica. Eppure, le corse di Eliza Dushku da una parte all’altra di New York, impegnata a rivivere giornate già vissute per salvare la pelle a degli estranei, risultavano molto divertenti, e altrettanto godibile si era rivelata anche l’introduzione di Jason Pristley (il Brandon di Beverly Hills) come improbabile antagonista: un uomo che ha il suo stesso potere ma, al contrario di lei, vuole assicurarsi che il fato compia il suo corso, in modo che l’equilibrio dell’universo non venga turbato.
Con l’occhio rivolto a Groundhog Day, lo sceneggiatore Jon Harmon Feldman creò un prodotto leggero e ben ritmato, dove peraltro trovarono spazio Matt Bomer e Zack Galifianakis prima dei loro rispettivi exploit televisivi e cinematografici. Gli ascolti furono però molto bassi, e la Fox, che trasmise la serie fra l’ottobre del 2003 e il marzo del 2005 (due stagioni, per un totale di soli 26 episodi), optò per la cancellazione, lasciando in sospeso molti cliffhanger.

PAN AM

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Il successo di Mad Men ha ispirato la produzione di altri period drama basati su contesti professionali molto specifici, e uno dei più curiosi è stato certamente Pan Am, creato da Jack Orman e trasmesso dalla ABC per una sola stagione, tra il settembre del 2011 e il febbraio del 2012. Sembra proprio che la ABC sia una specialista nelle cancellazioni premature, come abbiamo già avuto modo di constatare.
Guidata da Christina Ricci e ambientata nel 1963, la serie sfrutta una narrazione corale per seguire le vicende lavorative e private del personale di volo della Pan American World Airways, la più importante compagnia aerea statunitense tra il 1927 e il 1991, anno del suo definitivo collasso. Oltre al rapporto con i superiori e con i passeggeri, alle questioni sentimentali e alle difficoltà nelle relazioni familiari, Pan Am assume persino una sfumatura di genere spionistico, poiché la hostess Catherine “Kate” Cameron (Kelli Garner) viene reclutata dalla C.I.A. come corriere e agente operativo sotto copertura: d’altra parte, sono pur sempre gli anni della Guerra Fredda.
Nel maggio del 2012, dopo la chiusura da parte di ABC, Sony Pictures Television – forte del successo internazionale dello show – tentò di produrne una seconda stagione presso Amazon, ma la trattativa non andò a buon fine.

THE FLASH

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Il Velocista Scarlatto della DC Comics è tornato agli onori della cronaca grazie alla divertente serie tv che sta avendo un notevole successo su The CW, ma i trentenni di oggi conservano un ricordo affettuoso dello show che debuttò nel 1990 sulla CBS: The Flash, creato da Danny Bilson e Paul De Meo, nacque sulla scia del successo del Batman di Tim Burton, da cui ricava le atmosfere notturne e un simile approccio alla colonna sonora, poiché il tema musicale fu affidato allo stesso Danny Elfman. John Wesley Shipp interpretava Barry Allen/Flash, ma i fan ricordano con piacere l’ottimo Mark Hamill (sì, il Luke Skywalker di Guerre stellari) nel ruolo del folle supercriminale Trickster, e Amanda Pays in quello della Dr.ssa Tina McGee, scienziata degli S.T.A.R. Labs.
Lo show anticipò di almeno un decennio le serie supereroistiche “moderne”, ma durò una sola stagione: il costo medio dei singoli episodi era molto alto (1.6 milioni di dollari), e l’introduzione di supercriminali tratti dai fumetti (oltre a Trickster, Captain Cold e Mirror Master) fu troppo tardiva per salvare la serie, che dovette lottare contro la concorrenza spietata di Fox e NBC, senza ottenere i risultati sperati. Peccato: se The Flash fosse stato rinnovato, il primo episodio della seconda stagione avrebbe raccontato l’alleanza tra i nemici del supereroe, decisi a sconfiggerlo una volta per tutte.

