Almost Human, la recensione del dodicesimo episodio: Beholder

Almost Human, la recensione del dodicesimo episodio: Beholder

Di Lorenzo Pedrazzi

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Beholder è il penultimo episodio della prima stagione di Almost Human, e grazie al colpo di scena finale si rivela anche come uno dei migliori. Peccato però che ignori totalmente la trama orizzontale…

Attenzione: l’articolo seguente contiene SPOILER

Nel corso della stagione abbiamo appreso che i “cromo” sono individui perfezionati geneticamente prima del concepimento, dunque in possesso di caratteristiche fisiche e mentali di alto livello: sono di bell’aspetto, non si ammalano, sviluppano un talento precoce per le arti e le scienze, ottengono cariche di grande prestigio. Ebbene, un “cromo” viene ucciso nel suo appartamento da un individuo con il volto sfigurato e parzialmente ricoperto da bende, che richiama alla mente il Darkman di Sam Raimi: l’assassino inietta nella sua vittima una strana sostanza, provocandone la morte. I detective John Kennex (Karl Urban) e Dorian (Michael Ealy) indagano sul caso, coadiuvati stavolta dalla detective Valerie Stahl (Minka Kelly), che si sente coinvolta perché anche lei – nonostante abbia scelto di lavorare in polizia, mestiere che non si addice al suo rango – è una “cromo”. I tre scoprono che la sostanza iniettata nella vittima conteneva delle nanomacchine utilizzate per la plastica facciale, in grado di memorizzare un particolare tratto somatico e poi replicarlo sul volto di un altro soggetto. Il killer, sfigurato durante la sperimentazione delle stesse nanomacchine, sta quindi cercando di costruirsi un viso ideale “rubando” i tratti somatici delle sue vittime…

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Inaspettatamente, il penultimo episodio di Almost Human non sfiora nemmeno la trama orizzontale, ma racconta una vicenda autoconclusiva che potrebbe essere collocata in qualunque momento della stagione. Stavolta le ingerenze della Fox non c’entrano, pare proprio che in questo caso l’ordine degli episodi sia corretto, e i dubbi sulla gestione della trama orizzontale si fanno più intensi: frammentaria e confusa, la storia dell’Insindacato è rimasta praticamente ferma, mentre l’ultima puntata, Disrupt, ha introdotto una nuova sottotrama (i ricordi misteriosi impiantati nella memoria di Dorian) che Beholder ignora totalmente, confermando la scarsa compattezza narrativa della serie.

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Peccato, perché per il resto Beholder è un episodio piuttosto valido, se considerato autonomamente. Riaffiora una tematica fondamentale per la serie, il rapporto fra individui e tecnologia, con John e Dorian che si spartiscono i ruoli: se il primo è sostanzialmente tecnofobico e intrattiene una relazione disillusa e diffidente con i prodigi della tecnologia (pur traendone vantaggio, poiché utilizza una gamba bionica), il secondo riflette invece la fiducia positivista nei confronti del progresso, anche perché, in quanto androide, ne rappresenta una delle più brillanti espressioni. I battibecchi fra i due partner funzionano, ma l’epilogo sembra propendere più verso il punto di vista di John: alla ricerca di quel contatto umano che la tecnologia tende ad anestetizzare, John sta per chiedere a Valerie di uscire, ma la ragazza ha già un impegno con un attraente “cromo” che ha conosciuto durante le indagini, e il nostro povero detective è costretto a ritirarsi nella sua solitudine, osservando la frenesia della vita che gli scorre attorno. Un finale malinconico che riecheggia la conclusione della parabola criminale di Eric Lathem (Michael Eklund), l’assassino sfigurato: patologicamente incapace – prima dell’incidente con le nanomacchine – di vedere la bellezza insita nei propri difetti, l’uomo cerca di ricostruire il suo volto ideale per presentarsi alla donna che ama, conosciuta in chat e mai incontrata di persona… ma la ragazza, come si scopre alla fine, è non vedente, ed era pronta ad amarlo in ogni caso. Questo piccolo colpo di scena, ben piazzato e commovente, attribuisce a Eric una statura quasi tragica, e ne approfondisce la psicologia quel tanto che basta per non considerarlo un antagonista monodimensionale. «Tu non capiresti… tutti dovremmo essere amati» dice a John prima di suicidarsi, affermando la sua irrimediabile, e ormai definitiva, solitudine.

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Insomma, un episodio dotato di una solidissima fibra emotiva, di sicuro fra i migliori della stagione. Ora però rimane un’unica puntata per tirare le fila della trama orizzontale, e ottenere il rinnovo per l’anno prossimo non sarà certo facile.

La citazione: «Si dice che più difetti hai, più sei umano. Ti ho mai detto quanto ti trovo umano?»

Ho apprezzato: il colpo di scena finale; il dualismo tra John e Dorian; il clima malinconico dell’epilogo.

Non ho apprezzato: l’assenza di riferimenti alla trama orizzontale.

Potete scoprire, commentare e votare tutti gli episodi di Almost Human sul nostro Episode39 a questo LINK.

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