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TOP10 – I 10 migliori film del 2013 secondo Emanuele #SWtop10

Di emanuele.r

Classifica SW

Dopo Leo Truman, Filippo, Valentina e Marlen, altro redattore di Screenweek altra Top 10. Tocca al sottoscritto, Emanuele (emanuele.r) raccontare il proprio 2013 cinematografico racchiuso in 10 titoli tra quelli usciti nelle sale. Ho scelto ovviamente i film più belli, ossia quelli che più hanno toccato il mio cuore e la mia mente, ma anche quelli che in un certo senso hanno cercato di inventare o reinventare qualcosa a livello di linguaggio cinematografico. Grandi maestri certo, ma anche registi emergenti e film che hanno cercato nuove forme di linguaggio cercando però di dire qualcosa allo spettatore, anche se in forme complesse.

Runner Up:

To the Wonder (Terrence Malick):

Deriso e maltrattato da tutti, da Venezia fino all’uscita nelle sale, il film di Malick prosegue in modo ancora più intimista e rarefatto rispetto a The Tree of Life un percorso che cerca di arrivare all’essenza dell’essere umano attraverso lo scandaglio cinematografico dei massimi sistemi. Se lì era l’universo e il nostro posto al suo interno, qui è l’amore come fede e la fede come amore. Temi quotidiani e quindi facili alla banalizzazione: eppure l’uso delle immagini di Malick è sempre magistrale e il suo modo di comunicare senza il racconto ma attraverso il senso del cinema è ancora una volta da applaudire.

(Quvenzhzé Wallis)

10 – Re della terra selvaggia (Benh Zeitlin)

L’esordio dell’anno: avventura, fiaba e mistero fantasy nel contesto più drammaticamente realistico possibile, quello della Lousiana dopo l’uragano. Come certe varianti neorealiste, come la tradizione favolistica, ma soprattutto con una vitalità, un’intensità di racconto e messinscena, una forza immaginifica che spazzano tutti i blockbuster dell’anno (e quando dico tutti intendo tutti). Per non dire del carisma della piccolissima Hushpuppy, una delle scoperte attoriali dell’anno.

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9 – Confessions (Nakashima Tetsuya)

Film straordinario, complessissimo, che richiede uno spettatore attento, partecipe e attivo per afferrare il puzzle impazzito, stilisticamente impressionante e tesissimo, ai limiti del barocco. Forse l’eccessiva elaborazione dell’immagine e del racconto raffredda una materia altrimenti incandescente, ma è un difetto abbondantemente sanato dalla capacità di narrazione tentacolare e di messinscena di Nakashima, che conferma ai cinefili il suo valore, sperando che anche un pubblico più ampio riesca a conoscerlo.

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8 – Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow)

La pietra tombale sull’ossessione che ha cambiato l’America e il mondo. Caccia, cattura ed eliminazione di Osama Bin Laden raccontata con attenzione ossessiva ai dettagli e piglio sperimentale di regia e montaggio che cresce con i minuti, coinvolge a fuoco lento, e mentre infila sequenze di pura suspense sa riflettere sulla deriva politica degli Stati Uniti dal 2001 a oggi. Jessica Chastain scippata dell’Oscar, ma gli appassionati tengono la sua interpretazione stretta al cuore.

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7 – The Grandmaster (Wong Kar-wai)

Opera dalla realizzazione laboriosissima, come tutte quelle del maestro di Hong Kong, un viaggio nella Cina del 20° secolo, un C’era una volta in Oriente in cui le arti marziali aiutano Wong a scoprire il senso poetico, politico, storico e sentimentale di una poetica, di una nazione e di una disciplina che racchiude un mondo dentro sé. Messinscena, anche delle sequenze di azione, fenomenale, peccato solo l’edizione italiana non proprio impeccabile.