SURFACE

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Fra le molte serie mistery nate sulla scia di Lost, Surface è probabilmente una delle meno conosciute, ma avrebbe meritato maggior considerazione. Lo show fu creato dai gemelli Jonas e Josh Pate, che idearono un soggetto piuttosto originale sul panorama televisivo: la storia ruota infatti attorno alla scoperta di misteriose ed enormi creature marine, simili a plesiosauri, che provocano gravi incidenti ai quattro angoli del globo, e la cui esistenza è stata nascosta da un complotto di proporzioni mondiali. Nella lotta per la verità (e, di conseguenza, per la salvezza dell’umanità) si incontrano una biologa marina (Lake Bell), un ispettore assicurativo (Jay R. Ferguson) e un liceale (Carter Jenkins) che ha stabilito un legame simbiotico con Nimrod, il cucciolo di una delle creature, stile E.T.. Lo show parte in sordina, e poi coinvolge sempre di più, fino a un epilogo apocalittico che resta in sospeso.
Trasmessa dalla NBC dal settembre del 2005 al febbraio del 2006, Surface è stata cancellata dopo una sola stagione di 15 episodi, interrompendo una trama intrigante che sfociò in un’avventura ad alto tasso spettacolare, agevolata da solidi effetti in CGI (Nimrod era realizzato davvero bene, in rapporto ai budget televisivi).

TELL ME YOU LOVE ME

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Tipico prodotto HBO, la serie Tell Me You Love Me era un intelligente dramma sentimentale che esplorava la vita familiare, emotiva e sessuale di tre coppie, tutte di età diversa, interpretate da Michelle Borth, Luke Kirby, Ally Walker, Tim DeKay, Sonya Walger e Adam Scott; a loro si aggiungono Jane Alexander (la terapista a cui si rivolgono i protagonisti) e il suo compagno David Selby. La prima e unica stagione consta di dieci episodi, andati in onda su HBO tra settembre e novembre 2007, ma l’elemento più sorprendente è la ragione della sua chiusura: il network aveva rinnovato lo show per una seconda stagione, solo che poi, stando alle parole della creatrice Cynthia Mort, «non è stato in grado di trovare una direzione» per le nuove puntate.
Si tratta insomma, di un fallimento creativo, non commerciale: la volontà di continuare la serie c’era tutta, ma scarseggiavano le idee. Qualunque altro canale avrebbe probabilmente insistito, mentre HBO – e forse la stessa Mort – hanno preferito abbandonare l’idea, magari temendo di rovinare il prodotto iniziale. Vista in questi termini, ed escludendo eventuali altre motivazioni, sembra una decisione di notevole onestà intellettuale, molto rara nell’ambiente.

FIREFLY

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Ed eccoci, infine, a una delle cancellazioni più clamorose e compiante nella storia del piccolo schermo: Firefly è l’emblema del fondamentale distacco tra le ragioni economiche e quelle sentimentali, tra gli interessi dei network e quelli dei fan. Concepita da Joss Whedon per durare sette anni, la serie si è fermata alla prima stagione, dopo soltanto 14 episodi, e ha trovato una epilogo nel film Serenity del 2005.
Si tratta di una commistione tra fantascienza e western: siamo nel 2517, e l’umanità si è ormai trasferita in un nuovo sistema solare, dove i pianeti periferici hanno l’aspetto desolante e terroso della vecchia frontiera americana. I protagonisti, guidati da Malcolm “Mal” Reynolds (Nathan Fillion), sono un gruppo di rinnegati e fuorilegge che viaggiano a bordo della Serenity, un’astronave di classe Firefly, e vivono molte avventure per conservare la propria indipendenza e difendere i più deboli. Da segnalare, nel cast, Alan Tudyk, Morena Baccarin, Adam Baldwin, Gina Torres e Summer Glau, che sarebbe presto diventata un volto-simbolo del nuovo immaginario geek.
Trasmessa dalla Fox per soli tre mesi, da settembre a dicembre 2002, e poi chiusa repentinamente per gli alti costi di produzione e per la scarsità degli ascolti, Firefly si è guadagnata un fandom molto vasto e appassionato, come dimostrano le frequenti citazioni all’interno di altri show: sia lo Sheldon Cooper di The Big Bang Theory sia la coppia Abed-Troy di Community (insomma, la crema del nerdismo) hanno dichiarato di adorare la serie.

E voi, quali serie ritenete che siano state cancellate troppo presto? Fatecelo sapere nei commenti!

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