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TOP10 – I 10 migliori film del 2013 secondo Laura #SWtop10

Di laura.c

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Dopo Leo Truman, Filippo, Valentina, Marlen ed Emanuele, oggi tocca a me, Laura (laura.c) salutare l’anno uscente con la mia Top 10. Non è mai facile stilare una classifica, per questo la lista che vi propongo non seguirà un unico parametro: i primi quattro film sono quelli che ritengo le migliori prove d’autore del 2013. Seguono un ordine ma in realtà sarebbero da includere tutti in un grande pari merito, specialmente quelli che occupano i tre gradini di questo personalissimo “podio”.

Per tutti gli altri vale soprattutto l’effetto “sorpresa”: sono per lo più titoli che hanno per qualche motivo superato le aspettative o che sono stati in grado di imprimersi in maniera particolare nella memoria di un anno affollato di molte visioni ma pochi innamoramenti. Se lo dovessi descrivere graficamente, il 2013 sarebbe una parabola discendente. Cominciato a livelli abbastanza alti con Tarantino e la buona prova di Tornatore (che però non rientra in questa classifica, ahimè un po’ refrattaria ai generi), l’anno è proseguito in maniera piuttosto piatta, con un picco in  corrispondenza di Cannes e una lenta discesa che non è stata risollevata nemmeno da opere molto attese come quella di Abdellatif Kechiche.

Oltre a qualche grande presenza, penso infatti che si noterà nella classifica la grande assenza di La vita di Adele, che nonostante la Palma d’Oro e i cori osannanti della critica, a mio parere non riesce nemmeno ad  avvicinarsi al livello di complessità e alla potenza disturbante dei lavori precedenti del suo autore. Per i grandi amori, insomma, preferisco aspettare il 2014 e un certo Von Trier. Una necessaria annotazione: la lista riguarda solo film usciti per la prima volta in Italia nel 2013 e di cui sono riuscita a prendere visione. Tra questi non rientrano purtroppo Il Passato, No ed altri titoli che magari avrebbero potuto rendere meno aspro il giudizio sull’annata.

Ecco dunque la top 10, cominciando dal basso:

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10 – Gravity (Alfonso Cuarón)

Abbastanza disapprovato appena visto a Venezia, il kolossal di Cuarón alla fine si è fatto strada nella rosa dei film da ricordare grazie a vari pregi, inizialmente sottovalutati a causa del carattere troppo didascalico della sceneggiatura e di alcune scene chiave (vedi Bullock fluttuante in posizione fetale). Il suo voler essere allo stesso tempo un film di fantascienza, un survival e una divagazione sul senso della vita, dopotutto, può essere letto tanto come limite quanto come valore aggiunto, soprattutto nella misura in cui risulta difficile trovare una simile pluralità di anime ed ispirazioni nei grandi prodotti hollywoodiani. In fin dei conti, l’immagine di Sandra Bullock che continua a lanciare il proprio grido di aiuto e a raccontare la propria storia da sola, in mezzo allo spazio e senza alcuna certezza di essere ascoltata, ricorda troppo l’incertezza della condizione umana e le sue primordiali preghiere per non essere apprezzata. Seppure, per così dire, in corner.

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9 – Stoker (Park Chan-wook)

Sarà perché gode ancora della rendita di Old Boy, ma il film americano di Park Chan-wook sembra essere passato fin troppo in sordina considerando il suo altissimo livello estetico e l’atmosfera perturbante sapientemente creata dal regista coreano. Non siamo certo di fronte a un capolavoro e di sicuro l’opera pecca di un canovaccio troppo intuibile, che si sviluppa lentamente e senza grosse sorprese. Ma la debolezza del racconto in sé per stesso passa in secondo piano rispetto all’affascinante inquietudine che il regista riesce a sprigionare con le raffinate inquadrature e la meravigliosa direzione di  Mia Wasikowska e Matthew Goode. Un film che non fa rimpiangere troppo il vecchio Park Chan-wook e fa sperare nell’incontro possibile tra Corea e Hollywood.

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8 – Monsters University (Dan Scanlon)

La Pixar ci ha abituato a tali livelli non solo tecnici, ma anche di storytelling, che un piccolo gioiellino come Monsters University rischia di passare inosservato. Il prequel di Monsters & Co. si distingue invece per diversi aspetti, prima di tutto l’ essere riuscito nella missione impossibile di non far rimpiangere al pubblico la dolce Boo, ingrediente fondamentale del successo del primo film. In secondo luogo, dietro al proprio carattere colorato e intriso di irresistibile comicità, l’ultimo lavoro della Pixar affronta inaspettatamente temi molto adulti, poco spensierati e a tratti anche amari. Il messaggio del film, quello cioè di ammettere i propri limiti e non rimanere attaccati a sogni irrealizzabili che causano solo sofferenza, è un terreno scivolosissimo su cui è difficile vedere avventurarsi un prodotto di animazione, per altro legato a un precedente già molto popolare. Insomma, chi si aspetterebbe di vedere un tema così controverso in un family movie popolato di adorabili mostri multicolore? La Pixar ci mancherà nel 2014.

