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The Leftovers, la recensione dell’episodio pilota

Di Lorenzo Pedrazzi

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Ieri sera ha debuttato su HBO The Leftovers, la serie televisiva creata da Damon Lindelof (Lost, Prometheus) e Tom Perrotta a partire dall’omonimo romanzo di quest’ultimo: l’episodio pilota, diretto da Peter Berg, pone le basi per uno show raffinato e piuttosto criptico…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Il 14 ottobre di tre anni fa, il 2% della popolazione mondiale sparì misteriosamente. Milioni di uomini e donne, bambini e bambine, padri e madri, figli e figlie, scomparvero nel nulla da un momento all’altro. Oggi, il mondo continua a interrogarsi sulla natura del fenomeno, e alcuni ritengono si sia trattato dell’estasi biblica, l’ascensione dei credenti – diciamo pure dei più meritevoli – in Paradiso. Ma gli scomparsi non erano tutti meritevoli, anzi. La “selezione”, se così si può chiamare, sembra sia stata puramente casuale. Fra di essi ci sono anche molti personaggi pubblici, come Shaquille O’Neal, Jennifer Lopez, Papa Benedetto XVI e Gary Busey.
Nella cittadina di Mapleton, New York, il capo della polizia Kevin Garvey (Justin Theroux) sta facendo jogging, quando incontra un cane randagio che, lentamente, sembra riporre un po’ di fiducia in lui, e comincia ad avvicinarsi… ma viene improvvisamente ucciso da un colpo di fucile sparato da un uomo (Michael Gaston) che guida un pick-up. Kevin non riesce a fermarlo, allora prende il cadavere del cane e lo mette nel bagagliaio della sua auto. Capiamo subito che la sua vita è piuttosto tormentata: sua figlia Jill (Margaret Qualley) è un’adolescente irrequieta, insofferente alla (pur blanda) autorità paterna, e invaghita di un coetaneo che, però, sembra preferirle la sua migliore amica Aimee (Emily Meade); il figlio Tom (Chris Zylka) non risponde mai alle sue chiamate, e lavora come intermediario per un enigmatico individuo, Wayne (Paterson Joseph), una specie di santone che promette di alleviare il “male di vivere” del prossimo, ovviamente dietro cospicuo compenso, e vive in una villa affollata da ragazze asiatiche in bikini; la moglie Laurie (Amy Brenneman) si è invece unita al gruppo dei Guilty Remnants (i “colpevoli superstiti”), una sorta di culto che prevede il silenzio perenne, e il costante consumo di sigarette. “Non fumiamo per il nostro piacere, ma per proclamare la nostra fede”, recita un cartello appeso nel loro quartier generale.
Nel frattempo, il comune prepara le celebrazioni per il terzo anniversario dell’estasi. Si chiamerà Heroes Day, anche se, in realtà, non tutti gli scomparsi possono essere definiti “eroi”, ma il sindaco Lucy Warburton (Amanda Warren) sostiene che «nessuno verrebbe alla parata del giorno-del-non-sappiamo-che-cazzo-è-successo», e quindi è stato deciso di chiamarlo in quel modo. Kevin è contrario alle celebrazioni: è convinto che i Guilty Remnants si presenteranno a scopo provocatorio, e causeranno qualche guaio. Dopo una notte agitata, in cui sembra che un cervo sia entrato nella sua cucina per distruggere tutto, Kevin scopre di avere ragione: i Superstiti fanno capolino durante la cerimonia ed espongono un cartello che dice “Smettetela di sprecare il fiato”, suscitando così la rabbia dei cittadini, che li attaccano a pugni e calci. I Superstiti non reagiscono, ma è necessario tutto l’impegno della polizia per riportare la calma.

