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Venezia 71: Boxtrolls – Le Scatole Magiche, la recensione

Venezia 71: Boxtrolls – Le Scatole Magiche, la recensione

Di Valentina Torlaschi

boxtrolls recensione

C’era una volta la città di Cheesebridge: un borgo dell’Inghilterra vittoriana dove gli abitanti hanno una folle ossessione per i formaggi e una paura atroce per i boxtrolls, ovvero degli esseri orripilanti coperti da scatole di cartone che vivono nel sottosuolo salvo uscire in superficie la notte per seminare terrore e rapire bambini. Una leggenda. E sì perché i boxtrolls, a guardarli da vicino, sono dei mostriciattoli adorabili più che mostri sanguinari, e soprattutto sono assai simpatici, goffi, con un linguaggio incomprensibile tutto loro e un’empatia unica, un po’ come i mignon di Cattivissimo Me e gli ewok di Star Wars.

L’accettazione del diverso, l’andare oltre le apparenze nonché le fobie collettive create ad hoc da aspiranti politici sono del resto alcune delle tematiche forti di Boxtrolls – Le scatole magiche. Dopo Coraline e ParaNorman, i LAIKA Studios hanno confezionato ora un altro gioiello fiabesco in stop-motion che pulsa sì di un cuore bambino ma ha un cervello adulto. Un film che diverte in modo intelligente, un film che, come i precedenti, pur essendo diretto a un pubblico di famiglie, non ha paura di mostrare il lato oscuro delle cose per poi illuminarle con episodi giocosi ma anche messaggi sovversivi: ribellarsi a genitori assenti o a politici egoisti, mettere in discussione le regole e l’ordine prestabilito sono atti assolutamente da perseguire. Oppure: la famiglia non è necessariamente quella biologica e tradizionale, al diavolo!

Boxtrolls - Le scatole magiche Foto Dal Film 02

Come si accennava, le atmosfere sono dark, e la mente corre di default a Tim Burton, ma il design degli ambienti, della città arroccata con le sue case sbilenche e le sue linee espressioniste, nonché di alcuni personaggi umani, richiama l’estetica di Sylvain Chomet: non a caso al film ha collaborato come concept artist Michel Breton, il già disegnatore delle scenografie di Appuntamento a Belleville. La stratificazione delle ispirazioni, poi, non si esaurisce qui: tratto dal libro “Arrivano I Mostri” (Here be Monsters!) di Alan Show, come anche hanno raccontato i registi Anthony Stacchi e Graham Annable, Boxtrolls – Le scatole magiche è una sorta di Oliver Twist rivisitato dai Monty Python e da Roald Dahl. Insomma, una serie di riferimenti variegati, raffinati e accattivanti che gli autori sono riusciti ad amalgamare alla perfezione nella pellicola finale. Un risultato non scontato.

Su tutto, ovviamente, a rimanere impressi nell’immaginario sono loro: i boxtrolls. Oltre che per la carica di enorme simpatia descritta in apertura di articolo, è curioso notare come questi mostri indossino scatole di cartone prendendo il nome dalla scritta sulla confezione (abbiamo dunque Scarpa, Uovo, Pesce, Olio) che sono una sorta di “loghi anti-litteram”: ben prima delle mode contemporanee, il personaggio è già la marca di ciò che veste. Ma al di là di questa breve parentesi di riflessione sul logo (del tutto irrisolta, tra l’altro), vale forse più la pena segnalare l’alta qualità della stop-motion: la tecnica d’animazione più tradizionale, per quanto la più vecchia, è anche la più materica e calda e qui, coadiuvata da RP (Rapid Prototyping) e CG (Computer-Generated), riesce a essere davvero fluida. Qualche difetto il film ce l’ha (la sceneggiatura è molto elementare, una fiaba ancor più per bambini rispetto a Coraline e ParaNorman, e anche il 3D non è memorabile), ma nel complesso Boxtrolls – Le scatole magiche è un gran bel cartoon, di quelli destinati a diventare un classico. E poi applausi alla versione originale con la perfetta orchestra di voci dagli accenti british di Ben Kingsley, Isaac Hempstead-Wright ed Elle Fanning.

Infine, un invito. Anzi, un obbligo: rimanete in sala dopo i titoli di coda per farvi sorprendere da una scena metacinematografica, ironica e commovente insieme, in cui si rende omaggio al lavoro quotidiano di quelle folli persone che di professione fanno gli animatori e passano le loro giornate a muovere braccia e gambe di strambi pupazzetti in plastilina… Sarà mica un lavoro quello?

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