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Mud, la recensione del film di Jeff Nichols con Matthew McConaughey

Di Andrea D'Addio

Arkansas. Due ragazzini trovano una barca su di un albero in mezzo ad un isolotto di una disabitata zona fluviale. Dentro ci vive un uomo, è un fuggitivo, ha ucciso un uomo per proteggere la donna che ama e sta facendo di tutto per ricongiungersi a lei. Ha bisogno d’aiuto e lo trova nei due giovani protagonisti, ragazzini destinati, dopo quell’estate, a diventare finalmente adulti.

Mud è senza dubbio un buon film. Dentro ci si trovano tutti i capisaldi del romanzo di formazione. L’ingenuità di chi ancora non si è confrontato con i problemi dell’età adulta, i primi amori, le illusioni e le disillusioni, una famiglia che cambia intorno al protagonista e lui che trova una valvola di sfogo in una storia parallela prima di confrontarsi nuovamente con la propria quotidianeità, ma stavolta da un punto di vista diverso, più maturo. Il racconto è fluido, la commedia si sposa bene con il dramma e con quel pizzico di romanticismo che porta il pubblico a sperare che tutto alla fine si risolva per il meglio per tutti, anche per chi ha sbagliato. Solo con il finale Jeff Nichols (già regista di una delle sorprese del Festival di Cannes 2011, Take Shelter con Michael Shannon qui presente con un cameo) rende chiaro che il suo è un film sui rapporti padre-figlio in generale. Il ragazzino con i genitori in via di divorzio, il fuggitivo con il suo padre adottivo e, soprattutto, con una scena di una sensibilità disarmante per come riesce a fare assumere tutta un’altra prospettiva alla storia, quello tra il papà dell’uomo ucciso e l’altro suo figlio, impegnati entrambi in una vendetta forse ingiusta, ma alla fine comprensibile.

È con questo finale che Mud giustifica parzialmente la decisione di Cannes di inserirlo – parliamo dell’edizione 2012, ndr – nel concorso ufficiale, nonostante avrebbe avuto tutte le carte in regola per un fuori concorso o ad un Alice nella città (la sezione dedicata ai film giovanilistici) del Festival di Roma. È un film poco ambizioso, ben strutturato e fluido, ma che non porta avanti nessuna idea di cinema particolare. Ad emergere alla fine è la bella performance del giovanissimo Tye Sheridan, già visto in The Tree of Life, così come appare sempre più convincente quel Matthew McConaughey che da quando non fa più commediole romantiche sta dimostrando di essere un attore completo. La poco inquadrata Reese Witherspoon continua invece una parabola discendente che nulla ha a che fare con le sue interpretazioni (è senza dubbio una brava attrice), bensì con le sue scelte: possibile che nessuno più gli proponga un ruolo “vero”?

 [La recensione è stata scritta in occasione della presentazione del film alla 65esima edizione del Festival di Cannes nel 2012] 

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