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7 – Still Life (Uberto Pasolini)

Che dire di questa piccola perla silenziosa, che si è fatta strada senza clamori ma con intrinseca forza nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia? Un film che sceglie di trattare temi a massimo rischio di retorica quali morte e solitudine, e per farlo in modo ottimale si serve di un’ambientazione adattissima a evitare eccessivi patetismi, cioè il desaturato, freddo e tendenzialmente asettico panorama britannico. Mettendo in scena l’impegno di un piccolo uomo, apparentemente insignificante, nel rompere quell’isolamento che circonda l’esistenza di tanti individui, Uberto Pasolini tocca tutte le corde giuste senza esagerare mai i toni neppure nel finale, giocato su un espediente narrativo un po’ trito. Capace di sciogliere sia il ghiaccio che circonda i personaggi, sia quello dell’occhio più cinico, una natura morta che grida e celebra vita.

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6 – Sacro GRA (Gianfranco Rosi)

Per chi lo percorre e lo vive bloccato nel traffico quotidiano di una metropoli caotica, il Grande Raccordo Anulare è soprattutto una logorante trappola per macchine,  nervi e pendolari. Ma proprio perché anello di congiunzione e confine “naturale” di Roma, quella strada raccoglie e abbraccia un groviglio enorme di sensazioni, argina milioni di potenziali storie in cui solo un abile pescatore come il documentarista Gianfranco Rosi avrebbe avuto l’ardire di gettare il proprio amo. Il risultato, ovviamente, non è un quadro obiettivo e  impersonale, bensì un mosaico fatto di tanti frammenti ricomposti con cura e opportuna “invadenza” dal regista, in un ritratto comunque affascinante e dai colori molto variegati. In questo film, Rosi va a sondare i confini della Capitale per ritrovarne lo spirito, la vitalità, la capacità di mantenere la propria intima natura, nonché la propria decadente regalità.  Più che un “documento” della realtà, un dipinto a tinte sfumate e apparentemente un po’ rovinate, ma che dalle pieghe e dalle incrostazioni sa far emergere la bellezza di una città a cui, quest’anno, il cinema italiano deve più di una soddisfazione. Da sottolineare il piacere di poter piazzare un documentario in una posizione così elevata di una classifica annuale.

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5 – The Master  (Paul Thomas Anderson)

Sfrutto l’uscita ritardata al 2013 per includere nella classifica anche il controverso, frammentario e affascinante film di Anderson, presentato alla penultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Più che una vera disquisizione su Scientology, com’era stata inizialmente introdotta a critica e pubblico, una peregrinazione dello sguardo tra le complesse dinamiche che possono instaurarsi tra una personalità carismatica e una diametralmente opposta, violenta e irrequieta, in cerca di un suo posto nel mondo. In pratica un piacere per gli occhi, non solo per l’eleganza delle ricostruzioni (il film è ambientato nel secondo dopoguerra), ma soprattutto per le incredibili prove d’attore. Da quella potentissima di un Joaquin Phoenix naturalmente a proprio agio nel ruolo del disadattato sociopatico, a quella più posata ma ugualmente impressionante di Philip Seymour Hoffman.

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4 – Nella casa  (François Ozon)

Tra rimandi letterari e un continuo gioco di finzione nella finzione, l’insoddisfazione della piccola borghesia radical chic non è mai stata così cinematograficamente divertente. Per il suo annoiato professore di letteratura, messo in crisi dal confronto con un allievo dalla penna brillante e dall’insolente tendenza a introdursi di soppiatto nelle esistenze altrui per sconvolgerle, Ozon ha tirato fuori davvero il meglio del suo cinema. Niente pretenziosi intimismi, niente provocazioni eccessivamente facili, solo il piacere di costruire un film dal percorso labirintico, che racconta allo stesso tempo le frustrazioni di due diverse classi benestanti e l’attrazione fatale verso la finzione, il piacere voyarestico della narrazione, l’euforia del piegare la realtà alla propria immaginazione. Complesso e ludico allo stesso tempo, un film fatto apposta per accarezzare il gusto degli appassionati di letteratura, cinema e altre forme di cultura, con un pizzico di compiaciuto intellettualismo che stavolta è davvero difficile biasimare.

