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Black Box, la recensione del primo episodio: Kiss the Sky

Di Lorenzo Pedrazzi

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Su ABC ha debuttato Black Box, serie creata da Amy Holden Jones e co-prodotta da Ilene Chaiken e Bryan Singer, con Kelly Reilly nel ruolo di protagonista. Il primo episodio, Kiss the Sky, ci catapulta subito nella mente della dottoressa Catherine Black, neuroscienziata di fama mondiale…

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

La dottoressa Catherine Black (Kelly Reilly) è una brillante neuroscienziata che lavora presso il Centro per la Ricerca e il Trattamento delle Malattie Neurologiche. Le sue pubblicazioni sono note e ammirate in tutto il mondo, ma Catherine ha un segreto: soffre di un disturbo bipolare – ereditato da sua madre – che le provoca delle crisi maniaco-depressive, quali iperattività sessuale, egotismo incontrollato e istinti suicidi. Il suo disturbo è gestibile attraverso i farmaci, ma Catherine scivola costantemente nella tentazione di non prenderli, poiché ritiene che limitino il suo genio. È in cura presso una psichiatra (Vanessa Redgrave) che cerca di ricordarle l’importanza del suo lavoro e della sua vita privata, compreso l’amore del suo fidanzato Will (David Ajala). Tenere sotto controllo la malattia, però, non è affatto semplice, anche se Catherine non dimentica l’impegno nei confronti dei suoi pazienti, fra i quali c’è un ragazzo che, in procinto di cominciare gli studi di fisica all’università, ha cominciato a manifestare una mania compulsiva che lo porta a disegnare con tutto ciò che trova su qualunque superficie…

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Al florilegio di personaggi televisivi affetti da disturbi psichici si aggiunge anche la dottoressa Catherine Black, la cui malattia assume sfumature paradossali se consideriamo il campo di studi in cui opera quotidianamente: l’elemento basilare di Black Box, in effetti, consiste nel legame empatico che avvicina Catherine ai suoi pazienti, dato che lei, gravata dal peso del suo disturbo bipolare, può comprenderli meglio di chiunque altro, come dimostrano le sue reazioni nei confronti del ragazzo con la mania compulsiva del disegno (Catherine non cerca di frenarlo, anzi lo lascia sfogare liberamente) o dell’anziana signora che convive con un amico immaginario (la dottoressa ordina che non le siano somministrati i farmaci, per non privarla della compagnia del suo amico). Inevitabile pensare al Dr. House, vero campione di turbamenti psicologici applicati al genere del medical drama; ma se House soffriva di una dipendenza dalle sue pillole, e quindi le assumeva ben oltre il dosaggio prescritto, Catherine invece ha la tentazione opposta, quella di non prenderle affatto. Il primo episodio ci mostra chiaramente gli effetti delle sue crisi maniaco-depressive: la dottoressa perde il controllo, e oscilla tra il delirio di onnipotenza e gli istinti suicidi, passando per una fase di iperattività erotica che la trasforma in una predatrice sessuale. La musica di Olivier e Clare Manchon irrompe nelle sequenze più “allucinate”, quando Catherine si abbandona ai sintomi della malattia, accompagnata da un montaggio più frenetico e da una prossemica vertiginosa e imprevedibile, che tenta di riprodurre lo stato mentale della protagonista. Kiss the Sky è quindi dominato dalla sensualità prorompente (e un po’ troppo sopra le righe) di Kelly Reilly, mentre le raffinate apparizioni di Vanessa Redgrave fanno idealmente da contraltare, portando quiete e ordine laddove c’erano caos e passionalità irrefrenabili.

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La sceneggiatrice Amy Holden Jones, veterana di Hollywood che ha assistito Martin Scorsese sul set di Taxi Driver (in seguito ha scritto film come Mystic Pizza, Proposta indecente e Relic), cerca di mediare tra i risvolti medico-scientifici e le esigenze del melodramma, puntando sul passato di Catherine per garantire un minimo di approfondimento psicologico, ma il risultato è altalenante: l’epilogo sfiora la tragedia, Catherine è sul punto di suicidarsi, eppure la storia si risolve in modo troppo semplicistico e repentino, con la riconciliazione fra la dottoressa e il suo fidanzato – che vuole fortemente sposarla – e la soddisfazione per aver curato i propri pazienti. Insomma, la serie ha una discreta personalità, ma le sfumature melodrammatiche non convincono appieno, anche perché spesso rischiano di scivolare nell’eccesso autocompiaciuto.

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La citazione: «Ogni giorno studio menti straordinarie per comprendere quelle normali.»

Ho apprezzato: il legame empatico tra la protagonista e i suoi pazienti; la presenza di Vanessa Redgrave.

Non ho apprezzato: i momenti eccessivamente sopra le righe; la risoluzione troppo affrettata della storia.

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