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Game of Thrones, la recensione del settimo episodio: Mockingbird

Di Lorenzo Pedrazzi

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Mockingbird, settimo episodio della quarta stagione di Game of Thrones, rallenta il ritmo della serie, ma offre un paio di notevoli colpi di scena…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Daenerys Targaryen: a Meereen, nelle sue stanze private, Daenerys riceve la visita di Daario Naharis, che le chiede d’inviarlo a fare ciò che gli riesce meglio: uccidere i nemici. La Madre dei Draghi decide quindi di mandarlo in una delle città precedentemente liberate per punire gli schiavisti che hanno ripreso il potere, ma i consigli di Ser Jorah le fanno cambiare idea: invece di usare direttamente la violenza, Daario e l’esercito dei Secondi Figli metteranno gli schiavisti di fronte a una scelta, morire oppure accettare di vivere pacificamente nel “nuovo mondo” di Daenerys. In questo modo gli schiavi, che conoscono soltanto dolore e sopraffazione, potranno finalmente assistere a un atto di clemenza.

Tyrion Lannister: ad Approdo del Re, Tyrion viene rimproverato da Jaime per aver vanificato il suo piano, e gli comunica – a malincuore – che non potrà difenderlo nel processo per combattimento contro l’implacabile Gregor Clegane, la Montagna che Cavalca, poiché la sua mano sinistra non gli permette di brandire la spada con sufficiente abilità. Anche Bron, allettato da una promessa di matrimonio con una ricca signora, si rifiuta di combattere per lui, e inoltre la forza di Clegane lo intimorisce parecchio. Per Tyrion sembra non ci siano speranze, almeno finché Oberyn Martel, la Vipera Rossa di Dorn, non si presenta nella sua cella: sarà lui a rappresentarlo nel duello, così avrà finalmente l’opportunità di uccidere la Montagna per vendicare la morte di sua sorella e dei suoi bambini.

Arya Stark: dopo aver aiutato un povero mercante moribondo a trovare la pace, Arya e il Mastino s’imbattono in un uomo che la ragazzina aveva conosciuto dopo la sua fuga da Approdo del Re, e che ora vorrebbe riscuotere la ricca taglia che pende sulla testa del Mastino. Ovviamente non ci riesce, poiché Arya lo trafigge al cuore con la sua spada. In seguito, il Mastino ha bisogno di aiuto per una brutta ferita al collo, ma non vuole cauterizzarla con il fuoco perché le fiamme lo terrorizzano: da piccoli, suo fratello Gregor (la Montagna) lo aveva infatti sfigurato con una brace incandescente come punizione per aver giocato con un suo giocattolo. Arya comincia a sviluppare un senso di empatia nei confronti del suo accompagnatore, e lo aiuta a ricucire la ferita.

Brienne di Tarth: in sosta presso una locanda, Brienne e Podrick vengono serviti da uno dei ragazzi che Arya aveva conosciuto dopo la sua fuga da Approdo del Re. Scoprono così che la piccola Stark è ancora viva, e si dirigono quindi a Nido dell’Aquila, per cominciare le ricerche da lì.

Jon Snow: di ritorno dalla magione di Craster, Jon trova una pessima accoglienza da parte di Ser Allister, che deride i suoi avvertimenti circa la vulnerabilità del Castello Nero e della Barriera di fronte all’esercito di Mance.

Sansa Stark: A Nido dell’Aquila, Sansa modella una riproduzione di Grande Inverno con la neve, ma viene interrotta da suo cugino Robin, che distrugge una torre nel tentativo di aggiungerci una Porta della Luna. Ne nasce un alterco che termina con uno schiaffo di Sansa al capriccioso cugino, il quale fugge via in lacrime. Petyr interviene e la rassicura sul suo futuro, poi le dà un bacio sulla bocca che viene spiato da Lysa. Gelosa della nipote, la donna minaccia di gettarla dalla Porta della Luna, ma Petyr le intima di lasciarla andare, dicendole che nella sua vita ha amato un’unica donna… sua sorella. Dopodiché, la fa precipitare nel vuoto.

