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When Marnie Was There – La recensione in anteprima del nuovo film targato Studio Ghibli

Di Redazione SW

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Screenweek dal Giappone

Anna è una dodicenne orfana di entrambi i genitori che vive con la madre adottiva nella città di Sapporo, nell’isola settentrionale di Hokkaido, ma fin dalla primissima scena del lungometraggio si intuisce che è una ragazza triste, molto introversa e con qualche problema di salute. Proprio per cambiare aria e cercare quindi di sfruttare gli effetti curativi della campagna verso l’asma che l’affligge, Anna viene mandata a trascorrere l’estate su una costa dell’Hokkaido assieme a parenti della madre adottiva. Anche qui Anna non sembra riuscire a trovarsi a suo agio però e l’espressione apatica che la caratterizzava in città non cambia anche se i parenti che la ospitano sono quanto di più solare si possa immaginare. Un giorno vestita controvoglia con uno yukata, una sorta di kimono estivo, partecipa alla festa di Takabata ma un litigio con una ragazza della sua età la fa scappare via aumentando il senso di alienazione che prova verso l’esterno e gli altri anche qui in aperta campagna.

È solo nel disegno che Anna sembra riuscire ad esprimere sè stessa e a liberare la sua natura interna, nel disegno e nella reverie, nel sogno notturno ed in quello ad occhi aperti la ragazza trova il suo posto nel mondo e ccon esso riesce a pacificarsi. Luogo ideale per questo suo immaginifico fantasticare è la vista di una vecchia villa apparentemente abbandonata sulla riva del mare ed è proprio qui che incontra e fa amicizia con una ragazza aperta e solare dalla folta chioma bionda, Marnie. Le due giovani fin dalle prime battute sembrano intendersi all’istante, si rivelano alcuni segreti e li condividono, è così che il loro legame si fa sempre più forte, con l’andar del tempo però man mano che il film scava nel loro passato e scandaglia le loro interiorità, questo rapporto si rivela sempre più misterioso ed ambiguo. La villa sembra disabitata durante il giorno ma la notte quando Anna si spinge verso essa con una barca, il mare illuminato dalla luna, l’abitazione sembra animarsi, una volta adirittura la ragazza entra invitata da Marnie nella casa per partecipare ad una festa con tanti invitati in qualità di venditrice di fiori. A completare il quadro misterioso degli eventi compare la vecchia governante dispotica che si occupa di Marnie, un burbero e solitario pescatore che non parla mai, una signora che da una collina con aria triste continua a dipingere la vecchia casa e verso la fine del lungometraggio una bambina, la nuova inquilina della vecchia villa che sarà funzionale a risolvere i tanti misteri nell’ultima parte del film.

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When Marnie Was There è una storia di crescita individuale, di maturazione molto ben ritmato, forse un po’ lento e prolisso nella parte centrale, ma anche un’esplorazione della potenza dell’immaginazione e di come essa possa esser salvifica quando riesce a metterci in contatto con gli altri e con l’esterno, sia esso animato o inanimato. Allo stesso tempo però il film è anche molto di più, a tratti novella gotica con alcuni attimi di puro terrore, in due scene della seconda parte del lungometraggio specialmente, Yonebayashi e collaboratori si rifanno quasi al racconto gotico europeo del diciottesimo secolo. Del resto alcuni stilemi presenti nel lungometraggio quali la vecchia casa isolata abbandonata ed il rapporto fra le due ragazze, quasi da doppelganger, ne sono una testimonianza abbastanza diretta.

Questo è lo scarto e la novità rispetto alla tradizione Ghibli, un’ estetica che denota una sensibilità diversa rispetto a quella di Miyazaki o Takahata quindi, ma è proprio per questo che il lavoro fatto da Yonebayashi, soprattutto in fase di scrittura, va lodato. Di contro, in continuità con i lavori precedenti dello Studio Ghibli c’è l’attenzione verso la descrizione dei luoghi e dei suoi dettagli soprattutto attraverso l’uso dei colori. Anche questa volta la tavolozza dei colori usata per la creazione dei paesaggi naturali diurni, quelli lunari notturni e degli interni delle abitazioni è assai riuscita e puntuale a restituirci non tanto il particolare, che comunque è presente, ma lo spirito e l’anima del luogo, come le descrizioni di Tokyo in S’alza il vento, o della Città incantata ma anche quelle del mercato e del mare in un lavoro non pienamenente riuscito come I racconti di terramare.

Succede così che l’uso dei colori e la ricostruzione degli esterni e del paesaggio ci mostrino nei primi 30 minuti lo scarto fra il Giappone urbano, nel particolare la città di Sapporo dove abita la protagonista, con le sue routine e le sue problematiche da una parte, e la campagna quasi selvaggia dell’Hokkaido dall’altra. Il viaggio in treno, prima con un superveloce e poi con un locale è nell’immaginario giapponese sinonimo di allontanamento dai grandi centri urbani con tutto ciò che questo comporta anche come spostamento e slittamento mentale. Ma non c’è nel film alcuna nostalgia bucolica verso la campagna, ma essa specialmente con le sue notti lunari, dove l’astro in Giappone quanto in Europa deborda in simbologie ed allegorie, offrono a Yonebayashi ed alla protagonista l’occasione per muoversi, indagare ed esplorare un altro piano d’esistenza o psicologico che dir si voglia. Questo scarto estetico è reso alla perfezione, come tradizione nei migliori lavori Ghibli, con poche ma perfette pennellate di colori come si diceva più sopra, e la bravura nel descrivere abitudini quotidiane, luci, rumori e piccole abitudini che vengono sottilolineate e ricreate alla perfezione.

Il giardino con i pomodori, la preparazione dei pasti con una forte tipizzazione locale (che può venir percepita ed apprezzata dai giapponesi o da chi in Giappone ci abita), naturalmente il paesaggio ma anche il carattere della coppia che ospita Anna con le loro occupazioni quotidiane, il loro carattere docile ed ottimista ed infine la casa in cui abitano. Una situazione e dei paesaggi che all’appassionato Ghibli forse faranno tornare in mente l’ambientazione ed alcune tematiche di Only Yesterday, lungometraggio diretto per lo studio giapponese dal Takahata nel 1991.

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Ci sarebbe molto da dire e scrivere ancora su questo When Marnie Was There ma sarebbe impossibile farlo senza evitare spolier, un’ultima cosa che ci preme sottolineare però è l’importanza che l’atto di disegnare riveste per Anna e nell’economia di tutto il lavoro. Il disegno e per sineddoche tutta l’arte in generale (e naturalmente l’animazione) acquisiscono quindi quasi un valore salvifico, nei momenti più difficili come possono essere quelli adolescenziali attraversati da Anna, il far ricorso al potere dell’immaginazione, alla reverie, il credere fermamente a quanto si vede dentro di sè può davvero aiutare a superare gli ostacoli più ardui. Che sia questo anche un augurio per il nuovo corso dello Studio Ghibli.

Cinema chiusi fino al 5 marzo, QUI gli ultimi aggiornamenti.


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