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Lone Survivor – Un commento al film di Peter Berg

Di Marlen Vazzoler

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Sotto sotto la trama ridicola di Battelship eravamo riusciti a intravedere l’enorme rispetto nei confronti della marina del regista Peter Berg. In Lone Survivor questo rispetto diventa una vera e propria celebrazione del corpo dei Navi Seals non solo nel racconto dell’operazione Red Wings ma sopratutto tramite l’utilizzo del girato che viene mostrato all’inizio del film in cui vediamo i Seals durante l’addestramento e durante i titoli di coda in cui vengono ricordati i caduti durante l’operazione afghana.
Lone Survivor racconta la missione di una squadra dei Navi Seals, in Afhanistan, composta da Marcus Luttrell (Mark Wahlberg), il tenente Michael P. “Murph” Murphy (Taylor Kitsch), Danny Dietz (Emile Hirsch) e Matthew “Axe” Axelson (Ben Foster) incaricata di catturare un leader talebano, Ahmad Shah (Yousuf Azami). Ma l’incontro imprevisto con alcuni pastori montani non solo pregiudicò l’esito dell’operazione ma contribuì alla caduta della squadra in un agguato nella zona montana di Hindu Kush.
Di primo acchito può sembrare che il tempo dedicato all’approfondimento psicologico di questi uomini sia troppo poco, ma in realtà i quattro protagonisti sono ben delineati e definiti. Se così non fosse lo spettatore non riuscirebbe a rimanere affetto da quanto vede accadere davanti ai suoi occhi. Ma sono due le interpretazioni che emergono in questo film, prima di tutto quella di Ben Foster che ancora una volta mostra le sue doti camaleontiche e riesce a tenere gli spettatori col fiato sospeso dinanzi all’incredibile forza di determinazione di Axe, una vera e propria macchina da guerra che non si ferma davanti e niente. Una sorpresa, specialmente se teniamo conto delle sue performance in Battelship e in John Carter, è quella fornita da Kitsch. Questa volta l’attore riesce a creare un personaggio davvero carismatico, un leader che seguiresti in capo al mondo.
Uno dei momenti chiave del film è la discussione tra i quattro Seals sul destino dei tre civili. Il gioco di primi piani, mezzi piani usati da Berg nella discussione tra Axe, Luttrell e Dietz aiutano lo spettatore a immedesimarsi nei personaggi. Man mano che la tensione sale la cinepresa restringe ancora di più il campo con dei primissimi piani fino all’arrivo di Murphy. E qui il potere del personaggio viene espresso con una posizione di ‘sottomissione’ da parte di Axe e Diez, in un piano inferiore rispetto a lui, fino a quando i tre non decidono di seguire i suoi ordini.
Ma il punto forte del film è la battaglia tra i Seal e gli Afghani raccontata con un continuo crescendo. Per mezz’ora assistiamo inorriditi al tremendo scontro tra le due forze, impari, e al martoriamento dei corpi dei Seal, reso molto convincente grazie agli effetti speciali creati da Gregory Nicotero (Walking Dead) e Howard Berger che hanno usato i dati delle autopsie dei caduti per ricreare le loro ferite. A dire il vero questa lunga sequenza sembra infinita, non vedi l’ora che finisca da quanto ti fa stare male, in particolar modo durante le cadute dei quattro dai vari precipizi, dove i sassi, le rocce e gli alberi diventano delle armi ancora più letali dei proiettili dei talebani. Anche se il titolo già ci rivela che solo uno di questi uomini riuscirà a sopravvivere, non possiamo fare a meno di sperare fino all’ultimo che questi uomini ce la facciano in un modo o nell’altro, soprattutto nel caso di Axe, una macchina da guerra che a fatica riesce ad essere fermata.
Le scene della battaglia sono potente, ti scuotono fino al midollo tanto da sfinirti. E quando cominci a riprenderti durante le scene nel villaggio Pashtun, arrivando anche a ridere, non puoi fare a meno di pensare a quella spada di Damocle pronta a colpire da un momento all’altro. L’obiettivo del film è quello di farti apprezzare il coraggio e il sacrificio di questi uomini, e in questo ci riesce egregiamente, ma ti ricorda che non tutto è bianco o nero, una cosa difficile da ricordare in momenti critici come questi.


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