True Detective, la recensione del quinto episodio: The Secret Fate of All Life

True Detective, la recensione del quinto episodio: The Secret Fate of All Life

Di Lorenzo Pedrazzi

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Punto di non ritorno per questa eccezionale serie antologica, The Secret Fate of All Life spinge True Detective verso nuovi orizzonti tematici e narrativi, rinnovandola dall’interno.

Attenzione: il seguente articolo contiene SPOILER

I detective Martin Hart (Woody Harrelson) e Rust Cohle (Matthew McConaughey) sono alle strette con il misterioso Reggie Ledoux, sospettato dell’omicidio di Dora Lange: hanno trovato il suo centro operativo – una casa diroccata immersa nella campagna – e decidono di agire da soli per catturarlo. L’operazione scivola come l’olio, almeno fino a quando Marty non scopre lo spaventoso nascondiglio in cui Ladeux teneva imprigionati due bambini, uno dei quali morto recentemente; sconvolto dalla rabbia e dall’orrore, il detective spara alla testa del maniaco, uccidendolo sul colpo. I due partner sono quindi costretti a inscenare una sparatoria, concordando una diversa versione dei fatti: la storia regge, e l’opinione pubblica li accoglie come eroi. Ma sette anni più tardi, dopo un periodo di relativa tranquillità (persino per Rusty, accoppiato da Maggie con una sua amica), un tossico viene arrestato per omicidio, e nel corso di un interrogatorio rivela che Ledoux non era il vero assassino di Dora Lange: il “Re Giallo“, responsabile dell’omicidio della donna e di molte altre persone, è quindi ancora libero…

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La desolazione di un bar cupo e fumoso ci accoglie fra le rovine del white trash, quel mondo di lerciume e disincanto in cui True Detective scova le sue creature disperate. The Secret Fate of All Life ne rappresenta il punto di non ritorno: la caccia a Reggie Ledoux si conclude con una memorabile messinscena, fedele alle logiche di una serie che riflette sulla decostruzione del mito poliziesco-machista per poi riaffermarlo in una veste inquinata e deviante. Lontana in pari misura sia dal retaggio scanzonato del buddy cop sia dalla retorica moralista del dramma edificante, la serie di Nic Pizzolatto rielabora i codici dell’investigazione fino a modellarli in una forma traumatica, lasciando cicatrici durature sul corpo e sulla psiche dei detective, che di fronte all’orrore non possono certo rimanere indifferenti.

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Se la reazione di Marty è umanamente brutale (e ricorda lo straziante epilogo di Seven), quella di Rusty è invece molto più ambigua: disilluso e meditativo, Rusty finisce paradossalmente per adottare la filosofia del “mostro”, Ledoux, nella quale individua la chiave interpretativa di una realtà che – se osservata dalla quarta dimensione, la stessa prospettiva di cui parlava Vonnegut in Mattatoio n° 5 – appare sconfortante e priva di senso, poiché destinata a ripetersi all’infinito come un ciclo autoalimentato di orrori, miserie e sopraffazioni, dove persino la giustizia dei tutori della legge è sporca e ingannevole. La sequenza della cattura del maniaco, in tal senso, è magistrale, perché giocata sulla contrapposizione stridente tra narrazione verbale e narrazione visiva: il racconto filmato ci mostra come sono andate realmente le cose, ma le voci fuori campo di Rust e Marty – interrogati dai due detective che indagano sui nuovi omicidi del Re Giallo, diciassette anni dopo il ritrovamento di Dora Lange – espongono la versione ufficiale dei fatti, suscitando un geniale effetto di straniamento.

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L’ellisse temporale è poi un’audace soluzione narrativa, utile a ristabilire un clima di apparente calma che, però, è destinato a crollare sotto il peso delle nuove rivelazioni. Emergono i sospetti su Rust, visto più volte sulle scene dei delitti, ma noi sappiamo bene che tali supposizioni non potrebbero essere più sbagliate. Il detective non è colpevole, si trova semplicemente sull’orlo di un abisso del quale non si vede il fondo, e che lo inghiottirà senza mai restituirlo alla sua vita precedente. Un abisso che anche noi spettatori siamo costretti a scrutare, laddove il male è una forza oscura e inevitabile, come avviene nel cinema di alcuni grandi maestri contemporanei quali William Friedkin, Michael Mann e Jonathan Demme: non a caso, i padri spirituali di questo meraviglioso prodotto televisivo.

La citazione: «Lo so cosa succederà dopo. Ti ho visto in sogno. Ora sei a Carcosa. Con me. Lui ti vede.»

Ho apprezzato: la sequenza della cattura di Ledoux; il coraggioso approccio cupo e dolente; l’evoluzione della trama con l’ellisse temporale.

Non ho apprezzato: ripeto, scherziamo?

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di True Detective sul nostro Episode39 a questo LINK.

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