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A proposito di Davis, la recensione del nuovo film dei Fratelli Coen

A proposito di Davis, la recensione del nuovo film dei Fratelli Coen

Di Filippo Magnifico

Inside Llewyn Davis trailer

Presentato nella sezione Festa Mobile, A proposito di Davis era uno dei titoli più attesi della 31° edizione del Torino Film Festival. Le aspettative nei confronti dell’ultima fatica dei Fratelli Coen erano parecchie, ed erano aumentate in maniera esponenziale nel momento in cui il film si era aggiudicato il Grand Prix Speciale della Giuria all’ultimo Festival di Cannes.

Con una tale presentazione le probabilità di trovarsi di fronte ad una delusione erano praticamente ridotte allo zero. Il rischio era comunque dietro l’angolo, perché, si sa, i Coen non sono più quelli di una volta e qualche passo falso l’hanno fatto nel corso degli anni. Ma questa volta decisamente no.

A proposito di Davis è un film che rasenta la perfezione, e per certi versi la raggiunge anche: è scritto benissimo, diretto altrettanto bene (ma su questo non c’erano dubbi), incorniciato da una fotografia particolarmente suggestiva (opera di Bruno Delbonnel), caratterizzato da intermezzi musicali emozionanti e animato da un cast perfettamente calato nella parte. Bravissimo Oscar Isaac, ma anche chi gli sta attorno, come ad esempio Carey Mulligan, Justin Timberlake, John Goodman e Garrett Hedlund, gli ultimi due presenti nella parte più bizzara e inquietante di questa storia.

Inside Llewyn Davis Justin Timberlake Oscar Isaac foto dal film 1

Il bello dei Coen è che riescono a rendere interessanti anche le storie apparentemente più banali, puntando tutto su (anti)eroi per i quali si prova un amore incondizionato. È successo in passato per Drugo Lebowski, ad esempio, e succede anche in questo caso, sebbene i personaggi appartengano a due mondi completamente diversi. Quello che li accomuna è il far parte della cerchia dei “loosers”, cioè di quelle persone che, o per estrema pigrizia o perché particolarmente sfortunate, non riescono a sollevare la loro sorte, quasi provassero una sorta di compiacimento.

Llewyn Davis, la figura attorno alla quale ruota questa pellicola, è esattamente così: non si capisce se la sua situazione di “musicista da bar” gli stia poi così stretta, e allo stesso tempo non si capisce se gli stessi Coen abbiano deciso di stare o meno dalla sua parte. In un primo momento lo rendono protagonista assoluto della scena, ma continuano a lasciarlo relegato ad un limbo che, proprio come prevede la professione di cantante, lo porta sempre a fare lo stesse cose, migliorandole un passo alla volta.

Sono le scelte che facciamo a determinare il nostro futuro, ma non è detto che non si possa recuperare. L’impressione è che attraverso quest’opera i Coen abbiamo voluto dirci proprio questo, ponendo il loro protagonista di fronte a dei bivi sempre più ardui. Un ragionamento racchiuso in quel “Au revoir!” pronunciato da Oscar Isaac prima dei titoli di coda, che sembra voler dire: “Posso sempre cadere negli stessi errori, ma sarò sempre qui. E poco alla volta riuscirò a farcela”.

[La recensione era stata scritta in occasione della presentazione del film al Festival di Torino]


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