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Halt and Catch Fire, la recensione del secondo episodio: FUD

Di Lorenzo Pedrazzi

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FUD, secondo episodio di Halt and Catch Fire getta una luce ambigua sul personaggio di Joe, mentre la Cardiff Electric è sull’orlo della bancarotta…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

1983. Joe MacMillan (Lee Pace) si è fatto assumere dalla Cardiff Electric, e con uno stratagemma ha costretto il capo della società, John Bosworth (Toby Huss), ad avviare la costruzione di un personal computer che faccia concorrenza allo strapotere della IBM, affidandolo al talentuoso ingegnere Gordon Clarke (Scoot McNairy) e alla brillante programmatrice Cameron Howe (Mackenzie Davis), studentessa inquieta che dovrà scrivere il codice BIOS. Poiché Gordon ha praticato l’ingegneria inversa su un computer IBM (ovvero, l’ha smontato per comprenderne il funzionamento), lui e Cameron non potranno mai entrare in contatto, pena una denuncia della stessa IBM.
Gordon ottiene così un ufficio tutto suo, Joe diventa Senior Product Manager, mentre Cameron viene relegata in una stanzetta e sorvegliata a vista da un dipendente della Cardiff. Purtroppo, però, la IBM comincia a fare terrà bruciata attorno alla società, privandola della maggior parte dei suoi clienti con offerte più vantaggiose; alla Cardiff, in questo modo, restano soltanto due mesi di attività, poi dovrà dichiarare il fallimento. Cresce quindi la tensione fra Joe, Gordon e Cameron, ma i codici scritti da quest’ultima sono di grande valore, e Joe continua a cullare l’idea di un computer che costi la metà, sia doppiamente veloce e persino portatile. Durante una colluttazione con Gordon, la sua camicia si slaccia, rivelando le vistose cicatrici che gli attraversano l’addome: Joe racconta che furono causate da un gruppo di bulli, quand’era bambino, e la sua passione per lo Sputnik lo portava a ignorare i risultati delle partite dei Giants, rendendolo un “diverso”. Questo aneddoto convince Gordon a non abbandonare il loro progetto, ma Cameron si accorge che la storia è completamente inventata. Joe sorride, sornione: «Ma davvero?».

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Dopo sole due puntate, Halt and Catch Fire si conferma una delle novità più valide di questo 2014, nonché una delle serie televisive più raffinate in circolazione. Lo dimostra, in primo luogo, la qualità della ricostruzione scenografica: gli anni Ottanta sono un decennio molto riconoscibile sul piano stilistico, ed è sin troppo semplice farsi prendere la mano dai cliché e dagli stereotipi visivi di quel periodo, ma lo show – anche grazie alla classe del regista Juan José Campanella (Il segreto dei suoi occhi) – si mantiene sui livelli della sobrietà, riproducendo efficacemente l’atmosfera dell’epoca, i suoi colori e le sue caratteristiche “materiche”, senza mai ricorrere a soluzioni kitsch. In questo contesto si combatte la battaglia per il personal computer, dove le menti più geniali e visionarie – i tre protagonisti, soprattutto Cameron – immaginano il futuro, profetizzando l’avvento di internet, degli schermi ad alta definizione e di altre piccole o grandi rivoluzioni informatiche, a noi ben note. Di fatto, assistiamo ai primi passi della moderna era digitale, ricca di fascino pionieristico: tra la minaccia della IBM e i problemi familiari di Gordon, l’inquietudine di Cameron e i segreti di Joe, costruire il futuro non è cosa facile, ma richiede coraggio, spirito di sacrificio e attitudine al rischio, un po’ come accade anche al Richard di Silicon Valley, ma con la differenza che questa è la “Silicon Prairie”, nel Texas, dove regna un maggior pragmatismo e una più spiccata rigidità mentale, che non lascia spazio per la stravaganza. Inoltre, come detto, siamo all’alba del personal computer, un’era che molti programmatori o semplici appassionati – forse influenzati da un eccesso nostalgico – considerano ben più avventurosa rispetto al presente.

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Entrando nel dettaglio di FUD, la reazione della IBM non ha certo tardato ad arrivare: il piano di Joe rischia di crollare sotto il peso della bancarotta, e la stessa sorte sembra toccare anche alla relazione fra i tre personaggi principali, legati da un rapporto di dipendenza reciproca, ma non certo di amicizia. Le rispettive ambizioni visionarie li portano a scegliere la strada più difficile (Joe e Cameron rifiutano un’offerta di lavoro alla IBM), ma chiaramente Joe nasconde qualcosa di ambiguo: cos’ha fatto realmente nell’ultimo anno e mezzo, prima di approdare alla Cardiff? E qual è l’origine delle sue cicatrici? Grande imbonitore, con un sorriso intrigante, ottime capacità affabulatorie e la tendenza a manipolare il prossimo, Joe è un personaggio fascinoso perché inafferrabile, stratificato, impossibile – per ora – da comprendere nella sua interezza. Molto bravo Lee Pace, che naturalmente attinge alla figura dello yuppie, ma la carica di uno spessore e di un magnetismo che travalicano la superficialità solitamente attribuita a questa categoria. Gordon e Cameron, che pure possiedono le capacità “pratiche” per rivoluzionare i computer domestici, non possono fare a meno della sua guida, della sua fiducia e del suo stimolo costante, anche se questo significa manovrare la realtà. Con il procedere della stagione, scopriremo se i suoi fini siano benevoli o puramente egoistici.

La citazione: «Sei come uno di quei tizi che hanno letto troppe volte Il giovane Holden e decidono di sparare a un Beatle. Solo che in questa storia sono io, il Beatle.»

Ho apprezzato: la ricostruzione d’epoca; l’interpretazione di Lee Pace; la tensione costante fra i protagonisti; il fascino ambiguo di Joe.

Non ho apprezzato: nulla di rilevante.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di 24: Live Another Day sul nostro Episode39 a questo LINK.

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