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Ma The Wolf of Wall Street è davvero un film senza morale?

Di Valentina Torlaschi

wolf-of-wall-street scorsese dicaprio

[L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER SULLA TRAMA E SUL FINALE]

«Sono stato ricco e sono stato povero. E non c’è dubbio che tra le due condizioni preferisca essere ricco, cazzo! La povertà non nobilita l’uomo. Poi, se qualcuno pensa che io sia materialista o superficiale, vada a lavorare da McDonald’s perché è quello il suo fottutissimo posto!». Queste le parole tratte da uno degli innumerevoli show che Jordan Belfort/Leonardo DiCaprio recita davanti la platea dei dipendenti della sua agenzia di brokeraggio. Microfono in mano e fare da rock-star, il “Lupo di Wall Street” surriscalda gli animi dei suoi venditori-guerrieri incitandoli ad armarsi di telefono per colpire senza scrupolo, a suon d’illegalità e menzogne, degli ingenui investitori. In premio, tanti di quei soldi da non saper come spendere tra Ferrari, completi Armani, puttane, yacht, nani volanti, cocaina e quaalude.

Nel suo ultimo film uscito nei cinema italiani lo scorso giovedì, Martin Scorsese compone un ritratto stupefacente e (apparentemente) tutt’altro che accusatorio di Belfort: vero broker degli anni ’90 che, spericolato criminale accecato del dio denaro, truffa più di 1.500 persone, in gran parte povera gente, per un totale di 110 milioni. Alla faccia di quelle vittime in carne e ossa che ancora aspettano di esser risarciti, il regista ha fatto di Jordan un cattivo più carismatico e travolgente che mai, un uomo che trascina lo spettatore sulla sua montagna russa di orge, droghe, eccessi. The Wolf of Wall Street è insomma una commedia nerissima, scorretta, più libera che mai da regole e ricatti morali (oltre che estetici e produttivi).

«Voi siete gente pericolosa» ha scritto Christina McDowell, figlia di un ex-socio di Belfort, in una lettera aperta a Scorsese che si scaglia feroce contro il regista: «il film è l’ennesimo tentativo maldestro di rendere simpatico e divertente un mondo di banditi. Ed è ancora più grave farlo in questo momento quando il Paese si sta riprendendo a fatica da altri inganni di Wall Street. Ma che modello culturale rappresentate? State dalla sua parte, consacrate l’ossessione paranoica per i soldi». Sia in Italia che all’estero, in effetti, la pellicola ha raccolto diversi scetticismi. Un’opera senza morale? Una glorificazione del male fine a se stessa? Un bello spettacolo ma senza alcun messaggio?

In realtà, The Wolf of Wall Street è tutt’altro. Il film è piuttosto una spiazzante fotografia sull’alterazione del sogno americano, sui delitti senza castighi della finanza selvaggia, sulle sue vittime invisibili.

The Wolf Of Wall Street Leonardo Dicaprio Foto Dal Film 2

Scorsese non è certo un autore da cui aspettarsi un fluido racconto edificante del cattivo sconfitto dal buono, ma questo non significa che il suo sguardo non sia critico verso la società. Sarebbe come accusare, ed è stato fatto, Arancia meccanica di essere un film che inneggia alla violenza. Pensiamo invece al finale di The Wolf of Wall Street, un epilogo emblematico: Jordan Belfort/Leonardo DiCaprio viene sì condannato in tribunale, ma il regista sceglie di farcelo vedere “rinchiuso” in carcere in un’assolata giornata mentre gioca sorridente a tennis. Il messaggio è chiaro: lui come le banche una decina di anni dopo è stato formalmente punito ma i suoi delitti restano di fatto senza castigo, i suoi peccati assolti senza pentimento. Cosa c’è di più immorale, di condannabile, per una società di avvallare questo?

A rimetterci, la gente comune. Quei poveracci truffati che nel film non si vedono mai, come ben poca visibilità/attenzione, del resto, hanno avuto nel mondo mediatico e politico. Quella massa di defraudati, di cittadini comuni che affollano la metropolitana tutti i giorni e che Scorsese ci fa intravedere solo verso la fine inquadrati sullo stesso vagone che porta a casa, “con le palle sudate”, l’agente dell’FBI interpretato da Kyle Chandler. Lui, il presunto “eroe del bene” che ha incastrato il villain Belfort, è dipinto come un giustiziere sottotono, personaggio pacato, più un burocrate che non un uomo d’azione. Un vincitore che però non sembra neanche godere troppo della cattura del nemico. Non un sorriso, non un segnale di soddisfazione sul suo volto. Forse che egli stesso sia più simile a Jordan/DiCaprio di quanto si possa immaginare? Del resto anche lui aveva tentato, in passato, prima di entrare nella polizia federale, la carriera del broker…

Kyle-Chandler-in-The-Wolf-of-Wall-Street-2013

Nell’agente Kyle Chandler c’è una condanna ma anche una sorta di comprensione/compatimento verso il nemico: sa che Jordan viene dal Bronx, da una famiglia normale («di solito gli stronzi di Wall Street lo sono di famiglia, i loro padri erano broker, ma tu Jordan ti sei fatto da solo, piccolo uomo…») e quindi sa che lui, forte del sogno americano e della filosofia della terra dell’opportunità, si è un perfetto self-made man. Peccato che poi, avido e smodato, abbia drogato quest’idea fino a farla implodere. Se in Pain and Gain era la stupidità a far degenerare l’american dream, in The Wolf of Wall Street il sogno viene alterato, dopato, gonfiato fino al collasso.

Ma la beffa più assurda è che in questa terra delle possibilità, una seconda chance la si dà a tutti, sempre, nel bene e nel male. E così Belfort, uscito dal carcere, tiene dei seguitissimi seminari in cui insegna ai partecipanti delle tecniche di vendita di sua invenzione basate sugli stessi meccanismi su cui convinceva la gente a comprare le sue azioni-spazzatura. Altro che film senza morale, The Wolf of Wall Street è alla fine uno specchio impietoso di un recente passato per riflettere sull’oggi, dove la ricchezza è ritenuta l’unico modo per essere felici. E per diventare ricchi, in finanza ma forse non solo lì, il fine giustifica ogni mezzo, i delitti rimangono senza castighi, i truffati sono solo dei fantasmi che si aggirano in metropolitana, e una seconda vita in questa terra delle opportunità è un diritto. Per tutti. Nel bene e nel male.

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