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La recensione del pilot di Legends, nuova serie con Sean Bean

Di Lorenzo Pedrazzi

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Su TNT ha debuttato Legends, nuova serie spionistica con protagonista Sean Bean, che interpreta un agente sotto copertura dell’FBI. Il pilot ci introduce in un contesto dove la verità è una materia estremamente ambigua…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Martin Odum (Sean Bean) è un infiltrato dell’FBI presso un’organizzazione terroristica americana, che vuole destabilizzare lo status quo del paese e rovesciare il governo del Presidente degli Stati Uniti, considerato alla stregua di un burattino nelle mani delle banche. Per farsi accettare dall’organizzazione, Martin ha assunto l’identità fittizia di Lincoln Dittman, un esperto in demolizioni che ha perso il lavoro e la famiglia, e che vuole vendicarsi nei confronti del “sistema”. Dopo sei mesi sotto copertura, è finalmente sul punto d’incontrare il capo dei terroristi, un uomo che si fa chiamare il “Padre Fondatore”, ma un’irruzione della DEA manda all’aria tutta l’operazione.
Martin torna quindi da suo figlio, e consegna alla sua ex moglie l’assegno per il mantenimento (da lui firmato erroneamente con il nome di Lincoln Dittman). In seguito, fa rapporto ai suoi capi dell’FBI, e la collega Crystal McGuire (Ali Larter) lo rimprovera per il suo modus operandi: Martin ha infatti l’abitudine di agire da solo, interrompendo i contatti con l’agenzia. Ora, però, dovrà accettare di tornare sotto copertura con una squadra di supporto, poiché il Padre Fondatore vuole ancora vederlo. Intanto, un senzatetto segue Martin ovunque vada, e gli rivela che la sua vita è tutta una farsa: l’uomo sostiene infatti che l’identità di Martin Odum sia fittizia, e gli intima di non fidarsi di nessuno. Confuso, Martin chiede a un collega di avviare il riconoscimento facciale sul senzatetto.
Infiltratosi nuovamente fra gli estremisti, Martin rischia però che la sua copertura salti, e Crystal, per avvertirlo del pericolo, si finge una spogliarellista dello strip club in cui i membri dell’organizzazione stanno ammazzando il tempo prima d’incontrare il Padre Fondatore. Quest’ultimo ordina l’uccisione di Martin, che però, per prendere tempo e rendere credibile la sua copertura, dice di essere un malato terminale di cancro, e desidera fare qualcosa di importante prima di morire. La squadra di supporto costruisce all’istante la sua storia clinica, inserendo diagnosi e cartelle nel database di un ospedale di Chicago; il Padre Fondatore ordina ai suoi uomini di verificare, e gli crede. La sua missione consisterà nel farsi esplodere durante il G7 dei ministri dell’economia, ma il progetto viene immediatamente bloccato dall’intervento della SWAT, non appena Martin entra in contatto con il terrorista; quest’ultimo, messo alle strette, minaccia di uccidere tutti i presenti – e se stesso – azionando il detonatore, ma Martin sa che non ne avrà il coraggio, e gli toglie il congegno. Poi, di ritorno a casa, scopre che il collega a cui aveva chiesto il riconoscimento facciale è stato ucciso. Martin viene quindi contattato dal senzatetto, che lo attende sulla banchina di una metropolitana, ma una donna lo pugnala al ventre poco prima del suo arrivo: l’uomo, in fin di vita, consegna a Martin un libro che conterrebbe le risposte alle domande circa la sua vera identità, e muore tra le sue braccia. Un inquietante complotto sta lavorando alle sue spalle, e siamo solo all’inizio…

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Il termine “leggenda”, da cui deriva il titolo della serie, fa riferimento all’identità fittizia acquisita da un agente sotto copertura, proprio come il Lincoln Dittman che Martin Odun ha costruito su di sé, ritagliandone alcuni risvolti (il divorzio dalla moglie) sulla sua esperienza personale. In tal senso, Martin compie un lavoro molto accurato: autore e interprete del suo personaggio, ne prepara dettagliatamente la storia personale, gli fornisce un aspetto credibile e lo arricchisce di tic o nevrosi che ne delineano il carattere, in questo caso la balbuzie. Sean Bean, finalmente in un ruolo da protagonista, è bravo a ritrarre la doppiezza di un personaggio che non sa più distinguere la realtà dalla menzogna, e confonde il suo alter ego con la sua vera personalità di agente federale. Anche se, certo, in una serie come Legends il concetto di “verità” è sempre mutevole, nebuloso ed estremamente relativo: memore della lezione di Philip Dick (pur senza averne la profondità riflessiva e l’arguzia satirica), lo show non si limita a raccontare le missioni sotto copertura di Martin, ma le incapsula in un contesto dove l’identità stessa del protagonista viene messa in discussione, e non esistono punti di riferimento sicuri nell’indagine della realtà. Qualunque sia la natura di questo complotto, dovrebbe costituire l’ossatura della narrazione orizzontale, mentre le trame verticali saranno focalizzate sulle singole missioni di Martin per conto dell’FBI. In questo pilot, fra l’altro, è apprezzabile che gli sceneggiatori abbiano deciso di seguire la strada del terrorismo interno, poco battuta negli show di stampo spionistico, anche se l’intreccio si risolve senza partcolari vertici di ritmo o di tensione, e risulta un mero pretesto per dimostrare le capacità di Martin, pur mantenendo lo sguardo sulle implicazioni socio-economiche del nostro tempo (la recessione, la perdità del lavoro, il malcontento sociale, l’avanzata di forze populiste e nazionaliste).

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Uno dei creatori della serie è Howard Gordon, già co-ideatore di 24 e Homeland (insomma, la crema delle spy story su piccolo schermo), ma Legends non vanta la medesima finezza in termini di scrittura e gestione della suspense. Anzi, nel corso della puntata si susseguono alcune evidenti cadute di stile: il corpo di Ali Larter è oggetto di una sessualizzazione davvero goffa e gratuita quando si finge spogliarellista per avvertire Martin (ricordate i suoi striptease davanti alla webcam in Heroes? Non è cambiato molto, da allora…), mentre la sospensione d’incredulità è messa a dura prova sia dalle magie informatiche della squadra di supporto – ma questo discorso vale ormai per qualunque prodotto di spionaggio, compreso 24 – sia dalle contraddizioni del Padre Fondatore, che prima mette in guardia i suoi uomini dal fatto che qualunque documento possa essere contraffatto, e poi crede senza problemi alle finte cartelle cliniche di Martin. Inoltre, la caratterizzazione dei personaggi secondari è quasi inesistente, almeno per ora; la serie punta tutto su Sean Bean, che comunque possiede il carisma e il talento per reggerne l’intero peso sulle sue spalle. D’altra parte, la trama orizzontale ha le potenzialità per rendersi intrigante, e la base letteraria – il romanzo Legends: A Novel of Dissimulation di Robert Littell – dovrebbe fornirgli una guida stabile nel corso dei dieci episodi, anche se la serie potrebbe seguire un percorso differente rispetto alla sua fonte. Staremo a vedere.

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La citazione: «Non sai dove inizia la tua vita, e dove finisce la tua leggenda.»

Ho apprezzato: l’interpretazione di Sean Bean; il mistero sulla vera identità del protagonista; il tema del terrorismo interno.

Non ho apprezzato: le forzature in un paio di passaggi narrativi; la scarsa caratterizzazione dei personaggi secondari.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di Legends sul nostro Episode39 a questo LINK.

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