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Doctor Who, la recensione del quarto episodio: Listen

Di Lorenzo Pedrazzi

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Listen, quarto episodio dell’ottava stagione di Doctor Who, è un’immersione nei territori dell’infanzia, dove affiorano antiche fobie e paure ancestrali da cui nemmeno il Dottore sembra essere immune…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Il Dottore (Peter Capaldi) s’interroga sugli strumenti che l’evoluzione ci ha fornito per difenderci o procacciarci il nutrimento, e improvvisamente viene colto da un’intuizione: è possibile che esistano creature il cui balzo evolutivo consiste nel rendersi invisibili, e che quindi esistono al nostro fianco senza che noi ce ne accorgiamo? Tutto ciò che notiamo con la coda dell’occhio, e che ci fa rizzare i peli sulla nuca, è riconducibile alla presenza di entità intangibili, che non vogliono essere notate? Sulla sua lavagna, nel TARDIS, compare la scritta “ascolta”, tracciata con il gessetto da una mano ignota.
Intanto, Clara (Jenna Coleman) è uscita a cena con Danny Pink (Samuel Anderson), ma alcune incomprensioni li portano a litigare, e la ragazza torna a casa prima della fine della serata. Viene quindi raggiunta dal Dottore, che le chiede di collegare la sua mente al TARDIS per viaggiare indietro nel tempo fino all’istante in cui, da bambina, le capitò di fare un sogno che sperimentano tutti: quello di svegliarsi e sentirsi afferrati per i piedi da una creatura che si trova sotto al letto. Distratta dall’appuntamento infelice, Clara non guida il TARDIS nella sua infanzia, bensì in quella di Danny, che ritrova bambino nella sua cameretta, spaventato dai rumori notturni. Clara cerca di rassicurarlo, ma sul letto di Danny appare un’inquietante figura che si cela sotto alle coperte: il Dottore suggerisce a tutti di voltarle le spalle e chiudere gli occhi, poiché la creatura non vuole essere guardata, e infatti sparisce dopo alcuni momenti di tensione. Per rincuorare il piccolo Danny, Clara prende alcuni soldatini e li mette a guardia del suo letto, poi il Dottore lo addormenta, inducendolo a credere che sia stato tutto un sogno in cui lui era un coraggioso soldato alla guida di un esercito. Clara chiede quindi di essere riportata indietro fino alla sera dell’appuntamento, in modo da poter aggiustare le cose, ma la conversazione con Danny sfocia nuovamente in un litigio. Quando torna sul TARDIS, la ragazza trova un ospite inaspettato: un uomo identico a Danny, in realtà suo discendente, chiamato Orson Pink. Il Dottore le racconta che quell’uomo, fra cento anni, sarà il primo umano a sperimentare il viaggio nel tempo, ma per un errore tecnico la macchina lo porterà alla fine dell’universo, sulla superficie dell’ultimo pianeta superstite prima della scomparsa del cosmo. Il Dottore conduce il TARDIS in quello stesso istante, perché vuole vedere con i suoi occhi le misteriose creature che bussano sul portello della nave utilizzata dall’uomo per il viaggio nel tempo. Dopo averlo aperto, Clara e Orson si rifugiano sul TARDIS, mentre il Dottore rimane all’esterno. Attorno alla nave, il campo d’atmosfera viene perforato, e il Dottore viene quasi risucchiato fuori, ma Orson riesce a salvarlo e a riportarlo a bordo del TARDIS. A questo punto, Clara si connette mentalmente alla nave, che li porta in un granaio dove un bambino si è rifugiato per piangere da solo, terrorizzato dal buio. Il bambino è il Dottore. Clara, nascosta sotto al suo letto, lo afferra per una caviglia e gli sussurra di tornare a dormire, dicendogli che non c’è nulla di male ad avere paura; anzi, la paura è come un superpotere, perché rende i sensi più vigili, i muscoli più forti, e i riflessi più scattanti (come il Dottore aveva detto al piccolo Danny). «Avrai sempre paura» gli sussurra Clara, accarezzandogli i capelli. «Anche se imparerai a nasconderlo. La paura è come una compagna… una compagna costante, che non ti lascia mai. Ma non è un problema, perché la paura può unirci. La paura può riportarti a casa. Ti lascerò una cosa in modo che tu possa ricordarti sempre che la paura ci rende tutti compagni». Così, dopo avergli lasciato il soldatino che faceva la guardia a Danny, ma senza farsi vedere, torna sul TARDIS e scrive “ascolta” sulla lavagna del Dottore. Orson viene riportato nel suo tempo, mentre lei si presenta alla porta di Danny, e infine lo bacia.

