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Cannes 2014, Lost River: la recensione del debutto alla regia di Ryan Gosling

Di laura.c

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Immaginate un Nicolas Winding Refn con una sensibilità molto più americana, meno capacità evocativa e meno azzardo nella costruzione dell’intreccio. Niente di stupefacente ma anche niente male per un regista alla sua opera prima, che da attore feticcio ha saputo rubare molto dal suo mentore e costruire un film dalle atmosfere decadenti, oniriche e macabre come non se ne vedono spesso in giro.

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Presentato nella sezione Un Certain Regard del 67º Festival di Cannes, Lost River è il debutto dietro la machcina da presa di Ryan Gosling, incentrato sulla discesa nel torbido e la lotta per la risalita di una piccola famiglia americana, imprigionata in una periferia isolata e totalmente allo sfascio: Un luogo quasi fantasma, nato da distruttive speculazioni edilizie e ormai abitato solo da disperati, sbandati e folli criminali. Qui una donna bella e sola, interpretata dalla prosperosa Christina Hendricks, per pagare il mutuo accetta di andare a lavorare in un perverso nightclub dove gli avventori danno sfogo alle loro passioni più oscure, mentre il figlio più grande (Iain De Caestecker) attacca briga con il violentissimo bullo locale.

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La loro esistenza apparentemente avviata al disastro potrebbe però cambiare grazie al mistero della città in cui vivono, nascosto sotto l’acqua e rivelato da una giovane dark dal fascino inquietante, che si fa chiamare “Rat” per via del ratto che porta sempre con sé a mo’ di animale da compagnia (Saoirse Ronan).

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Lo scenario, come facile intuire, è creato apposta per mantenere un’atmosfera costantemente immersa nell’oscuro e nel torbido, mentre tutto nello stile di regia, dai colori, al taglio delle inquadrature e alle musiche, fa da cassa di risonanza per tale inquietudine, virandola verso un surrealismo da incubo o da viaggio infernale. Non mancano inoltre un certo gusto del sangue e un voyeurismo mortifero portato a livelli non estremi, ma comunque abbastanza spinti per credere nella sincerità del l’ispirazione di Gosling, e non vedere il film solo come il divertissement di un attore di fama mondiale col capriccio di fare l’autore.

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Nel complesso dunque un film ben costruito dal punto di vista delle atmosfere e della narrazione, che al contrario di quanto si potrebbe pensare non tenta nessun volo metaforico verso rimandi più alti o significati ulteriori. Le immagini, i personaggi e le vicende vogliono dire semplicemente ciò che si vede sullo schermo, e mancano perciò di una forza e di un impatto paragonabili a quella di un Refn o di un David Lynch, cui l’opera si richiama più e più volte. Anzi, spesso Lost River sembra rubare fin troppo dall’immaginario di altri celebri registi: basti pensare alle musiche, che sembrano uscire da uno qualsiasi tra Drive, Only God Forgives o Bronson, con qualche sfumatura anche dei Goblin di Dario Argento.

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Gosling comunque ha fatto bene i compiti, deve solo imparare come dare corpo ai propri incubi reinventando e non copiando i suoi (bei) riferimenti cinematografici. O magari trovare incubi che anche lui abbia maggior urgenza di raccontare sul grande schermo, scoprendo così una via più personale come cineasta e storyteller.

Ricordiamo infine che nel ricco cast compaiono anche Matt Smith, Reda Kateb, Barbara Steele, Eva Mendes e Ben Mendelsohn. Il film ha avuto diversi minuti di applausi e in generale una buona acccoglienza al Festival di Cannes, dove in sala, oltre a regista e cast, erano presenti anche il regista Wim Wenders, l’attore Willem Dafoe, ovviamente Nicolas Winding Refn e anche il presidente di 20th Century Fox Jim Gianopulos.

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