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The Strain, la recensione del primo episodio: Night Zero

Di Lorenzo Pedrazzi

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Guillermo del Toro esordisce nelle serie tv con The Strain, uno degli show più attesi di questa estate, basato sull’omonima saga letteraria scritta dallo stesso regista messicano con Chuck Hogan. Il primo episodio, Night Zero, presenta un’efficace commistione tra approccio gotico e scientifico…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Un aereo in volo da Berlino sta per atterrare a New York, ma a bordo accade qualcosa di orribile: uno strano essere, fortissimo e avvolto da un mantello bruno, aggredisce i passeggeri.
Intanto, il Dr. Ephraim Goodweather (Corey Stoll), capo del Centro Controllo Malattie di New York, arriva in ritardo a una seduta di coppia con sua moglie Kelly (Natalie Brown): Ephraim vorrebbe ricomporre il loro matrimonio, ma Kelly lo accusa di assenteismo e disattenzione nei confronti della famiglia, ed è per questo che si sono separati. Lei ora vive con il figlio Zach (Ben Hyland), e sta frequentando un altro uomo.
Costretto a rispondere a una chiamata insistente, Ephraim deve recarsi all’aereoporto, dove l’aereo proveniente da Berlino non dà più segni di vita, nonostante sia atterrato correttamente. Lo accolgono Jim Kent (Sean Astin) e la Dr.ssa Nora Martinez (Mia Maestro), che lo accompagna all’interno dell’aereo: i passeggeri sono immobili sulle loro poltrone, morti, ma improvvisamente alcuni di loro si risvegliano; nessuno, però, ricorda cosa sia successo, ed Ephraim non riesce a individuare la causa dei decessi. I cadaveri riportano tutti una strana e precisissima incisione sul collo, e dai loro corpi fuoriesce una sostanza biancastra. Ma le stranezze non sono finite qui: nella stiva dell’aereo viene trovato un imponente armadio decorato da fregi inquietanti, al cui interno è conservata della terra. In seguito, Ephraim e Nora raccolgono sull’aereo un parassita vermiforme, e capiscono che si tratta del portatore del contagio, anche se non hanno mai visto nulla del genere. Il mostro incappucciato, nel frattempo, aggredisce un funzionario dell’aereoporto, lo prosciuga del suo sangue e gli schiaccia la testa a mani (o zampe?) nude; poi, grazie alla sua forza devastante, ruba l’armadio – che in realtà è una bara – e la fa sparire.
L’unico che sembra sapere qualcosa è l’anziano gestore di un banco dei pegni, Abraham Setrakian (David Bradley), che ha già combattuto questa minaccia in passato, e se ne va in giro con una spada nascosta nel bastone da passeggio. Cerca di avvertire Ephraim che tutti i corpi devono essere distrutti, tagliandogli la testa e bruciandoli, ma ovviamente nessuno gli crede… anche se Nora, sentendolo nominare una certa “bara”, comincia ad avere dei dubbi. Nel frattempo, qualcuno trama nell’ombra: il miliardario Eldritch Palmer (Jonathan Hyde), a capo del cosiddetto Gruppo Stoneheart, brama l’immortalità, ed è in combutta con il Maestro, ovvero il mostro che si trovava a bordo dell’aereo. Palmer incarica il suo braccio destro Thomas Eichorst (Richard Sammel) di prelevare la bara e portarla a Manhattan, e Thomas ingaggia un piccolo criminale, Gus (Miguel Gomez), per compiere la missione, che ha buon esito anche grazie all’intervento di Jim, evidentemente controllato dal Gruppo Stoneheart.
L’epidemia, comunque, si sta già diffondendo: i passeggeri dell’aereo si rianimano nell’obitorio e uccidono il coroner, mentre la bambina che si trovava fra loro, Emma (Isabelle Nélisse), torna a casa dal padre, visibilmente trasformata…

