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Sherlock – His Last Vow: Recensione all’ultimo episodio della terza stagione [spoiler]

Di Marlen Vazzoler

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Nel recensire His last Vow non posso esimermi dal fare spoiler, quindi vi consiglio caldamente di vederlo prima di leggerlo.

Nei precedenti episodi di questa stagione di Sherlock abbiamo visto come gli sceneggiatori hanno posto grande attenzione al legame tra Watson, Sherlock e Mary, tanto da dedurre che il loro rapporto avrebbe giocato una parte importante in questa ultima puntata. E così è stato. Alla fine di The Sign of Three, Sherlock fa la sua prima e unica promessa, ai due novelli sposi, di esser sempre presente per tutti e tre (compreso il bambino che Mary aspetta, ndr.), ‘Qualsiasi cosa accada o sarà necessaria’, parole che giocheranno una parte importante verso la fine dell’episodio.
La sceneggiatura di Moffat si differenzia completamente dalle due precedenti, innanzitutto torniamo alla struttura classica degli episodi di Sherlock, di cui avevamo sentito la mancanza in questa stagione, un caso difficile da risolvere che si estende per tutta la puntata, ricca di colpi di scena. Il passaggio dalla trama irregolare di The Sign of Three a quella praticamente lineare di His Last Vow mostra che alla fine lo show non ha veramente preso una nuova direzione, tutto quello che abbiamo visto nei precedenti episodi come al solito viene ripreso qui, anche se non nel modo in cui avremmo pensato. Charles Augustus Magnussen non è stato il filo conduttore di questa stagione, in The Sign of Three avevamo infatti notato come all’apparenza non erano presenti dei legami, degli indizi che collegassero l’episodio con The Empty Hearse. Il vero filo conduttore della terza stagione è Mary Watson, in un colpo di scena che davvero non ci saremmo aspettati. Per quanto riguarda l’uso di diverse e talvolta inusuali strutture narrative in questa stagione, guardando a ritroso queste tre puntate, non possiamo fare a meno di notare come in ogni caso la struttura di ogni episodio abbia messo in risalto quello che è stato narrato. La struttura erratica del secondo episodio, non avrebbe avuto lo stesso effetto nel terzo e viceversa, quindi anche in questo caso, non c’è stato un vero cambiamento strutturale negli episodi.
In His Last Vow Sherlock riceve l’incarico di recuperare delle lettere rubate da Charles Augustus Magnussen, un uomo che fa leva sulle personali debolezze delle persone che si trovano in punti chiave del governo britannico e non solo, per suo tornaconto. Questo caso è apparentemente l’investigazione principale dell’episodio, fino a quando Sherlock non si intrufola nell’appartamento di Magnussen, dove sorprende Mary nell’atto di uccidere il villain. Da qui la trama prende una piega completamente inaspettata, con Mary che diventa il nuovo cliente di John e Sherlock, e il tentativo di quest’ultimo nel mantenere la sua promessa. L’episodio combina elementi presi da diverse opere di Doyle, nel racconto ‘L’avventura di Charles Augustus Milverton’ Holmes ha a che fare con la persona più disgustosa che abbia mai conosciuto, il ricattatore Charles Augustus Milverton, mentre lo smascheramento dell’identità di Mary ricorda quello del villain di L’avventura della casa vuota, il colonnello Moran, anche se in questo caso il manichino è stato sostituito da John.
Dicevamo che lo scopo di Magnussen è trovare i punti deboli dei suoi avversari, per usarli a suo piacimento. Nel caso di Mycroft, Sherlock è il suo punto debole, in quello di Sherlock, come abbiamo ben visto nel primo episodio di questa stagione, il suo punto debole è Watson, ecco così spiegato il motivo dietro al suo rapimento in The Empty Hearse, ma qual’è il punto debole di John? Mary e quello di Mary il fatto che non è Mary, non è la donna che pensavamo di conoscere, che nemmeno Sherlock credeva di conoscere. Sherlock è convinto di poter risolvere ‘l’inghippo’ in cui si trovano recuperando le prove fisiche che Magnussen ha contro Mary, come aveva già tentato di fare durante la sua effrazione nell’appartamento di Magnussen, ma è qui che scatta la geniale trappola del villain. Le prove non esistono, tutto è nella sua mente. Appledore, il fantomatico sotterraneo sotto la sua casa in cui ha raccolto le prove dei punti deboli degli uomini e delle donne che sta soggiogando, non esiste. E con l’inesistenza di Appledore, Magnussen riesce a dare lo scacco matto a Sherlock. Il primo scacco lo abbiamo con lo svelamento degli occhiali di Magnussen, che non sono collegati a nessun archivio, il secondo è l’inesistenza dell’archivio. Sherlock è stato completamente sconfitto, per la prima volta non è stato in grado di superare con il suo intelletto il suo avversario, è completamente caduto nella trappola e non ha nessuna via di fuga.
