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Community chiude dopo cinque stagioni: niente rinnovo dalla NBC, che ha cancellato anche Revolution

Di Lorenzo Pedrazzi

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«Il punto, Annie, è che questo non è il loro show. Questo è il nostro show. E non è finito.»

Le parole di Abed al termine di Basic Sandwich, l’ultimo episodio della quinta stagione di Community (potete leggerne la recensione cliccando qui), sono l’espressione diretta di uno show che sapeva bene di camminare in bilico tra il rinnovo e la chiusura, le valigie costantemente pronte al termine di ogni stagione, ma senza mai perdere il suo spirito combattivo in termini di umorismo autoreferenziale e metatestuale. Stavolta, però, la scure della NBC è precipitata anche sulla sua testa: Community si ferma qui, e lo stesso vale anche per Revolution, chiusa dopo due stagioni nonostante gli ascolti non fossero così disastrosi (una media di 7.3 milioni di spettatori per puntata, con un rating pari a 2.3: meglio di Hannibal, che invece ha conquistato il rinnovo). Cancellati anche Believe e Crisis, ma di questo non c’è da stupirsi.

Tornando a Community, è francamente difficile prendersela con la NBC. Il fatto che la serie di Dan Harmon sia riuscita a resistere per cinque stagioni è già clamoroso di per sé: i rating sono sempre stati poco entusiasmanti, eppure lo show è durato per cinque anni (subendo un dimezzamento delle puntate nelle ultime due stagioni), segno che la qualità, a volte, paga. Da fan, nonostante il rammarico per la cancellazione, non posso che concordare con James Poniewozik del Time quando dice che ottenere cinque stagioni da un prodotto come Community sia stato comunque un successo, soprattutto per una serie che ha sempre dimostrato un grande coraggio nel prendersi i suoi rischi, cambiando formato (ricordiamo l’episodio in stop-motion, quello animato come un videogioco a 8 bit, quello con i muppet, quello in versione cartoon dei G.I. Joe) e sperimentando con la rimediazione dei linguaggi, assorbendo i codici di altri generi cinematografici o televisivi attraverso la loro riduzione alle dinamiche del quotidiano, spesso gonfiando all’inverosimile la portata dei rituali più comuni – la mensa, il rapporto con gli insegnanti, le relazioni sociali – legati alla vita in un college. L’umorismo autoreferenziale, le parodie e i riferimenti metanarrativi non scivolano mai nel compiacimento fine a se stesso, ma sono frutto di un processo creativo che assegna un nuovo valore al concetto di “post-moderno”, rielaborando i legami con la cultura pop senza fermarsi al mero citazionismo di facciata (contrariamente a quanto accade in altre sit-com). Senza dimenticare, poi, il classico tema della famiglia non convenzionale, che però in Community si adagia su forme antiretoriche nonché rispettose delle diversità altrui.

In ogni caso, il destino della serie non è ancora deciso. Con una base di fan così forte, le potenzialità ancora inespresse e l’indubbia qualità generale dello show, non è da escludere che la Sony riesca a piazzare Community su altre piattaforme, magari Netflix, che peraltro ha già resuscitato una sit-com molto amata come Arrested Development. E poi c’è pur sempre Kickstarter. Insomma, in un modo o nell’altro, la serie potrebbe davvero raggiungere il tanto sospirato traguardo di #sixseasonsandamovie.

Fonti: Collider; Entertainment Weekly

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