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Guillermo del Toro sembra tornare ai vecchi tempi di Mimic, ma stavolta con una maggiore libertà creativa: The Strain, nonostante la presenza di Carlton Cuse come showrunner, è un prodotto che appartiene interamente al regista messicano, e questa paternità risulta evidente nella commistione tra un retaggio orrorifico tradizionale (i vampiri) ed elementi di stampo contemporaneo, come l’approccio pseudo-scientifico, l’ambientazione metropolitana e l’impiego di tecnologie moderne. Il gothic-tech di Pacific Rim è avvertibile anche qui, ed emerge soprattutto nella valorizzazione del contesto cupo e notturno, dove il bagliore acido delle luci artificiali genera un contrasto netto fra scienza e superstizione, razionale e irrazionale, ma sempre con un grande amore per i classici. Molti dettagli di Night Zero, infatti, richiamano alla mente il Dracula di Bram Stoker, e The Strain ne costuituisce la rilettura in veste contemporanea: Abraham non è che un novello Van Helsing (peraltro segnato dalle sofferenze della prigionia nazista, altra incarnazione del Male che l’uomo ha dovuto combattere), mentre la bara riempita di terra è una citazione palese dal romanzo di Stoker, ma con la differenza che, in questo caso, la terra serve per trasportare i vermi che veicolano il contagio. I vampiri tornano finalmente ad apparire come mostri disgustosi e succhiasangue, brutali e animaleschi, lontanissimi dalle rappresentazioni patinate delle ultime stagioni televisive, e decisamente più simili ai mutanti di Blade II, uno dei migliori film di Del Toro. Anche qui, inoltre, si conferma l’amalgama fra tradizione e reinterpretazione: argento e raggi ultravioletti (quindi solari) sembrano poter ferire i mostri.

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Al contempo, emergono anche certe debolezze tipiche del regista, in particolare nella sceneggiatura. I personaggi vivono conflitti stereotipati e prevedibili (i problemi familiari di Ephraim), e la loro caratterizzazione contribuisce a renderli abbastanza anonimi, o facilmente incasellabili in determinati topoi (come Nora, la cui funzione per il momento si limita alla sfera emotiva, in quanto confidente di Ephraim). Non c’è dubbio che il più interessante, finora, sia Abraham, interpretato dallo stesso attore che presta il volto all’odiato Walder Frey in Game of Thrones: Abraham è un vero duro, ma reca anche le ferite di centinaia di battaglie contro il Male (sia esso incarnato dal Maestro o dai nazisti), ed è l’unico ad avere un’idea di ciò che sta accadendo. Chiaramente rappresenta la tradizione, laddove Ephraim è invece il campione del metodo scientifico: le due anime dello show convivono in questi personaggi, che dovranno collaborare e trovare un’intesa per contrastare l’epidemia.

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Tutt’altro discorso per quanto riguarda le regia e l’apparato visivo, entrambi molto efficaci (anche perché reggono piuttosto bene lungo i settanta minuti del pilot, forse un po’ eccessivi). L’unione tra effetti pratici e animazioni digitali è impeccabile, e consente a Del Toro di divertirsi con alcune sequenze ributtanti: da ricordare le apparizioni dell’imponente Mestro (che non abbiamo ancora visto in faccia… sempre che ce l’abbia, una faccia), e l’aggressione dei neo-vampiri nell’obitorio, dove il malcapitato coroner si ritrova fra le mani un organo brulicante di vermi, il tutto sulle note stranianti di Sweet Caroline di Neil Diamond. The Strain si presenta quindi come una serie horror intrigante e di puro intrattenimento, appesantita solo dalla cornice narrante di Abraham, un po’ pretestuosa nei suoi discorsi retorici sull’amore (nonostante abbiano un senso, in relazione alla trama: è proprio il sentimento affettivo a guidare i contagiati verso i propri cari, come fa la piccola Emma). Comunque sia, un buon debutto.

La citazione: «L’amore li guiderà sulla via del ritorno. Alle loro case. Alle persone che amano.»

Ho apprezzato: la commistione fra tradizione e contemporaneità; l’atmosfera generale; il personaggio di Abraham; l’aggressione nell’obitorio; gli effetti visivi.

Non ho apprezzato: la caratterizzazione poco incisiva dei personaggi; i conflitti un po’ stereotipati.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di The Strain sul nostro Episode39 a questo LINK.

Cinema chiusi fino al 5 marzo, QUI gli ultimi aggiornamenti.


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