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Foxcatcher, la recensione dal Festival di Cannes

Di Andrea D'Addio

foxcatcher

Bennett Miller ha realizzato cinque film finora, due documentari (The Cruise e The Question, peraltro un corto) e tre storie ispirate a fatti realmente accaduti, A sangue Freddo (tratto dal libro di Truman Capote), L’arte di vincere (a sua volta basato su di un testo di Michael Lewis) ed ora Foxcatcher, il primo a non avere anche un’origine letteraria.

La storia ruota intorno a tre personaggi, i fratelli campioni olimpici di wrestling Dave e Mark Schultz e il milionario John du Pont che prova a convincere entrambi ad andare ad allenarsi accanto alla sua villa in Pennsylvania dove ha appositamente costruito una splendida palestra. Dei due solo Markus, il più piccolo, accetta. Nonostante i successi sportivi si può permettere pochi agi ed il benessere che gli viene promesso è molto attraente. Dave, che è anche il suo allenatore, preferisce inizialmente rifiutare per non allontanarsi dalla sua famiglia. John du Pont è sia il ricchissimo magnate dietro l’omonima azienda chimica che un uomo annoiato e con un irrisolto rapporto conflittuale con la madre. Per lui finanziare e, successivamente, autonominarsi (grazie a ciò che i soldi riescono a comprare, ovvero tutto) allenatore della migliore squadra americana di lotta libera diventa una vera e propria ossessione di cui la prima vittima, almeno sul piano dei risultati, è proprio Mark. Purtroppo però non finisce lì e il dramma, a suo modo, si allarga sempre più….

Foxcatcher

Foxcatcher significa accalappiavolpi. E’ questo il nome che du Pont scelse all’epoca per il suo team di lotta libera, un appellativo che da secoli apparteneva comunque alla sua famiglia. Catturare una volpe non è facile. Ci vuole determinazione, pazienza e abilità. Le stesse qualità che servono per avere successo negli Stati Uniti, almeno secondo il mitizzato sogno americano. Du Pont lo ripete spesso durante i suoi discorsi e, senza modestia, se ne definisce un testimonial. Sia che già si conosca come sia andata a finire la storia degli Schulz che ne si venga a conoscenza per la prima volta, Foxcatcher ha la stessa forza narrativa e visiva. Più che sulle tappe della vicenda, Miller decide di porre al centro di tutto l’ipocrisia che si nasconde dietro quelli che più di altri pensano di essere patrioti. Non sono solo loro però “i colpevoli”.

Anche chii viene comprato dal denaro e dice o fa ciò che non pensa per assecondare i potenti prima o poi si brucia Anche se lo si è fatto in buona fede, anche se lo si è fatto per la famiglia. Foxcatcher comincia con filmati d’epoca di cacciatori di volpi e si conclude con il pubblico in visibilio intorno ad una “gabbia” per wrestler che grida “USA! USA!”. Miller associa scene e significati senza mai calcare la mano. Non serve su di un piatto la lettura del film, ma una volta trovata ecco che tanti elementi lasciati precedentemente lungo il percorso assumono un altro colore e si fanno dettagli di un discorso ben più ampio ed organico. E così, quello che a prima vista può sembrare uno speccato personal-familiare, una storia di persone, successi, fallimenti e sentimenti, finisce con il trascendere le vite dei personaggi per diventare vero e proprio romanzo al maschile (sono solo tre battute della pellicola, peraltro tutte di Sienna Miller, proncunciate da donne) della e sulla società contemporanea. Un film bellissimo quindi, così come lo sono le interpretazioni di tutti e tre i personaggi principali, Channing Tatum, Mark Ruffalo e Steve Carrell. Ad averne di film così, sia al festival di Cannes (dove è stato presentato in concorso) che in generale.

QUI una clip ufficiale dal film.

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