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True Detective, la recensione del season finale: Form and Void

Di Lorenzo Pedrazzi

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L’epilogo di True Detective è, sotto alcuni aspetti, sorprendente. Non per le rivelazioni che porta con sé – com’era prevedibile, non ci sono colpi di scena sul piano dell’intreccio – ma per la nota emotiva che chiude la storia, trasfigurando la disillusione in speranza.

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

Dopo aver interrogato lo sceriffo Steve Geraci, minacciandolo di morte e diffamazione nel caso avesse tentato qualche tipo di ritorsione nei loro confronti, Rust (Matthew McConaughey) e Marty (Woody Harrelson) riprendono le indagini per stanare il misterioso uomo sfigurato, che scoprono essere Errol Childress, figlio di Ted Childress, lo sceriffo che coprì il rapimento della piccola Marie Fontenot. La famiglia Childress deteneva molti contratti per lavori di manutenzione lungo la costa (tagliare i prati, tinteggiare gli edifici), ed è proprio scavando nei documenti fiscali che Rust e Marty risalgono all’abitazione di Errol, dove si recano da soli. È il momento della resa dei conti…

1

«Non c’è che una storia» dice Rust negli ultimi minuti di Form and Void. «La più antica. La luce contro l’oscurità». Così, True Detective abbraccia esplicitamente la sua natura primigenia: quella di un racconto archetipico che sfrutta i codici del thriller per riflettere sull’inevitabilità del male, costringendo il pubblico a specchiarsi in un abisso di orrori e follie che trovano la loro sintesi ideale nel clima viziato, laido e malsano dell’abitazione di Errol Childress, la cui perversa quotidianità viene ritratta già nel prologo dell’episodio. Lo scontro finale si configura come una discesa negli inferi, un viaggio nel “cuore di tenebra” che avvicina progressivamente i due detective all’epicentro dell’orrore. Si tratta ovviamente della famigerata Carcosa: un labirinto oscuro dove la mano dell’uomo si confonde con quella della natura, e Rust si addentra nei suoi corridoi come farebbe un eroe mitologico nell’antro del mostro. Childress, in effetti, sembra trascendere la forma umana per assumere a sua volta i connotati di un archetipo, una bestia rigurgitata dalle viscere della terra che interrompe la lunga e tesissima ricerca di Rust per accompagnarlo verso la destinazione finale. La lotta è titanica, brutale, disperata, ma Rust vede soltanto uno scorcio della sua futura destinazione: entrambi i detective sopravvivono alla battaglia, seppure a stento, e il mostro viene abbattuto.

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L’epilogo, immerso nel candore asettico di un ospedale, è alquanto spiazzante se paragonato all’atmosfera cupa e disincantata che domina il resto della serie. Le parole di Rust sono infatti illuminate da un bagliore di speranza, una scintilla provocata dall’esperienza pre-morte: «Una volta non c’era che oscurità. Per come la vedo io, è la luce che sta vincendo» dice Matthew McConaughey al termine di un monologo che, da solo, gli garantirà una vittoria praticamente scontata ai prossimi Emmy. Pare insomma che Rust sia riuscito a scalare l’abisso dopo averne toccato il fondo, riscoprendo una fiducia che aveva smarrito diversi anni prima, in seguito alla morte della figlia. Questa chiusura, palesemente impostata sulla catarsi, non si limita a mettere in discussione il cinismo disilluso di Rust, ma risolve persino il rapporto conflittuale tra i due detective, che si ammorbidisce verso le dinamiche di un buddy cop più convenzionale, fatto di schermaglie innocenti e amicizia virile. Una deriva rassicurante, questa, che forse non ha il coraggio di spingere fino in fondo sulla messa in crisi dei valori tradizionali e sulla decostruzione del genere poliziesco (proprio perché, alla fine, ristabilisce l’ordine costituito), ma che comunque risulta accettabile in quanto culmine di un percorso intimo ed emotivo, soprattutto per Rust. L’intera serie coincide con il resoconto della sua parabola esistenziale, dal cuore della terra fino alle stelle, dalla morte – corteggiata in ogni episodio – fino alla rinascita. Raro caso di thriller che assume connotazioni metafisiche, figlio legittimo di Friedkin, Mann, Demme e altri registi che hanno saputo sfruttare i generi per esplorare le radici del male, True Detective occupa già un posto d’onore nella storia del piccolo schermo. Da rivedere come fosse un unico, lungo film.

6

La citazione: «Senti, come carne senziente, per quanto illusorie siano le nostre identità, modelliamo queste identità formulando giudizi di valore. Tutti giudicano, continuamente. Se questo ti crea problemi, vuol dire che stai vivendo nel modo sbagliato.»

Ho apprezzato: La discesa negli inferi di Carcosa; la lotta titanica con il “mostro”; le sfumature metafisiche.

Non ho apprezzato: La deriva del finale è forse troppo consolatoria.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di True Detective sul nostro Episode39 a questo LINK.

Cinema chiusi fino al 15 gennaio, QUI gli ultimi aggiornamenti.

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