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3 – La Grande Bellezza  (Paolo Sorrentino)

Liberiamo subito il campo dai dubbi:  quello di Sorrentino non è un film perfetto né un’opera summa: pecca di bulimia, di carenza di sintesi, di una certa pretenziosità nel voler inserire in un unico film una serie di suggestioni talvolta inconcludenti. Eppure La Grande Bellezza è un film imponente, complesso, anche abbacinante, ma che in questo suo voler travolgere lo spettatore compie una scelta forte e affatto scontata per il nostro panorama cinematografico. È Fellini, è Proust, è lo stesso Sorrentino cinico, tagliente, nostalgico e incantato che si è fatto conoscere attraverso i suoi film e i suoi libri. È poi molto altro di ciò che abbiamo amato di un cinema e di una letteratura che pensavamo destinati a rimanere confinati nel passato. E nonostante tutte queste fonti di ispirazione fossero palesi fin dall’inizio, così come le atmosfere barocche di Roma e la poetica fatta di chiaroscuri notturni, La Grande Bellezza riesce a rimescolare tutto  in modo a un tempo nuovo e familiare. In una fase in cui la crisi, soprattutto quella civile e culturale, non si cela più a nessuno, la sensibilità del regista non sta nel dipingere l’affresco di una società in pieno decadimento umano e morale, ma nel prendere questo nulla e abbracciarlo, lasciando che insieme allo squallore emerga l’angoscia e l’amarezza per uno stato di innocenza la cui memoria è quasi inibita a un’esistenza corrotta. La stagnazione creativa e umana sembra dunque il vero cuore pulsante di un film che, fondamentalmente, racconta la difficoltà di ritrovare una spinta vitale, quella “Grande bellezza” che si manifesta in modo effimero e incostante, e pare destinata a rimanere solo un ricordo, custodito da uomini ormai ridotti a rovine come quelle di Roma, scenario a dir poco perfetto dell’excursus sorrentiniano.

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2 – Solo Dio Perdona – Nicolas Winding Refn

Un mondo illuminato da luci artificiali e innaturali, dominato dalle tinte calde di cui ci si potrebbe immaginare colorato l’inferno, dove l’ombra prevale su tutti gli ambienti e i personaggi, quasi come se questi se ne staccassero appena per pochi istanti a esclusivo uso dello spettatore, per farsi protagonisti di un dramma senza inizio e senza fine. O meglio, protagonisti di un dolore incarnato che, come tale, è inevitabile, ricercato, necessario all’esistenza ed esprimibile solo attraverso la violenza fisica. Tra citazioni cinefile da amante dei b-movies e temi altissimi, dal sapore addirittura mistico, Nicolas Winding Refn ritrova Ryan Gosling e costruisce un film ricco di simbolismi forti, a volte fin troppo compiaciuti del proprio estremismo, in una Bangkok meravigliosa e spaventosa allo stesso tempo, che ha i contorni dell’incubo. A essere sinceri, se non ci fosse stato Drive, sarebbe stato più difficile apprezzare la poetica del regista attraverso un’opera rischiosa e ostica come Solo Dio Perdona. Ma proprio per la sua capacità di spiazzare e portare a riflettere sulle proprie aspettative di spettatore, l’ultimo film di Nicolas Winding Refn merita di essere apprezzato al pari se non più del precedente, oltre a contenere una scena destinata a diventare una delle migliori allegorie cinematografiche del senso di castrazione. Un film che lascia con l’acquolina in bocca per le prossime follie cinematografiche del regista.

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1 – Django Unchained (Quentin Tarantino)

Ok, lo spaghetti western non ha fatto mai sentire la sua mancanza nei film di Tarantino. Ma la citazione esplicita, la rivisitazione diretta, il legame palesato in tutto, in questa Django Unchained riescono ad avere un effetto ancora più dirompente, nella misura in cui non riescono solo a omaggiare il genere  ma a riportarlo a nuova vita, mescolando l’ultra-classico con l’ultra-moderno e iniettandoci dentro tutta la carica e l’irruenza tipica del cinema di questo regista. Django Unchianed scava con disinvoltura nel grumo di passioni, anche deteriori, che hanno animato quel filone cinematografico, e le ripropone in forma ancora vivida e accessibile. La storia dello schiavo liberato è la solida base su cui Tarantino può divertirsi come al solito a inserire tutto ciò che più gli piace, come il gusto di sfottere il Ku Klux Klan, gli immancabili elementi splatter e anche qualche accenno di torture movie, ma soprattutto i dialoghi incisivi, rapidi e brillanti, che ancora una volta avranno fatto la gioia dei suoi fan più incalliti. Non un nostalgico revival, perciò, ma una pallottola sparata con beffarda precisione da uno dei registi che, anche ne 2013, si conferma tra i più influenti del cinema contemporaneo.

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