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Cannes 2014: a lezione di cinema con il grande Jacques Audiard

Di laura.c

jacques audiard cannes masterclass coverIl suo nome non può restare indifferente a nessun appassionato di cinema, ma per chi si trova particolarmente in sintonia con la sua sensibilità, Jacques Audiard è un regista di culto, di quelli verso cui si può provare un vera e propria adorazione. La sua filmografia consta solo di sei film, tutti abbastanza diversi l’uno dall’altro per temi, genere, toni e colori, eppure tutti di altissimo livello, uniti da un modo peculiare di guardare e sviluppare i personaggi, di descrivere percorsi evolutivi e affettivi che passano per vie contorte, controintuitive e magari dolorose. Audiard è poi un maestro nella creazione di atmosfere, nella direzione degli attori e nella scelta delle musiche. Insomma un vero genio contemporaneo del cinema, che non a caso è stato chiamato dal 67° Festival di Cannes per tenere una masterclass sul proprio lavoro di regista.

Elegante e con un portamento che ricorda un po’ un personaggio di Tati, la cosa che non ci si aspetta dall’autore di film pieni di penombre e improvvise esplosioni di violenza, è che sia una persona gioviale e propensa alla battuta. E invece è stata proprio la sua allegria ad animare l’incontro con il pubblico della Croisette, moderato dal critico della rivista Positif, Michel Ciment. Per rompere il ghiaccio parlando dei suoi inizi come montatore, Jacques, figlio d’arte dello sceneggiatore e regista Michel Audiard, ad esempio non nasconde di aver intrapreso quella strada soprattutto per seguire una ragazza che gli piaceva. Studiare montaggio tuttavia, per lui:

“È stata un’illuminazione, ho scoperto il rapporto fisico col cinema che ora è completamente cambiato. Oggi il montaggio sono solo dei numeri, prima voleva dire lavorare con la pellicola e con ogni singolo fotogramma. In quell’epoca inoltre ho incontrato Françoise Bonnot, che aveva vinto da poco anche un Oscar e che mi ha insegnato la costruzione drammaturgica attraverso il montaggio. Da lei ho imparato che si trattava di un’altra forma di scrittura”.

jacques audiard cannesForse è anche per questo che nella sua carriera di filmmaker ha avuto molti collaboratori alla sceneggiatura ma una sola montatrice, Juliette Welfling, cui accorda una grande fiducia:

“Un’altra cosa che mi ha insegnato quella prima esperienza, è che bisogna epurare subito gli eccessi. È deleterio cominciare a lavorare su un premontato di due ore e mezza quando il film dovrà durare circa la metà, perché poi va a finire che ci si affeziona alle scene e non si scarta tutto il necessario. Per questo a Juliette chiedo sempre di applicare la sua sensibilità, senza ovviamente stravolgere il film, ma lavorando su alcuni passaggi e mostrandomi delle soluzioni che a volte sono molto diverse e portano alla pellicola qualcosa di completamente nuovo”.

Questo, secondo l’autore, è anche ciò che differenzia il cinema da altre arti, il costante lavoro di squadra:

“Il cinema è una sorta di  metabolizzazione, il risultato unico del lavoro di molte persone che producono in continuazione delle idee”.

rugigne eossaImportante è stata anche la collaborazione con il direttore della fotografia Mathieu Vadepied, da cui Audiard dice di aver imparato anche la predominanza dell’inquadratura sulla luce. Il che forse spiega uno dei “marchi” del cineasta, cioè il modo in cui a volte rinchiude i protagonisti in una culla di ombre dall’aspetto peculiriassimo, come le sfumature del cinema delle origini. Il bello di incontrare un autore d’altra parte è farsi stupire. Se non ne fossero in grado, probabilmente non sarebbero i maestri che sono. A Cannes 2014 ci siamo perciò stupiti scoprendo che anche la scenografia per Audiard è così importante da aver condizionato diverse delle sue scelte di regista. Il suo secondo lungometraggio, Un héros très discret, a sottofondo storico e dunque in costume, è stato scelto per avere più spazio di manovra rispetto all’opera prima, Regarde les hommes tomber, girata con un budget molto basso e con location di dimensioni talmente ristrette da aver determinato “un cinema miope”, come lo definisce lo stesso filmmaker. Allo stesso modo, le ambientazioni marittime, luminosissime e ariose del suo ultimo Un sapore di ruggine e ossa, in effetti insolite per il regista, sono arrivate “in opposizione” al precedente e apprezzatissimo Il profeta, prison movie da aspetto e temi molto diversi. Anche in questo secondo caso, comunque, le scenografie sono state ricostruite sapientemente, in modo da garantire la massima libertà artistica:

“Prima di cominciare le ricerche per il film avevo della prigione solo una visione esterna. Visitandole ho capito che se avessimo girato davvero lì, la scenografia avrebbe finito per dettare completamente il film. La mia intenzione però non era affatto di tipo documentaristico, e per staccarci da questo pericolo abbiamo preso la decisione di costruire daccapo la scenografia. Questo ha aiutato anche a prendere maggiore coscienza del film, a farsi delle domande su come costruire questa prigione e a  fare delle scelte. Anche la scenografia ci impone delle restrizioni, ma in questo caso erano limiti derivanti dalle nostre decisioni”.

sulle mie labbraNon farsi condizionare dalla realtà è dunque uno degli insegnamenti di Audiard, anche se forse il suo modo di fare cinema, come ammette lo stesso regista, ha subito la vera svolta molto prima, all’inizio degli ani 2000, con Sulle mie labbra, meraviglioso noir romantico con Emmanuelle Devos e Vincent Cassel, dove sono successe fondamentalmente due cose. La prima, è la scoperta di una macchina da presa più piccola e maneggevole, che ha permesso finalmente al regista uno stile di ripresa di cui era alla ricerca da tempo. La seconda, è stata lasciare che la chiave della storia raccontata fosse determinata dalla splendida protagonista:

“Avevo sempre avuto voglia di lavorare con Emmanuelle e infatti si è rivelata un’attrice autoritaria capace di scelte molto precise. All’inizio non eravamo sicuri di quale fosse la vera natura del suo personaggio. Poteva essere tanto intrigante e machiavellico quanto naif e innocente, quindi una possibile vittima. A un certo punto è arrivata una scena in cui bisognava decidere quale di queste due personalità attribuire alla protagonista, così ho chiesto a Emmenuelle di prepararsi per girarne due versioni. Dopo aver girato quella naif, era talmente perfetta che non ho più avuto bisogno di girare l’altra”.

il profetaL’idea di cinema di Audiard, insomma, è talmente collaborativa che contempla anche il cambiare la sceneggiatura in corsa, o comunque consentire delle modifiche sostanziali nate da proposte di collaboratori o dal lavoro sul set. Il finale di Sulle mie labbra è stato modificato in base alla chiave di lettura del personaggio offerta dalla Devos, e tutto il film ha preso in realtà una piega molto diversa, considerando come all’inizio doveva occuparsi soprattutto delle conseguenze delle azioni dei protagonisti sulle figure secondarie che gli rotavano attorno. La fase delle riprese per il regista è così importante da arrivare talvolta anche a girare più del necessario, se può servire a creare il mondo in cui devono prendere vita le storie.

jacques audiard cannes masterclass

“Il cinema, amico mio, sono idee” conclude dunque Jacuqes Audiard, e non possiamo che trovarci d’accordo con lui.

 

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