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Locke – La recensione del thriller con Tom Hardy

Di Valentina Torlaschi

Locke Tom Hardy recensione

Tutto inizia nel parcheggio di un cantiere: è già buio e un uomo entra nella sua auto. La mette in moto, arriva al primo semaforo, aziona la freccia sinistra ma improvvisamente sterza a destra. Da quel momento, scegliendo di imboccare quella strada per Londra e per le proprie responsabilità, la sua vita perfetta prende la direzione della distruzione; da quel momento, noi spettatori non scendiamo più dalla sua auto. E veniamo traghettati in un avvincente action dove, come già era stato per Buried, l’alta tensione scaturisce da un unico luogo e da un unico attore in scena: attore che qui è l’eccezionale Tom Hardy e che, a colpi di telefonate, prova a salvare quel suo futuro in sfaldamento minuto dopo minuto.

Basandosi su uno script di perfetta precisione dove ogni singola parola è la più giusta che si potesse scegliere, Steven Knight (sceneggiatore de La Promessa dell’Assassino) ha girato, in continuità e praticamente in tempo reale, una pellicola di 85 minuti che è un distillato di grande cinema, di grande regia. E filmando questo viaggio nella notte come una sorta di allucinazione tra fari abbaglianti, luci sfuocate e la lucentezza della carrozzeria, Knight è riuscito a rendere avvincente anche visivamente un “semplice” percorso in auto.

Locke è un esempio di grande cinema che è, paradossalmente, anche molto teatrale. Il film rispetta infatti alla perfezione le tre unità aristoteliche di tempo, di luogo e d’azione: si svolge in tempo reale, in un’unica ambientazione che è l’auto e segue le vicende di un unico personaggio. Un personaggio, quello di Ivan Locke, che è forza trainante dell’opera e che, grazie alla spettacolare, mostruosa, performance di Hardy, fa di Locke un film d’attore. Hardy riesce a dare una credibilità assoluta a quest’uomo: un capo-cantiere ineccepibile e perfezionista nel suo lavoro, un uomo risoluto e pragmatico che trova sempre la soluzione ai problemi e come un capitano non abbandona mai la nave. Ivan Locke ha una fede accecante nelle sue capacità ed è convinto che ogni brutta situazione possa essere aggiustata, sempre. Peccato che le crepe nei sentimenti delle persone – crepe da lui stesso create – non possano esser sistemate con calcestruzzo e pala…

Ivan Locke è un uomo onesto, un lavoratore instancabile e apprezzato, uno che si prende sempre le proprie responsabilità anche se queste possono distruggergli la vita. Eppure, Ivan Locke è anche un uomo che nasconde ombre e ambiguità: quella sua stessa vita che lui vorrebbe senza macchia è stata in realtà marchiata da egoismo, vanità e un gravissimo errore… Ivan Locke ha fatto di tutto per essere una persona perfetto ma, nonostante i suoi sforzi, è come se nel suo nome fosse “chiusa a chiave” (“locked”, in inglese) una predestinazione all’infelicità che lo ha portato a commettere lo stesso, identico, errore fatto da suo padre in passato.

In conclusione, Locke è un gran thriller, perfettamente scritto, diretto e recitato. Un film dove, ultimo tassello che aggiungiamo, non manca neanche una sottile e raffinata ironia racchiusa nelle surreali battute sul calcestruzzo e nel folle-adorabile personaggio dell’operaio irlandese. Insomma, se fosse stato in gara per il Leone d’oro all’ultimo Festival di Venezia invece che relegato – ingiustamente – nella sezione del Fuori Concorso, il premio alla regia e la coppa Volpi a Tom Hardy sarebbero stati dei riconoscimenti obbligati per Locke. Un vero peccato.

[La recensione è stata scritta in occasione della presentazione al Festival di Venezia 2013] 

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