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Fra tutti gli episodi della stagione corrente, Mockingbird è forse quello dove l’assenza d’azione si fa sentire di più, poiché il ritmo subisce qualche rallentamento di fronte al predominio dei dialoghi. Detto questo, non si può negare che Game of Thrones sappia reggersi tranquillamente sui complotti di palazzo e sui contrasti caratteriali, e nel complesso questa puntata risulta comunque molto godibile, anche grazie a due colpi di scena che stimolano la curiosità e risvegliano l’attenzione. Di notevole fattura è soprattutto il segmento narrativo con Tyrion: completamente ambientato nell’umida oscurità della sua cella, il segmento alterna le visite di Jaime, Bron e Oberyn, in un crescendo emotivo che raggiunge il suo apice con la visita della Vipera Rossa, unico a riconoscere la legittima umanità di Tyrion («Non è un mostro, è solo un bambino» racconta di aver detto a Cersei quando vide il giovane Lannister per la prima volta, ancora in fasce) e a schierarsi al suo fianco, proponendosi come suo campione per affrontare in duello la Montagna (che, per la cronaca, ha cambiato interprete per la terza volta: ora tocca al possente islandese Hafthor Julius Bjornsson). Inutile dire che Peter Dinklage troneggia anche in questa scena, con risultati molto toccanti nell’espressività vocale e facciale.

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Un po’ stringato il passaggio con Jon Snow, ma funge da momento di decompressione dopo la battaglia al castello di Craster, che ci ha regalato il duello migliore di questa stagione (almeno finora: aspettiamo di vedere quello tra la Vipera e la Montagna). Significative, invece, le parti dedicate ad Arya e Daenerys. La piccola Stark assiste all’umanizzazione del Mastino, che confessa le sue afflizioni e le racconta l’origine delle sue ferite, suscitando in lei un senso di empatia che sembra avvicinare ulteriormente i due personaggi; inoltre, Arya dimostra ormai di non avere alcun problema a uccidere i nemici, e trafigge il suo potenziale assalitore con inquietante freddezza e facilità. Daenerys, dal canto suo, si concede per la prima volta a Daario, ma non dimentica di ascoltare le parole del suo “migliore amico” Ser Jorah, che la dissuade dall’utilizzare ancora la violenza contro gli schiavisti. Il dilemma etico si risolve quindi in favore della clemenza, perché gli schiavi hanno bisogno di assistere a un atto di pace, non di guerra, altrimenti non si abitueranno mai al nuovo status quo portato dalla Madre dei Draghi. Nel frattempo, la “strana coppia” composta da Brienne e Podrick raccoglie un indizio che la porterà nel posto giusto, a Nido dell’Aquila, dove potrà trovare Sansa e – se lei e il Mastino si sbrigano – anche Arya. Ed è proprio a Nido dell’Aquila che si verifica il colpo di scena finale di Mockingbird: dopo aver baciato Sansa (!), quel gran manipolatore di Petyr Baelish getta Lysa Arryn dalla Porta della Luna, liberandoci dalla sua follia. Difficile immaginare cosa accadrà da ora in poi, o quali siano i piani precisi di Ditocorto, ma non c’è dubbio che Petyr si sia ormai spinto in un terreno molto accidentato: ha fatto uccidere Re Joffrey, ha ucciso Lysa, e ora sembra abbia nuovi progetti per il Nord, confermandosi come uno dei personaggi più ambigui della serie… se non il più ambiguo in assoluto.

La citazione: «È raro incontrare un Lannister che condivida il mio desiderio di vedere morti i Lannister.»

Ho apprezzato: il segmento con Tyrion; Oberyn che si offre come suo campione; l’interpretazione di Peter Dinklage; l’empatia fra Arya e il Mastino; il colpo di scena finale.

Non ho apprezzato: l’assenza di azione.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di Game of Thrones sul nostro Episode39 a questo LINK.

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