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Rurouni Kenshi: Kyoto Inferno, la nostra recensione

Di Redazione SW

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Screenweek dal Giappone

Secondo capitolo nella saga cinematografica ispirata al popolare manga creato da Watsuki Nobuhiro nel 1994, il primo film uscì nel 2012, Rurouni Kenshi: Kyoto Inferno è in realtà anche la prima parte di un dittico di lungometraggi il secondo dei quali, Rurouni Kenshin: The Legend Ends, uscirà il 13 settembre. A poco più di un mese di distanza dal primo quindi, una scelta che economicamente è stata senza dubbio vincente visto che nelle ultime settimane il film ha nuovamente scalato il box office.
Il film è l’ennesiama conferma che il chambara eiga (film di spada) e il jidaigeki (film d’epoca, in costume), almeno quando considerato come intrattenimento di massa, non è morto e che anzi gode di ottima salute. Anche in questa pellicola Sato Takeru interpreta Himura Kenshin, un tempo conosciuto con il nome di Hitokiri Battosai, quando era un samurai di incredibile abilità ma famoso per il suo sangue freddo e per i massacri perpetrati. Il primo film narrava proprio delle vicende che lo portano a posare la spada e a decidere di non uccidere più. In questo Rurouni Kenshi: Kyoto Inferno le cose si fanno più complicate, Kenshin ora impegnato come maestro di dojo presso la scuola di Kaoru, la ragazza che lo ha portato alla redenzione e che è chiaramente innamorata di lui, viene chiamato da un ufficiale governativo che gli chiede di recarsi a Kyoto per fermare Shishio Makoto, un assassino senza scrupoli incredibilmente sopravvisssuto al rogo che doveva ucciderlo e che con un colpo di stato vuole conquistare il potere così da vendicarsi del governo che lo tradì condannandolo a morte. Shishio è qui interpretato, sotto uno strato di bende insanguinate che nascondono un volto ed un corpo distrutto dalle fiamme da Fujiwara Tatsuya, l’attore che nel cinema contemporaneo giapponese è oramai diventato il villain per antonomasia.

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Siamo all’inizio dell’Era Meiji (1868 – 1912) il periodo in cui di fatto si cristallizza quello che poi sarebbe diventato il moderno stato giapponese e quindi si tratta anche di un tempo ricco di mutamenti sociali e soprattutto di sommovimenti politici. Kenshin si vede costretto ad accettare la proposta e si incammina così verso Kyoto dove a sostenerlo incontra una giovane ragazzina ninja, Misao (Tsuchiya Mao) ed un’ ex spia dello shogunato, Okina, interpretato dal grandissimo danzatore ex Butoh Tanaka Min, a dare man forte arriveranno poi anche il suo compagno Sanosuke e ad insaputa di Kenshin la stessa Kaoru.
Il film che è diretto da Otomo Keishi, autore del primo film ma anche dell’ottimo Hagetaka nel 2009, offre davvero molti spunti interessanti, ma su tutto svettano le scene dei combattimenti, coreografate davvero in modo pregevole da Tanigaki Kenji ed il tono plumbeo e quasi orrorifero delle scene in cui il protagonista è il malvagio Shishio. Interessanti anche i personaggi che circondano il cattivo, su tutti va almeno ricordato Soujiro Seta (Kamiki Ryunosuke) faccia da bambino ma veloce e freddo come la morte. Divertente poi il personaggio di Misao, il suo incontro con Kenshin e la sua interazione con il protagonista nell’ottima interpretazione della giovane Tsuchiya Mao.

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Ma ritorniamo ai combattimenti, realizzati con un ritmo sfrenato ma non troppo adrenalinico e caotico, sono debitori di certo cinema di Hong Kong ma soprattutto del manga su cui il film è basato, pur non essendpo troppo cartooneschi ed irrealistici, ma non ci troviamo neanche davanti a scene dal realismo naturalista, è proprio questo equilibrio che ne determina la riuscita anzi. Parte della riuscita di questi scontri lo si deve alla caratteristica peculiare di Kenshin che, come si diceva, combatte senza uccidere e per far ciò gira con una katana con la lama senza filo, che non taglia. Ci sono poi delle sottotrame che corrono parallelamente al plot principale, le relazioni sentimentali fra i vari personaggi in primis, ma anche altre che presumibilmente verranno risolte nel secondo film, in realtà tutto il lungometraggio è una grande preparazione, molto ben realizzata ed architettata ripetiamo, in vista dello spettacolare, almeno stando al trailer, episodio finale. Proprio per questo va rimarcato come regista e collaboratori siano stati assai bravi a creare un lungometraggio in cui tutto è sostenuto praticamente sulla costruzione di questa enorme attesa e che poco rivela, tenendo quindi le cartucce più pesanti in canna per il finale, ma nonostante questo, o forse proprio grazie a questo, riuscendo a creare un prodotto di intrattenimento di buon livello. Non resta che andare al cinema (in Giappone) il 13 settembre e vedere se l’episodio conclusivo, che si annuncia super spettacolare con l’azione che si sposta anche sul mare, sarà in grado di mantenere le aspettative.

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