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12 Anni Schiavo è il film più brutto di Steve McQueen?

Di Valentina Torlaschi

12 anni schiavo

[L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SULLA TRAMA]

«Una storia vera impone rispetto, non permette eccessi d’invenzioni visuali». Così Steve McQueen ha dichiarato in una recente intervista quando gli veniva fatta notare la sua “ritirata classica” in 12 Anni Schiavo. Al di là del giudizio personale che si può dare sul film, è evidente che, rispetto alle sue pellicole precedenti ovvero Hunger e Shame, il regista inglese abbia virato a uno stile più tradizionale per raccontare una vicenda – vera, appunto – di schiavitù nell’America del 1841. Quello di 12 Anni Schiavo è uno stile meno sperimentale e pittorico nella costruzione delle inquadrature, con meno sequenze da video-installazione. Uno stile meno visionario, più al servizio del racconto piuttosto che della ricercatezza d’immagine.

Per dipingere l’incubo a occhi aperti durato 12 anni del protagonista Solomon Northup, quest’uomo di colore nato libero e poi ridotto in schiavitù con l’inganno, McQueen ha rinunciato a fare di ogni inquadratura un’opera d’arte. A parte certe affascinanti sequenze tra le piantagioni della Louisiana, non vi è nulla di paragonabile all’estrema ricerca estetica dei due film precedenti, dalle lenzuola di Shame stropicciate-trasfigurate come in una statua di marmo o lo spargimento di sangue alla Pollock di Hunger.

12 anni schiavo impiccagione

Eppure, pur utilizzando un linguaggio visivo più canonico, sarebbe ingiusto negare a 12 Anni Schiavo di avere alcune sequenze di grande potenza. Ad esempio, la citatissima scena dell’impiccagione in cui la durata prolungata sulla sofferenza di un uomo che punta i piedi a terra per non soccombere mentre intorno a lui i bambini giocano, gli altri schiavi continuano a lavorare e le padrone guardano da lontano, è un momento di grande cinema. Un momento in cui il regista ti costringe a sostenere lo sguardo su una realtà verso cui, per tanti anni, si è preferito girarsi dall’altra parte. E anche l’uso del sonoro coi lamenti di dolore tenuti ad alta gradazione di decibel e poi trascinati da una scena a quelle successive risulta una scelta di regia forte e funzionale.

Inoltre, 12 Anni Schiavo è un’opera intarsiata di sottile ambiguità. A parte i personaggi manichei del cattivo-sfruttatore Micheal Fassbender (le cui sfumature derivano più dalla bravura attoriale che non dalla scrittura) e del buon salvatore Brad Pitt (il ruolo più macchiettistico nella sua totale ed estemporanea positività), sono decisamente più sfaccettate le figure del pastore protestante Benedict Cumberbatch (generoso fino a che gli fa comodo) e del protagonista interpretato da Chiwetel Ejiofor. È interessante in particolare la descrizione di quest’ultimo: non un eroe combattivo disposto a morire per i diritti del suo presunto popolo, quanto un uomo mosso dall’istinto di sopravvivenza. La condanna di Salomon/Chiwetel Ejiofor verso la schiavitù si muove ovattata e indecisa: più che una rivoluzione per la giustizia collettiva, lui rivendica il suo diritto individuale di essere un nero nato libero. È vero, come ci dicono i titoli di coda, che Salomon diventerà poi un attivista ma nel film la sua ribellione è solo a livello personale. Steve McQueen non lo condanna per questo, sia chiaro, ma sottolinea l’ambiguità di quest’uomo nero che vorrebbe essere un bianco, e per certi aspetti lo diventa: sa leggere e scrivere, sa suonare e, anche se suo malgrado, userà perfino la frustra contro i suoi compagni di colore. In quell’America prima della guerra di secessione, l’individualismo è come ineluttabile in lui e tra gli schiavi: nella tragedia si è anche tutti solidali gli uni con gli altri, però, appena si avverte lo spettro della libertà, non ci si guarda indietro ad aiutare il vecchio compagno di sventura. Per dolore e per impotenza, non si può farlo.

12 anni schiavo

Come già in Hunger e Shame, anche in 12 Anni Schiavo il corpo è centrale. Gli schiavi sono svuotati dei loro nomi-identità e ridotti corpi-oggetti da martoriare, ferire, macellare, comprare e rivendere perché divenute presenze scomodi o troppo depresse. Paragonandolo ai peggiori e sanguinari splatter, il critico (di colore) Arnold White ha accusato il film di essere un “torture porn”; no, lo sguardo di McQueen non è pornografico, non gode nel farci vedere la violenza. Piuttosto, come già nominata nella sequenza dell’impiccagione, vuole spingere lo spettatore a guardare e continuare a guardare una realtà su cui è più facile chiudere gli occhi.

Tutto ciò per dire che, anche se non è sperimentale, 12 Anni Schiavo non è un film piatto, banale. McQueen ha deciso di fare un film più popolare, di parlare a una platea di spettatori più ampia e per farlo ha ritarato il suo linguaggio visivo su canoni più mainstream, un po’ come è anche solito fare Gus Van Sant la cui carriera è percorsa da un’anima più estetizzante (Elephant, Paranoid Park, Last Days) a una più popolare (Milk, Promised Land).

12 anni schiavo trailer

Per tornare però alla frase iniziale, anche Hunger raccontava una storia vera. E lì le continue invenzioni visuali erano tutt’altro che irrispettose della tragica vicenda narrata; anzi, quelle immagini così estreme nella loro estetizzazione imprimevano in profondità le coscienze molto più di 12 Anni Schiavo. E anche rispetto a Shame, 12 Anni Schiavo è un film che scivola via più fluido, lasciando meno traccia e in maniera meno urticante. In conclusione, 12 Anni Schiavo è sì un bel film però è anche l’opera meno coraggiosa e potente – brutta non è la parola giusta – di quelle realizzate finora da McQueen.

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