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6 – La quinta stagione (Peter Brosens, Jessica Woodworth)

La morte e l’apocalisse come in un quadro fiammingo, surrealista e impossibile, dal cui fascino perverso emergono i fantasmi della nostra civiltà. L’eterno inverno di uno dei film più belli eppure meno apprezzati dell’edizione 2012 della Mostra di Venezia è quello di un mondo in cui la bestia è sempre vittoriosa contro la ragione, e che i registi raccontano con insolito senso dell’orrore, ma anche cona potenza di regia e messinscena che riporta la forza a tratti ferale dell’immagine cinematografica. Una delle grandi scoperte dell’anno.

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5 – Lincoln (Steven Spielberg)

Un grande Spielberg in cui le immagini si pongono al servizio di una straordinaria sceneggiatura che racconta l’evoluzione della politica e della retorica americana da due secoli a questa parte. Eppure non è un film di mere parole, anzi la grandezza di Spielberg sta nel farle interagire con le immagini in modo classico e moderno, come un Bresson che si innesta ad Aaron Sorkin. Impossibile? Forse, ma non per uno dei più grandi registi viventi, affiancato da un attore suo pari come Daniel Day Lewis.

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4 – No (Pablo Larraìn)

Fonde il grande racconto popolare con la semiotica, ma non si lascia mai andare in trionfalismi e vene hollywoodiane (nonostante un divo funzionale come Gael Garcìa Bernal) ed è puntuale e ironico nel raccontare un mondo in rivoluzione, in cui anche la grana opaca delle immagini ha un suo ruolo ben preciso. Per fare il suo film più bello e maturo Larraìn apre il suo stile rigoroso, doloroso e soffocante al pubblico, parlando, comunicando e facendo dire allo spettatore un convinto sì.

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3 – Materia oscura (Massimo D’Anolfi, Martina Parenti)

Il più grande film italiano dell’anno è un documentario, un film di ricerca, cinema d’inchiesta e sperimentale allo stesso tempo che racconta Salto di Quirra, il poligono sperimentale in Sardegna dove per oltre 50 anni i governi di tutto il mondo hanno testato armi di ogni tipo: un film desolato, freddo e politicamente consapevole che descrive la desolazione di un luogo, dei suoi abitanti, delle conseguenze di un impero con la sola forza delle immagini. Epico e disperato, una profondissima riflessione sul linguaggio, le forme del cinema, il montaggio, l’importanza del filmare.

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 2 – Holy Motors (Leos Carax)

Un universo fatto di scene da interpretare, di attimi di cinema che vivono separatamente e che vanno riempiti, di vita che è inestricabile da quell’universo parallelo che è la settima arte. Un film assurdo e incredibile che gioca a spiazzare di continuo, a confondere, a far chiedere allo spettatore che cosa stia vedendo; ma poi riesce a incantarlo restituendo il senso ipnotico alla base dei film, l’affabulazione del cinema puro. E in tempi di melma predigerita, è praticamente un miracolo.

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1 – La vita di Adèle (Abdellatif Kechiche)

Il film dell’anno è il film che più di tutti ha saputo annullare le distanze tra se stesso, lo spettatore e la vita, dando forma all’amore e alla sua potenza attraverso un gioco di corpi, volti, sguardi, lacrime, cibo e tutto quanto c’è nella vita, ma di solito il cinema evita. Kechiche non evita niente, ma trasfigura il palpitare delle sue splendide attrici in quello di ogni cuore innamorato. Tre ore che non bastano, che si vorrebbero fossero doppie o triple, per un film che cresce e vive dentro il cuore e gli occhi dello spettatore, come un’esperienza che sonda ogni dimensione possibile.

Il peggiore dell’anno: ex-aequo Spring Breakers di Harmony Korine e Fuga di cervelli di Paolo Ruffini

Il delirio dell’ann0: Le streghe di Salem di Rob Zombie

Il film più sopravvalutato dell’anno: Il lato positivo di David O. Russell

Il museo delle cere dell’anno: Gangster Squad di Ruben Fleischer

L’amore imperituro: Adèle Exarchopoulos in La vita di Adèle.

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