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Cannes 2014, Il Sale della Terra: la recensione del doc di Wim Wenders sul fotografo Sebastião Salgado

Di laura.c

IL SALE DELLA TERRA_foto (c)Donata_Wenders

Una delle conseguenze più tristi della sovraesposizione mediatica cui siamo soggetti tutti nel mondo occidentale, è la perdita di sensibilità rispetto alle immagini, sia quelle che ritraggono la bellezza sia quelle in cui si racconta la disperazione e la tragedia. Eppure esistono ancora immagini cariche di una vera potenza, immagini che con il giusto livello di attenzione possono ancora suscitare una reazione autentica, un’empatia umana non mediata da moralismi di sorta. Questa è la forza delle fotografie di Sebastião Salgado, un professionista del reportage cui il cienasta Wim Wenders ha voluto dedicare il documentario biografico Il sale della terra (The Salt of the Earth), presentato al 67° Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard.

salgado baby hope

In realtà, basterebbe scorrere la sua bibliografia per accorgersi della mole di materiale artistico e umano che un personaggio come Salgado è in grado di offrire a chiunque si voglia avvicinare alla sua opera. Nella sua vita, infatti, questo reporter ha dato un volto e un corpo a popoli lontani dell’America Latina, alla fame che consuma gli occhi degli africani, ai genocidi nella ex-Jugoslavia e in Rwanda. Ma anche ai lavoratori di tutto il mondo, ritratti nel progetto “Workers”, per poi rivolgersi solo in epoca più recente e alla Terra, agli animali e alle meraviglie della natura.

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In teoria, niente che un occidentale non abbia visto di sfuggita centinaia di volte. In pratica, mostrate tutte insieme nel quadro di un progetto di vita, ancor prima che in un progetto artistico, queste fotografie mostrano chiaramente tutto  il proprio valore, non solo in quanto preziosa testimonianza degli ultimi 20 anni del seoclo passato, ma soprattutto in quanto espressione stessa di quella capacità dell’arte di avvicinare gli uomini. Certo, non ci vuole un grande professionista per far trasparire il dolore di centiania di miglia di persone che vivono in un modo di privazioni, denutrizione, guerra, fughe e sevizie. Ci vuole però una sensibilità particolare per fare in modo che quel dolore non rimanga qualcosa di distante, da relegare nel fatalismo, nell’ambito di quelle disgrazie più grandi rispetto cui il singolo non può far nulla.

salgado

 

Grazie a una composizione formale impeccabile, quasi teatrale, e un’attenzione spiccata verso i dettagli, che denotano la curiosità dell’autore verso i soggetti ritratti piuttosto che mera pietà o stupore, le immagini di Salgado funzionano quasi come un teletrasporto. Annullano ogni distanza, sia essa fisica, temporale e culturale, e catapultano chi le guarda esattamente davanti ai protagonisti delle foto, restituendo perfettamente l’emozione dell’incontro con una realtà forse immaginata ma mai vai veramente vista, figuriamoci osservata o accarezzata con lo sguardo. Un’esperienza di cui a sua volta Wim Wenders ha spauto cogliere la grandezza, decidendo di portarla sul grande schermo nel modo più semplice possibile, scomparendolentamente dietro a Salgado e alla sua produzione artistica già abbastanza densa di storie, suggestioni e significati. E ci è riuscito perchè, al di là di tutti i difetti riscontrabili nella sua filmografia recente, come uomo e regista Wenders è un po’ come Sebastião, possiede cioè  una curiosità vivace verso uomini, luoghi e cose.

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Ha mantenuto la capacità di stupirsi, provare trasporto e anche meraviglia rispetto al mondo che lo cirocnda, nonché la volgia di raccontarlo in immagini. In questo caso, l’abilità del regista è stata poi doppia, essendo Wenders anche fotografo ma con uno stile e uno sguardo completamente diverso da quello di Salgado. Ben lontano da voler imporre la propria visione di quest’arte, il cineasta non ha solo lasciato ampio spazio al collega, ma ha piegato l’intero film al registro espressivo di quest’ultimo, ritraendo ad esempio ils uo protagonista in bianco e nero, almeno per la magigor parte del tempo, seguendo cioè lo stile delle foto in modo che il loro creatore si potesse fondere con quelle imamgini e diventare una sorta di tutt’uno con esse, evitando il brusco stacco percettivo che il ritorno al colore avrebbe comportato all’intenro del racconto. Una sensinisibilità in più, insomma, che spostata a quella di Salgado ha regalato al pubblico di Cannes un documentario assolutamente ben riuscito, accolto infatti con deciso entusiasmo nella proiezione alla presenza del regista.

Vi ricordiamo che Il sale della terra uscirà anche nelle sale italiane il 28 giugno per Officine Ubu.

 

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