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Eden – La recensione dal Festival di Toronto

Di Andrea D'Addio

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Daft Punk, Air, Cassius, Stardust, Bob Sinclair e tanti altri ancora: la cosiddetta “French House” ha segnato gli ultimi vent’anni della musica da club proponendo un’eccezionale fusione tra la Space Disco e il funk. Raccontare di quest’ondata di dj che da Parigi e dintorni hanno conquistato il mondo era senza dubbio una sfida affascinante. Siamo ancora all’interno del “momento”, come dimostra il successo planetario di Get Lucky dell’anno scorso.

Mia Hansen-Løve quel mondo lo conosce bene. Dentro infatti c’è stato a lungo suo fratello Sven, non a caso co-autore della sceneggiatura di Eden. È a lui che è parzialmente ispirato il protagonista del film, Paul, dj ed organizzatore di serate attraverso cui vediamo nascere e svilupparsi il fenomeno. L’arco temporale preso in considerazione è di circa 15 anni. Paul ha 19 anni quando inizia a pensare di potere vivere di quella che fino a quel momento è solo una passione, ne ha 34 quando lo lasciamo andare verso l’epilogo. Attorno a lui si muovono i tanti volti veri – o ispirati alla realtà – che hanno portato il “french touch” nel mondo, a partire da quei Daft Punk di cui si citano i primi dj set alle feste dei ragazzi e che si ritrovano più volte durante la pellicola, spesso al centro di simpatici aneddoti (come il fatto che non vengano mai riconosciuti agli ingressi dei locali e per questo sempre respinti). Se è vero che quell’ambiente ha la forza di attrarre chiunque cerchi un’esistenza basata quasi esclusivamente sul divertimento, quali sono le sue conseguenze su chi non riesce a porsi limiti?

eden daft punk toronto festival

Nelle sue due ore e dieci di film Mia Hansen-Løve segue un approccio piuttosto convenzionale, sia narativamente che esteticamente, per raccontare la storia del suo protagonista. Le problematiche trattate sono esattamente quelle che ci si aspetta che siano, non c’è nessuna vera svolta narrativa, tutto viene trattato a distanza con un approccio quasi documentaristico.

Il risultato finale è apprezzabile per la capacità di mostrare una parte di cultura contemporanea normalmente lontana dal grande schermo, ma non si eleva a film capace di segnare l’immaginario e/o la coscienza di chi lo guarda, rimanendo in definitiva piuttosto piatto. Peccato.

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