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Jill, intanto, cerca di sfamare la sua bramosia di nuove esperienze. Dopo aver reagito violentemente al fallo di un’avversaria mentre giocava a hockey su prato, si reca a una festa con Aimee, dove quest’ultima finisce a letto proprio con il ragazzo che piaceva a lei, il tutto nell’ambito di una versione estrema del “gioco della bottiglia”. Jill si ritrova invece a dover strangolare fino all’eccitazione un altro ragazzo che, nel frattempo, si masturba. Annoiata e insofferente, esce dalla casa e incappa in Max e Charlie Carver (Scott e Adam Frost), due fratelli che avevano cercato di rimorchiare lei e Aimee qualche ora prima: hanno perso le chiavi dell’auto, così Jill apre il bagagliaio della macchina del padre per prendere una torcia, e trova il cane morto. I tre ragazzi lo seppelliscono, e uno dei fratelli dice che molti cani sono tornati allo stato brado e hanno adottato comportamenti selvaggi dopo aver assistito alle sparizioni dei loro padroni. La stessa cosa, secondo lui, sta accadendo anche alle persone, solo che ci vorrà più tempo.
Tom, invece, ha un incontro ravvicinato con Wayne. Dopo aver accompagnato un membro del congresso al suo cospetto per alleggerirlo di un non meglio specificato “peso”, Tom si ferma a flirtare un po’ con Christine (Annie Q.), una delle ragazze che popolano la magione di Wayne, e quest’ultimo, per tutta risposta, gli chiede di rimanere per parlargli: oltre a intimargli di starle lontano, gli confida che qualcosa sta per accadere, e che «il periodo della grazia è finito». Il giorno dopo, mentre suo padre lo sta chiamando, Tom s’immerge nella piscina e urla silenziosamente sott’acqua, in preda alla frustrazione.
Quella sera, reduce dall’Heroes Day, Kevin va a sbronzarsi in un pub e poi, mezzo ubriaco, si dirige verso la sede dei Guilty Remnants per parlare con sua moglie. Una donna di nome Patti Levin (Ann Dowd), che sembra essere la figura di riferimento del gruppo, gli comunica che non è il benvenuto, e comunque Laurel si rifiuta di parlare con lui. Mentre Kevin viene cacciato, alla sede si presenta Ann Abbott (Liv Tyler), una giovane donna che sta per sposarsi con il suo fidanzato, e che chiede ospitalità per un paio di notti.
Kevin torna a casa, ma sulla strada trova un cervo, forse lo stesso che ha visto in sogno la notte prima, e che gli avrebbe devastato la cucina. L’animale fugge, inseguito da un branco di cani selvaggi che lo assalgono e lo sbranano, ma interviene di nuovo il vigilante con il fucile, e comincia a sparare. «Sono sveglio?» gli chiede Kevin. «Ora lo sei» gli risponde l’uomo, facendogli capire che quei cani non sono più i loro cani, i cani della città. Dopo la scomparsa dei padroni, sono diventati qualcos’altro. Kevin, addolorato, comincia a sparare a sua volta.

