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Cannes 2014, Adieu au Langage – Ecco il nuovo esperimento del maestro Jean-Luc Godard

Di laura.c

Adieu-Au-Langage

A 84 anni non si presenterà sulla Croisette, dimostrando di essere il vero divo di una manifestazione per il resto dominata, come tutti gli eventi di cinema, da lustrini e starlette. Snobismo angarafico-intellettuale a parte, ciò per cui non si può non adorare Jean-Luc Godard è la sua persistente curiosità di esplorare le immense possibilità espressive del cinema, e di farlo col passare degli anni in modo sempre più radicale, di certo autocompiaciuto ma anche autoironico ed estremamente divertito. Ecco perché non stupisce, anzi entusiasma e ravviva la curiosità, il fatto che la sua ultima opera Adieu au Langage, presentata in concorso al 67° Festival di Cannes, dichiari sin dal titolo il proprio carattere metatestuale o, detto in temrini più smeplici, la volontà non tanto di raccontare una storia ma di riflettere sulla natura stessa dei mezzi che permettono lo scambio di pensieri da un essere umano a un altro.

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Come già accaduto per Film Socialisme, l’opera è composta di sequenze di brevissima durata, accompagnate da una serie di pensieri molto complessi su alcuni dei principali temi della cultura e della società occidentale: dalla forma assunta dalla democrazia a seguito della Seconda Guerra Mondiale alla rinuncia della libertà inevitabilmente richiesta da un legame di coppia, così come da qualsiasi scambio interpersonale o atto di comunicazione. Anche il linguaggio è infatti violenza, come ci ricporda il suono amplificato a dismisura di una matita su un quaderno: un rumore spiacevole e stridente, che sembra ferire le pagine quanto ferisce l’orecchio. E l’occhio, non ferisce la realtà quando la abbraccia, piegandola al suo volere? Il pensisero, non è forse un modo di ingabbiare la percezione riportandola nelle categorie a noi accessibili? L’impossibilità di cogliere appieno quella percezione istintiva, qausi animalesca, che viene prima della formulazione di un pensiero sotto la forma di linguaggio, rende perifno diffcile credere che sia possibile un qualche atto di conoscenza. O che possa esistere davvero una libertà, nel senso più assoluto del termine. Sarà questo il motivo per cui, in questo film, Godard affida tanto spesso l’inquadratura a un cane, seguendolo nel suo peregirnare per la natura “puro” e privo di ogni preconcetto? Salvo mostrarlo, verso il finale, mugulante e inquieto dentro un appartamento?

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I temi sono immensi, tutti estremamente affascinanti, ma incatenati con un montaggio velovissimo che appunto lascia poco alla normale capacità di decodifica dello spettatore: il linguaggio viene ucciso da se stesso per bulimia e logorrea, lasciando così lo spazio a quell’immagine di cui il regista è maestro indiscusso. Ma un maestro che continua a studiare e scoprire nuove possibilità. Dettaglio tutt’altro che insiginifcante, infatti, Adieu au langage è in 3D. Ma non un 3D qualsiasi, bensì usato tanto in maniera suggestiva ed estetizzante, quanto in modo sperimentale e perfino volutamente pessimo, per diosrientare lo sguardo e costringere lo spettatore ad accorgersi e ragionare sul mezzo. Se la ragion d’essere della terza dimensione è la profondità, Godard ha inteso quasta profondità anche come l’aggiunta di un nuovo strato di immagini, che duplica il piano del racconto così come spesso le voci dei personaggi si sovrappongono o alternano rovinando l’effetto stereo.

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Se c’è una cosa abbstanza chiara in questa ultima opera dell’autore, d’altra parte, è  il suo interesse costante per il dualismo, per l’impossibilità umana di pervenire a una sintesi perfetta tra il sé e l’altro (inteso anche come il mondo esterno). Imposibilità che è allo stesso il motivo e il limite intrinseco di ogni forma di linguaggio e di ogni orgnaizzazione sociale in genere. Inutile tuttavia pretendere di riassumere così a caldo le implicazioni di un film che contiene una vita di riflessioni: per ora ci limitiamo a constatare il grande fascino, anche visivo, di Adieu au langage, che rispetto a Film Socialisme si caratterizza per un uso ancora più pittorico ed elegante degli “errori” del digitale, trasformati spesso dal regista in pure pennellate impressioniste. Insomma, in attesa di una vera nuova onda capace di investire l’arte del cinema, continuiamo a ringraziare la Nouvelle Vague e i suoi maestri.

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