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Game of Thrones, la recensione del sesto episodio: The Laws of Gods and Men

Di Lorenzo Pedrazzi

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The Laws of Gods and Men, sesto episodio della quarta stagione di Game of Thrones, prevede una svolta decisiva nel destino di Tyrion, processato per la morte di Joffrey

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Ser Davos: poiché le risorse di Stannis Baratheon scarseggiano, Ser Davos lo accompagna a Braavos per chiedere un prestito alla Banca di Ferro, che finanzia la Corona ad Approdo del Re. Inizialmente, la banca non ha alcuna intenzione di concedere denaro a un uomo che farnetica di essere il legittimo erede del Trono di Spade, ma Davos è un negoziatore migliore di lui, e riesce a convincere i banchieri che Stannis è un investimento sicuro, anche perché vivrà molto più a lungo di Tywin Lannister. Ottenuto il prestito, Davos si reca in un bordello per ingaggiare l’amico Salladhor Saan e i suoi pirati.

Daenerys Targaryen: a Meereen, Daenerys accoglie i questuanti nella sala del trono. Un pastore viene risarcito per la perdita delle sue capre, divorate dai draghi, mentre un giovane nobile della città, Hizdahr zo Loraq, ottiene che il corpo di suo padre, crocifisso insieme a molti altri ex padroni, venga deposto per ricevere una degna sepoltura. I questuanti sono più di duecento, ma Daenerys accetta suo malgrado di riceverli tutti, uno per uno.

Theon Greyjoy: a Forte Terrore, Yara Greyjoy guida una spedizione per salvare suo fratello Theon, ma ciò che trova nelle segrete del castello è una creatura completamente annientata, sottomessa alla sua nuova identità di Reek, l’animaletto da compagnia di Ramsay Snow. Theon, terrorizzato, non vuole farsi salvare, poiché ormai è fedele al suo padrone; di conseguenza, Yara è costretta a fuggire dopo uno scontro con Ramsey, dichiarando suo fratello come morto. Theon viene premiato per la sua fedeltà con un bagno, e Ramsey gli spiega che avrà bisogno di lui per conquistare un castello, nel quale dovrà infiltrarsi fingendo di essere quello che non è (più): Theon Greyjoy.

Tyrion Lannister: ad Approdo del Re, il consiglio si riunisce per discutere i recenti successi di Daenerys oltreoceano, e Tywin ordina a Varis d’infiltrare alcune spie a Meereen. In seguito, Tyrion viene prelevato dalla sua cella e portato nella sala del trono, dove avrà luogo il processo. I testimoni sono tutti compiacenti, o sono stati manipolati, e la sua colpevolezza viene data per certa. Jaime, però, vuole salvare suo fratello a tutti i costi, e quindi stringe un accordo con Tywin: lascerà la Guardia Reale, diventerà signore di Castel Granito e metterà su famiglia, se Tyrion verrà risparmiato. Tywin, che desidera una discendenza sicura per i Lannister, accetta: Tyrion verrà proclamato colpevole, chiederà clemenza e verrà mandato tra i Guardiani della Notte. Il piano sembra accettabile persino per lui, ma non appena l’accusa chiama a testimoniare Shae, chiaramente manovrata o ricattata per accusarlo di ogni nefandezza, Tyrion leva la sua voce contro la città, proclamandosi innocente ma confessando di aver provato sollievo nell’assistere alla morte di Joffrey e al dolore di Cersei. Infine, si appella alla volontà degli dei e richiede un processo per combattimento…

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Si apre con una spettacolare veduta panoramica di Braavos, e infine si chiude con il monologo più bello nella storia di questo show, nonché una delle scene più potenti dell’intera serie: The Laws of Gods and Men dedica i primi due terzi della sua durata alle vicende di Stannis, Theon e Daenerys, per poi concentrarsi sul climax montante del processo di Tyrion. La trasferta presso la Banca di Ferro ci permette di apprezzare l’astuzia e le doti comunicative di Ser Davos, uno dei personaggio più interessanti di questa saga, e inoltre ci mostra l’esordio di Mark Gatiss nel ruolo del banchiere Tycho Nestoris; per chi non lo sapesse, Gatiss è il co-ideatore di Sherlock (dove interpreta Mycroft Holmes), e uno degli sceneggiatori di Doctor Who. Fa piacere ritrovare anche il pirata Salladhor Saan, sparito – se non ricordo male – dopo la battaglia delle Acque Nere.

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Breve ma significativo è poi lo spazio dedicato a Daenerys: il segmento che la vede protagonista, nella suggestiva sala del trono di Meereen, è utile per dimostrare non solo la sua generosità (risarcisce il pastore con il triplo del valore delle sue capre), ma anche l’avventatezza delle sue azioni, poiché scopriamo che il padre di Hizdahr zo Loraq, pur avendo ricevuto la stessa punizione degli altri suoi pari, era in realtà fermamente contrario alla crocefissione dei bambini. Il circolo del sangue chiama sempre altro sangue, la violenza alimenta se stessa, e Daenerys, inesperta del mondo, deve imparare che le sue azioni comportano sempre delle conseguenze. Intanto, su rive ben più oscure, Yara tenta di salvare suo fratello dal giogo perverso di Ramsay Snow, ma la volontà individuale di Theon è stata completamente annullata: non c’è più traccia del principino arrogante cresciuto in mezzo agli Stark, ora Theon è uno schiavetto fedele, modellato dalla paura e dalla sofferenza fisica. Il fatto che Ramsey gli chieda di “interpretare” il ruolo di se stesso per conquistare un castello (probabilmente Moat Cailin) è paradossale, e potrebbe dar luogo a situazioni piuttosto curiose.

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Infine, Peter Dinklage. Non c’è altro da dire, è lui che regge il peso dell’intera sequenza del processo. Gli basta lo sguardo per trasmettere uno stato d’animo, una reazione, un’emozione, e ogni sua inquadratura è fortemente comunicativa. Poi però l’accusa chiama Shae sul banco dei testimoni, e a quel punto saltano tutte le strategie. Vedere la sua amante ridotta in quel modo, una marionetta negli artigli del potere, lo satura fino all’esasperazione, e la sua rabbia deflagra in un monologo rabbioso, potente, da antologia degli show televisivi, che da solo varrebbe un Emmy allo strepitoso Dinklage. Tyrion vomita tutto il suo disgusto per la città e per le manovre dei Lannister, accusando apertamente i suoi oppositori di averlo processato sin dai suoi primi istanti di vita, non certo per le sue azioni, ma per la sua natura. Consapevole che non potrà mai ottenere giustizia da una farsa di quel genere, chiede – e automaticamente ottiene, com’è suo diritto – di essere giudicato attraverso un processo per combattimento. Chiunque sia il suo “campione”, lo scopriremo presto. Nel frattempo, applausi.

La citazione: «Non ho ucciso Joffrey, ma vorrei averlo fatto. Guardare la morte del tuo malefico bastardo mi ha dato più sollievo che giacere con mille puttane!»

Ho apprezzato: la panoramica di Braavos; la dialettica di Ser Davos; il monologo finale di Tyrion; la bravura di Peter Dinklage.

Non ho apprezzato: nulla di rilevante.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di Game of Thrones sul nostro Episode39 a questo LINK.

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