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Ribaltando la dinamica più consueta delle storie sovrannaturali, The Leftovers mette in scena un evento straordinario “per sottrazione”, concentrandosi su chi ne subisce le conseguenze indirette (i “lasciati indietro” del titolo), piuttosto che sulla sorte di chi è stato coinvolto in prima persona, il cui destino rimane ignoto. Qualunque sia la natura dell’evento, spiegabile o meno attraverso la ragione, l’idea vincente, per quanto crudele, risiede proprio in quella percentuale esigua: il 2%, infatti, non ha una grande ampiezza sul piano statistico, ma reca un peso enorme a livello umano ed emotivo. Non è abbastanza da provocare l’apocalisse su scala planetaria in termini di status politico-sociale, ma basta per sconvolgere la vita privata di miliardi di persone: abbandonati dai propri cari, lancinati dal dubbio di non essere meritevoli (discorso che comunque riguarda solo i credenti), i “lasciati indietro” sono però costretti a continuare con le proprie vite, con il proprio lavoro, con la propria quotidianità, ora stravolta da quell’assenza che li accompagna costantemente, come un ossessivo rumore di fondo. È una grande e limpida metafora dell’elaborazione del lutto: la perdita delle persone amate frantuma l’interiorità di chi la subisce, ma la Terra continua a girare, e le responsabilità quotidiane restano le stesse. Ma non si tratta di un dolore che, retoricamente, unisce le sue vittime, e le porta a solidarizzare; al contrario, è un dolore che divide, squassa i rapporti familiari e riduce ogni individuo a uno stato di solitudine e d’isolamento. È proprio ciò che accade alla famiglia Garvey, ma Damon Lindelof e Tom Perrotta celano astutamente fino alla fine le ragioni della separazione. Per tutto l’episodio, noi spettatori siamo portati a credere che la madre sia sparita insieme agli altri, e che i problemi di Kevin, Jill e Tom siano causati da questo trauma; invece, Laurel si trova a pochi metri da loro. Non è scomparsa, ha semplicemente deciso di unirsi ai misteriosi Guilty Remnants, accettando il loro voto di silenzio, la vita in comunità, gli abiti bianchi e il consumo perenne di sigarette, il cui significato – come per altre ritualità della setta – resta oscuro. Altrettanto nebuloso è il ruolo di Wayne: l’estasi (sempre che di estasi si tratti) ha stimolato la nascita di culti religiosi o altre organizzazioni rette da ciarlatani, ma nella follia passivo-aggressiva di Wayne potrebbe forse celarsi qualche verità. Al contempo, però, sembra ben più lucida l’analisi dei fratelli Carver, che richiama alla mente il significato stesso dell’estasi biblica, o di alcune sue interpretazioni: dopo l’assunzione dei meritevoli in Paradiso, i superstiti devono affrontare sette anni di caos, guerre, piaghe e sofferenze, prima che Cristo ristabilisca un regno di pace della durata di mille anni. A Mapleton quella sofferenza pare sia già iniziata, e i primi segni d’instabilità sono ben visibili.

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Questa prima puntata di The Leftovers sembra quindi porre le basi per uno show criptico e raffinato, ma soprattutto lontano dai didascalismi di molte serie tv americane. La sceneggiatura non si preoccupa di spiegare tutti i rapporti di causa-effetto, o i legami fra i personaggi, ma preferisce agire per suggestione, lasciando che gli sviluppi narrativi e i retroscena si dipanino attraverso le azioni e le immagini, e non per mezzo dei dialoghi (essenziali e mai troppo verbosi). Peter Berg possiede il talento visivo adatto per infondere alla trama un fascino enigmatico e intimista, dove le dolci musiche di Max Richter assumono una funzione ironica e straniante, e gli improvvisi flashback – repentini come lampi in un temporale – gettano inquietudine sul passato dei personaggi, rompendo la linearità del racconto con inquadrature frenetiche e un montaggio sincopato. L’impressione è che le conseguenze emotive dell’estasi contino più del mistero in sé, anche se Lindelof, dopo le polemiche sul finale di Lost, sa bene che stavolta dovrà fornire una chiusura più definitiva e soddisfacente per i gusti del grande pubblico, e la fonte letteraria dovrebbe aiutare in tal senso. Per ora, l’esordio promette molto bene: l’atmosfera sottilmente criptica, l’abile concatenazione degli eventi e l’inattesa confusione tra realtà e sogno (sperimentata da Kevin nell’episodio con il cervo) spianano la strada per una serie potenzialmente memorabile. Staremo a vedere.

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La citazione: «Non sono i nostri cani. Hai detto che sono i nostri cani, ma non lo sono. Non più.»

Ho apprezzato: la sceneggiatura criptica e poco didascalica; la regia di Peter Berg; la metafora dell’elaborazione del lutto; l’interpretazione di Justin Theroux.

Non ho apprezzato: nulla di rilevante.

La serie debutterà in versione italiana su Sky Atlantic il prossimo 10 luglio.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di The Leftovers sul nostro Episode39 a questo LINK.

Cinema chiusi fino al 5 marzo, QUI gli ultimi aggiornamenti.


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