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I Simpson – La recensione dell’episodio in versione Lego: Brick Like Me

Di Lorenzo Pedrazzi

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I Simpson festeggiano il loro 550° episodio con Brick Like Me, puntata speciale in cui Homer si ritrova in una Springfield fatta di mattoncini Lego…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER.

È un giorno come un altro, a Springfield: Homer si sveglia con la voce “soave” dell’amata Marge, i ragazzi fanno colazione in cucina, e tutto è composto da mattoncini Lego. Ogni personaggio è liberamente smontabile, le teste e gli arti si possono separare dal corpo senza ripercussioni, la morte non esiste. Basta ricostruire, o ricostruirsi. Ma, quando Homer si reca al negozio di fumetti per comprare una scatola di montaggio per Lisa, accade qualcosa d’inaspettato: non appena tocca la scatola, Homer sperimenta la visione di una realtà parallela in cui tutti sono fatti di carne, e vede se stesso che regala a Lisa il medesimo giocattolo, aiutandola a montarlo. Progressivamente, si rende conto che il mondo di mattoncini non gli appartiene, ma è invece un universo ideale in cui ogni cosa trova il suo posto, nessuno invecchia e nessuno muore, e Lisa non crescerà mai per diventare adolescente, ma resterà sempre bambina e sarà sempre disposta a giocare con lui. Eppure, è davvero questo ciò che Homer vuole? Tornare alla “vera” realtà non sarà semplice…

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«Non ci stiamo svendendo! È co-branding! Co-branding!» dice Homer all’inizio di Brick Like Me, stabilendo sin dalla prima scena un clima ironico e autoreferenziale che si adatta benissimo al retaggio de I Simpson. Era dai tempi gloriosi dello splendido Homer³ che lo show di Matt Groening non esplorava una dimensione parallela, ma la differenza è che stavolta si mantiene all’interno della sua continuità narrativa, in un episodio della serie regolare (Homer³ era invece un segmento di La paura fa novanta VI). Una sfida anzitutto di natura tecnica, che può dirsi vinta: la ricostruzione di Springfield dimostra una grande cura per ogni singolo dettaglio, giocando sulla specificità dei mattoncini Lego (l’acqua composta di dischetti trasparenti, le capigliature sostituibili a seconda dell’occasione…) e sulla virtuale immortalità di oggetti e personaggi, che si possono ricostruire senza problemi. L’animazione, poi, ha la spigolosità tipica e piacevolissima dello stop-motion, e restituisce ottimamente il senso di solidità e “fisicità” della plastica, anche in virtù degli effetti riflettenti e luministici. Efficace anche l’integrazione con i disegni animati in 2D, quando le mani di Homer e il suo riflesso nei vetri diventano a cartoon («Marge! Per caso hai sostituito il nostro solito specchio con uno specchio magico comprato presso un negoziante mistico in uno strano negozio che se fossimo tornati a cercarlo non l’avremmo trovato?»).

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Non proprio memorabili sono le gag, almeno per chi è abituato all’epoca d’oro de I Simpson. Si sorride garbatamente, senza slanci di grande brillantezza, anche se gli sviluppi della trama sono piuttosto apprezzabili: la contaminazione con il Lego, infatti, non è gratuita, ma trova una giustificazione sensata all’interno della storia, poiché Homer vede nei mattoncini l’emblema dell’infanzia di Lisa, quando ancora la bambina guardava a suo padre come l’unico uomo della sua vita, e desiderava averlo vicino per giocare. Lisa, però, sta crescendo, e pretende maggiore autonomia (simboleggiata dal film della saga The Survival Games, limpida parodia di Hunger Games), dunque non ha più voglia di condividere grandi momenti con lui; da qui, Homer costruisce una realtà allucinatoria in cui tutto è stabile, congelato, sottratto allo scorrere del tempo: come un plastico di mattoncini Lego. «Ho fatto questo folle sogno in cui mi trovavo in un mondo di mattoncini Lego, e ho imparato delle lezioni importanti sull’essere genitore» dice Homer dopo il risveglio, e Lisa tenta di fargli notare che la trama è la stessa di The LEGO Movie (pur senza citarlo verbalmente). Gli autori scherzano quindi sulle similutudini tra Brick Like Me e il film di Phil Lord e Chris Miller, che in effetti presenta alcune dinamiche molto simili, come il modellino di una città che diventa l’ambientazione per una realtà parallela fatta di mattoncini Lego, o la riconciliazione fra padre e figlio al termine dell’avventura. Naturalmente, però, l’episodio non fatica ad affermare la propria personalità e indipendenza creativa: la fusione dei due mondi si realizza da una prospettiva nettamente simpsoniana, con tutte le conseguenze umoristiche del caso. Senza dubbio, insomma, è una puntata da ricordare, ma più per la sua eccezionalità tematica e realizzativa, che per la sua effettiva brillantezza comica o satirica.

La citazione: «Non posso andare in chiesa, sono troppo occupato a impazzire!»

Ho apprezzato: l’animazione dei mattoncini e dei personaggi Lego; l’integrazione con i cartoon disegnati; l’impostazione della trama; la gag finale che cita The LEGO Movie.

Non ho apprezzato: la maggior parte delle gag sono poco incisive.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di Agents of S.H.I.E.L.D. sul nostro Episode39 a questo LINK.

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