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La moglie del poliziotto – La recensione in anteprima del film di Philip Gröning

Di Valentina Torlaschi

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[In occasione dell’uscita nelle sale, ripubblichiamo la recensione scritta durante il Festival di Venezia]

In un tranquillo paese della Germania dalle casette a schiera tutte uguali, le strade pulite e i boschi idilliaci dove passare le domeniche in famiglia, vivono un uomo poliziotto, sua moglie e la loro bambina di circa 5 anni. Dall’esterno, la felicità regna sovrana; all’interno è un incubo. In questo incubo il regista Philip Gröning (autore dell’apprezzato documentario girato in un monastero certosino Il grande silenzio) ci fa galleggiare, e annaspare per 175 minuti; trascinandoci a fondo, nelle profondità e oscurità della violenza umana. Fino a farci star male, fino a farci provare sulla nostra pelle quelle stesse percosse che la protagonista subisce senza ragione.

Suddiviso in 59 capitoli (sì, avete letto bene: 59) che ogni volta si aprono e chiudono con un cartello nero, La moglie del poliziotto è un film claustrofobico e devastante. Sadico, per certi versi. Ambientato in gran parte nelle quattro mura di casa e con in scena quasi esclusivamente i tre membri della famiglia, un po’ come Amour di Haneke, lo spazio domestico fa riecheggiare il dolore fino a renderlo assordante. Il film ingloba quindi lo spettatore in questa terribile realtà mostrata anche nei suoi aspetti più banali: un pranzo a base di spaghetti, un bagno caldo, delle canzoncine, ma anche dettagli stranianti di un ombelico, una guancia, le gambe di un tavolo. Sebbene la tensione intrida l’aria e i lividi inizino a farsi intravedere quasi subito, si deve però aspettare un’ora prima che la violenza esploda sullo schermo. E c’è da dire che anche quando esplode, le scene delle percosse rimangono poche e, per quanto intense, mai raccontate con morbosità. La tensione viene insomma percepita per sottrazione: l’orrore è nell’angoscia dell’attesa, nel tempo di stallo in vista che il dolore faccia il suo corso. Così quei continui cartelli neri “à la Lars Von Trier” che annunciano e chiudono i 59 capitoli sembrano diventare metafora dell’alba e del tramonto, del passare dei giorni e delle notti con l’angoscia di non sapere cosa, di ancora più terribile, accadrà domani.

Come in La vita di Adele (Palma d’oro a Cannes), la forza e la particolarità del film risiede proprio nella sua estenuante lunghezza. Una lunghezza di quasi 3 ore che ti fa davvero percepire il tempo della storia e la durata dei sentimenti. Ma a differenza della pellicola di Kechiche dove il sentimento al centro della pellicola era l’amore (seppure nel suo amaro finale), in La moglie del poliziotto è la violenza la protagonista. Una violenza a cui assiste una bambina di 5 anni – sorprendente la giovanissima attrice che la interpreta – rimanendone inevitabilmente forgiata: il suo primo piano nel finale è di un’angoscia insostenibile. Una violenza che il regista ci vuol far provare, in tutta la sua devastazione, in prima persona. Perché? Per sensibilizzarci sulla vicenda? Oppure per un certo sadismo da parte sua? Purtroppo, il dubbio rimane.

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