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Halt and Catch Fire, la recensione del settimo episodio: Giant

Halt and Catch Fire, la recensione del settimo episodio: Giant

Di Lorenzo Pedrazzi

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Giant, settimo episodio di Halt and Catch Fire, sposta i contrasti tra Joe, Gordon e Cameron sulla progettazione del design esterno del computer: conta di più lo stile o la sostanza?

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Dopo aver completato l’interno della macchina con cui la Cardiff Electric debutterà sul mercato dei personal computer, Joe MacMillan (Lee Pace) ha bisogno di un designer che si occupi dell’aspetto esterno, e si rivolge all’acclamato Simon Church (D.B. Woodside), con cui ha avuto una storia dieci anni prima. Gordon Clarke (Scoot McNairy), però, non accetta le sue proposte: i progetti di Simon sono sicuramente molto belli, ma non si adattano alla struttura interna del computer, e costringerebbero il team a ricostruire la macchina da capo. Simon se ne va, indispettito, mentre Gordon torna a casa per badare alle sue bambine, poiché sua moglie Donna (Kerry Bishé) è via per lavoro. Frustrato ed esasperato, Gordon racconta alle figlie la storia del Gigante di Cardiff, il finto gigante pietrificato che fu costruito da George Hull e rinvenuto nel 1869 a Cardiff, New York, e di cui l’impresario circese P.T. Barnum si prese il merito, fabbricandone una copia. Intanto, Donna si sente lusingata della stima che il suo capo nutre per lei, e scambia queste attenzioni per un interesse fisico: tenta quindi di baciarlo, ma lui la ferma con gentilezza, cercando di rassicurarla sulla scarsa importanza di quel fraintendimento.
Parallelamente, Cameron Howe (Mackenzie Davis) sviluppa una punta di gelosia nei confronti di Simon, riapparso proprio adesso che lei e Joe cominciavano ad approfondire la loro instabile relazione. Il tentativo d’ingaggiare un altro designer si rivela un fallimento, perché il tizio in questione fa un commento poco appropriato sulla presunta omosessualità di Joe, e John Bosworth (Toby Huss) lo colpisce con un pugno. Joe si confronta di nuovo con Simon, sostenendo che il reale valore della macchina si trova all’interno, non all’esterno, e Simon si convince a realizzare il progetto; purtroppo, però, è malato, e questo loro incontro potrebbe essere un addio. Joe torna in taxi con Cameron, dimostrandole la sua fedeltà, almeno per ora.
Nel frattempo, Donna torna a casa con un’auto presa a noleggio, e trova Gordon che, nel cuore della notte, scava una buca nel giardino. «Sto cercando il gigante» le dice.

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Nuovi frammenti del passato di Joe MacMillan vengono a galla in questo settimo episodio di Halt and Catch Fire, che sfrutta il contrasto fra stile e sostanza, apparenza e contenuto, per drammatizzare ulteriormente il cammino dei protagonisti, la cui vita professionale si ripercuote su quella privata. Joe ritrova un vecchio amore, e i contrasti sul design del computer riecheggiano – o lasciano riaffiorare – gli antichi rancori e i conflitti mai risolti, provocandone persino di nuovi nel rapporto con Cameron: pur con il suo atteggiamento rude e sarcastico, la ragazza sviluppa un legame con Joe che oltrepassa l’espressione fisica, e teme di perderlo («Ti stancherai di me?» gli chiede alla fine, e lui risponde con un laconico «Non lo so»). È l’episodio in cui Joe si sente più esposto, più vulnerabile, al punto che nemmeno la sua proverbiale dialettica sembra in grado di proteggerlo, e quando si confronta con Simon deve parlare in tutta onestà, con un linguaggio diretto, emotivo e privo di sofismi. Paradossalmente, come se i due personaggi fossero legati da una sorta di simbiosi, anche Cameron rivela tutta la sua segreta fragilità, e questo risulta evidente dalle lacrime che versa per lui, in taxi.

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Esasperanti, per non dire folli, sono invece le conseguenze che sperimenta Gordon, totalmente incapace di separare il lavoro dalla vita privata. Sua moglie Donna s’illude di potersi consolare fra le braccia di un altro perché non si sente apprezzata: Gordon è troppo concentrato sul suo progetto per accorgersi che la moglie, oltre a dimostrare continuamente la sua brillantezza intellettuale, si fa in quattro per lui e le figlie, nel difficile compito di far coesistere vita familiare e professionale. Calzante l’impiego del Gigante di Cardiff come metafora del lavoro di Gordon, peraltro facilitata dalla coincidenza dei nomi (Cardiff è anche l’azienda per cui lavora, e il computer si chiamerà proprio “The Cardiff Giant”): Gordon si identifica con l’inventore della celebre bufala, e vede in Joe, o in Simon, il P.T. Barnum della situazione che se ne assumerà il merito. La sua frustrazione sfocia però in un comportamento maniacale, e probabilmente Donna ci penserà su due volte prima di lasciargli ancora le bambine. È interessante notare, in tal senso, come il cortocircuito fra vita privata e vita professionale riguardi tutti i personaggi (persino John, che vorrebbe ipotecare la casa per finanziare il progetto del computer), e risulti sempre, invariabilmente, in un disastro; segno di un’epoca dove il successo cominciava a essere l’unica misura del prestigio sociale, e la linea di confine tra le due sfere del quotidiano diventava sempre più sfumata.

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La citazione: «Alla fine, non conta il design che sceglierai, perché è quello che c’è dentro la macchina a essere geniale.»

Ho apprezzato: il cortocicuito fra vita privata e professionale; l’utilizzo del Gigante di Cardiff come metafora; il rapporto incostante fra Joe e Cameron.

Non ho apprezzato: nulla di rilevante.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di 24: Live Another Day sul nostro Episode39 a questo LINK.

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