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I sogni segreti di Walter Mitty – La recensione del film di Ben Stiller

Di Valentina Torlaschi

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Nel 1945 lo scrittore-disegnatore James Thurber scrisse per il New Yorker un racconto di una manciata di pagine in cui diede vita al personaggio di Walter Mitty: un uomo semplice, dalla vita banale, ma dotato della straordinaria capacità di sognare a occhi aperti trasformandosi, per pochi minuti, in un coraggioso aviatore, un risoluto chirurgo, un abile tiratore. Da lì, Walter Mitty divenne l’emblema di certi esseri umani strambi, sempre distanti, imbambolati: “è un Walter Mitty” si è iniziato a dire riferendosi a quelle persone perse nei meandri della fantasia e che camminano a due metri dalla terra del reale. Proprio a questa figura, l’attore Ben Stiller ha voluto dedicare il suo quinto film da regista di cui è anche protagonista assoluto.

Trasportato ai giorni nostri, il Walter Mitty di Stiller è il “topo d’archivio” della nota rivista LIFE la cui apatica esistenza viene puntualmente rianimata dalla sua fantasia spericolata e iperbolica che lo porta a lanciarsi dentro un palazzo in fiamme, a trasformarsi in un prode alpinista o a buttarsi in quei paesaggi pazzeschi ritratti nelle foto del giornale per cui lavora. Lo spettatore viene allora traghettato in questi viaggi visionari e avventurosi, perdendosi negli scenari di fuoco e ghiaccio dell’Islanda così come nelle cime onde impetuose del Nord Atlantico o su alcune delle cime più alte del mondo in Afghanistan. La regia di Stiller dipinge immagini di grande fascino, sebbene indugi un po’ troppo su un gusto patinato e sullo “scenario ad effetto” perseguito a tutti i costi. E questo anche a discapito della fluidità del racconto, con una sceneggiatura che risulta non perfettamente oliata, soprattutto nella prima parte un po’ macchinosa, nel trasportare lo spettatore dal piano dei sogni a quello del reale.

Oltre a puntare sul fascino visivo, I sogni segreti di Walter Mitty tratteggia un’interessante riflessione sul rapporto tra reale e virtuale, ma anche sul rapporto tra il passato e il futuro del cinema nel suo passaggio epocale dalla pellicola al digitale. Per quel che riguarda il primo punto, il film è una sorta di nuovo Matrix: in una scena-citazione dell’opera dei fratelli Wachowski, il protagonista sceglie la macchina (pillola) rossa e si mette in viaggio, si perde nella terra del bianconiglio, delle meraviglie, della sua fantasia per arrivare però a conoscere la vera realtà. E quindi a trovare il proprio posto nel mondo.
In questo rapporto tra reale e virtuale, vita e fantasia, il messaggio più significativo del film è però pronunciato da Sean Penn che, nei panni dell’acclamato fotografo un po’ rocker un po’ sciamano Sean O’Connell, decide di non immortalare il fatidico gatto fantasma che ha atteso per ore e ore dietro l’obiettivo. Perché? «Perché a volte preferisco vivere un’emozione in maniera diretta piuttosto che dietro l’obiettivo, così mi capita di non scattare e restare a guardare». Parole, quelle pronunciata da Penn e scritte da Stiller, che sono un inno a vivere, a sperimentare, a toccare con mano le proprie esistenze, a sporcarsi con le emozioni della vita, a giocare una partita a calcio. A esistere ben oltre Facebook.

Come accennato, il film è anche una sorta di dolce addio alla pellicola, al supporto materiale su cui la settima arte è nata. Così come la rivista LIFE cessa le sue pubblicazioni su carta per approdare sul web, il cinema si vede ora costretto ad abbandonare la pellicola per passare al digitale. Non è un caso che il personaggio di Mitty sia alla ricerca del 25° negativo quando nel cinema la pellicola scorre a 24 fotogrammi al secondo. Scovare quella 25esima immagine significa andare alla ricerca del futuro, vedere di cosa è fatto, capire cosa metterci dentro. E scoprire poi che l’importante, al di là del supporto digitale o analogico, sono le persone e il loro lavoro.

Affascinati immagini e affascinati riflessioni dunque per I sogni segreti di Walter Mitty. È però doveroso confessarvi, qui in chiusura, che la stragrande bellezza del film è già racchiusa nel trailer mentre il paragone con Forrest Gump è iperbolico almeno quanto i sogni dello stesso Mitty.


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