2

Listen, o “la psicanalisi del Dottore“. Alla quarta puntata, Steven Moffat piazza già il colpo da maestro, confezionando uno degli episodi più belli e complessi nella storia recente di Doctor Who: senza ricorrere alla presenza di un vero e proprio antagonista, l’avventura si fa interiore, trasfigurandosi come un’indagine nei territori oscuri dell’infanzia. Le misteriose “creature” a cui il Dottore dà la caccia, presenze fantasmatiche che si muovono ai margini dello sguardo, non sono una minaccia concreta, bensì una personificazione di terrori ancestrali che tormentano l’individuo nelle fasi più suggestionabili dell’esistenza (l’infanzia e la vecchiaia), a cui diamo una raffigurazione percepibile nella forma di spettri, mostri o altre entità che si nascondono sotto il letto durante la notte, momento privilegiato per l’emersione dell’irrazionale. Il nucleo del discorso – e insieme il suo risvolto più inquietante – consiste nel fatto che persino il Dottore, nonostante la sua esperienza secolare e il suo ingegno prodigioso, sia affetto dalle medesime paure, e sia in tal senso riconducibile alla fragilità della natura umana. Non è poi così paradossale che tocchi proprio a Clara, un essere umano, istruirlo sulla gestione della paura, confortandolo con una dolcezza quasi materna: è come un cerchio che si chiude, uno scambio costante di ruoli tra la vittima e il suo salvatore (o salvatrice), dove l’epilogo coincide con l’inizio, e viceversa. La struttura è circolare, poiché i concetti di “prima” e “dopo”, di “passato” e “futuro”, divengono ininfluenti quando si viaggia a bordo di una macchina del tempo.

1

Moffat costruisce un intreccio spaziotemporale che in principio può apparire contorto, ma che in realtà si rivela solido e coerente nei suoi paradossi narrativi: gli spostamenti di Clara da un’epoca all’altra, come vera protagonista dell’episodio, innescano i processi del cambiamento negli altri personaggi, influenzando le loro vite fino a determinarne le scelte future (la carriera militare per Danny, ad esempio), o addirittura alcuni tratti della personalità (il rapporto del Dottore con la paura). La compagna del Signore del Tempo assume così un funzione di “guida”, emancipandosi dal suo ruolo assistenziale. D’altra parte, non è certo un caso che tali circostante si verifichino proprio con questa incarnazione del Dottore, il sempre bravissimo Peter Capaldi: il suo leitmotiv è infatti l’incertezza, il dubbio, e Clara svolge una funzione rassicurante; vigila su di lui, rinforza la sua autostima, rimprovera le sue mancanze, lo affianca nelle crisi più nere. È la sua “costante” in un universo caotico, dove la curiosità lo spinge fino ai limiti del tempo, come l’Ulisse dantesco oltre le Colonne d’Ercole, ad ascoltare il canto ritmato delle sue fobie che premono e picchiano e scalpitano per entrare. Ma Clara è sempre lì, a sussurrargli che non c’è disonore nella paura, e che persino nei più freddi e oscuri angoli del cosmo, quando la sua fiducia comincerà a vacillare, non sarà mai solo.

La citazione: «Questo è il silenzio alla fine del tempo.»

Ho apprezzato: l’interiorizzazione dell’avventura; il ruolo di Clara; la struttura circolare.

Non ho apprezzato: nulla di particolare.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di Doctor Who sul nostro Episode39 a questo LINK.

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