In questo episodio vediamo Sherlock arrivare a degli estremi che mai ci saremmo aspettati, e no non sto parlando di quello della droga, ma del suo rapporto con Janine e la sua proposta di fidanzamento. Mai come il quel momento John è stato un così forte portavoce della voce degli spettatori, sgomenti come lui, dalla strana piega di eventi che si stava svolgendo davanti ai nostri occhi. Ma non abbiamo tenuto conto che Sherlock è Sherlock, e che quello che abbiamo visto era un semplice stratagemma per arrivare a Magnussen. Se la commedia con Janine ha comunque dato i suoi frutti, il lasciapassare, non si può dire lo stesso della droga. Il detective sperava che Magnussen potesse usare questo suo punto debole contro di lui, ma così non è stato, e quando si è trovato con le spalle completamente contro al muro, non può fare altro che far sparire l’unico contenitore in cui sono custodite le informazioni di Magnussen, il suo cervello. Per salvare John e Mary, Sherlock deve correre a una soluzione estrema, uccidere Magnussen, il suo alter ego. Alter ego si, perché Appledore non è altro che la controparte del Palazzo Mentale di Sherlock, Magnussen è un’altra versione di Sherlock, una versione senza quell’umanità che il nostro detective preferito ha sempre avuto, quell’umanità per cui Mycroft l’aveva messo in guardia, quell’umanità che fa si che uno dei suoi punti deboli è la morte del suo cane Redbeard, che lo fa rimanere di sasso quando John gli svela di essere il suo miglior amico, quell’umanità che lo spinge a dire il suo primo e ultimo voto, la protezione di John e Mary, quell’umanità che ‘lo trasforma’ in un bambino con le lacrime agli occhi mentre gli uomini di Mycroft si apprestano ad arrestarlo.
La droga è uno dei temi ricorrenti di questo episodio. Finalmente viene affrontata la tossicodipendenza del detective, che fino adesso avevamo visto al massimo fumare delle sigarette. Anche se Sherlock si ostina a dire che il problema della droga era solamente legato al caso a cui stava lavorando, nella discussione sulle scale che intrattiene con Mycroft e John scopriamo che la sua dipendenza è un problema ben più radicato, anche se non era stato propriamente accennato in precedenza, che ha provocato delle pene anche per la loro spensierata coppia di genitori. La morfina torna poi in gioco nella sua conversazione con Janine in ospedale, quando lei ‘lo lascia’, e in una tavernetta mentre Sherlock offre suo fratello Mycroft a Magnussen, in cambio di uno sguardo a Appledore. Infine viene usata per non mettere a repentaglio la sua famiglia e Mary, quando fa drogare il loro tè da il suo ‘nuovo aiutante’ Bill Wiggings, per poter muoversi in pace con John.
Lars Mikkelsen è riuscito a creare un Charles Augustus Magnussen davvero disgustoso, quel suo sguardo freddo, quel atteggiamento distaccato e quel modo di fare e parlare così irritante che s’insinua sotto la tua pelle, è esattamente l’opposto del Moriarty interpretato da Andrew Scott, che compare brevemente in un intensa scena ambientata all’interno della mente di Sherlock, mentre questo sta cercando di non andare sotto shock, dopo esser stato colpito da un proiettile sparato da Mary. È interessante vedere come nelle profondità della mente di Sherlock, in una stanza che assomiglia a quelle usate per i matti, si trovi Moriarty in camicia di forza che cerca di far abbracciare la morte a Sherlock. Una scena che mostra quanto la morte di Moriary alla fine della seconda stagione ha impattato la sua psiche.
Arriviamo così all’ultimo colpo di scena di questo episodio. Moriarty. Mentre Sherlock si trova sull’aereo che lo porterà in un luogo nell’est Europa dove dovrà portare a termine una missione suicida per l’Inghilterra, per espiare la morte di Magnussen, la sigla finale s’interrompe improvvisamente con uno strano messaggio che compare su tutti i canali televisivi “Vi sono mancato?”, chiede una voce distorta mentre Lestrade, la signora Hudson e Molly guardano sbigottiti lo schermo, e Mycroft viene avvisato di una cosa ritenuta impossibile, il ritorno di Moriarty che spinge a far tornare Sherlock indietro. Come può essere ancora vivo, chiede Mary e ci chiediamo noi, non si era sparato un colpo in testa?
Speriamo di non dovere aspettare altri due anni per scoprirlo.

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