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Torino 2013 – Franco Battiato presenta il documentario Temporary Road #Torino 2013SW

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Di Filippo Magnifico

Il genio di Franco Battiato e la settima arte si sono già incontrati in passato. Il cantautore (anche se il termine è decisamente riduttivo) si è infatti dilettato dietro la macchina da presa, dirigendo videoclip e pellicole come Perdutoamor e Musikanten. Quello che, incredibilmente, non era mai stato realizzato finora era un documentario sulla sua vita. Ci hanno pensato Giuseppe Pollicelli e Mario Tani con Temporary Road – (Una) Vita di Franco Battiato, presentato nella sezione Festa Mobile dell’edizione 2013 del Torino Film Festival.

Inutile dire che si tratta di una pellicola interessante al di là della sua estetica, dato che il suo protagonista è una delle menti più geniali della musica italiana. Un figura che ha dedicato la sua carriera alla sperimentazione e che non ha mai avuto paura di osare, facendo confluire le più svariate discipline nella sua musica. Forse per questo i due registi hanno scelto un impianto narrativo classico e particolarmente lineare, lasciando spazio alla note e alle parole di Battiato.

Come nasce questa pellicola? È stato lo stesso Giuseppe Pollicelli a spiegarlo, durante la conferenza stampa che si è tenuta a Torino:

“Nel 2009 sono stato a casa di Franco a Milano per un’intervista. Un incontro brevissimo, durato tre quarti d’ora. Alla fine di questa chiacchierata breve ma intensa, con un po’ di sfacciataggine, gli ho chiesto se sarebbe stato disponibile per la realizzazione di un documentario su di lui, visto che nessuno ancora lo aveva fatto. Si trattava di una cosa che io e Mario avevamo in mente da parecchio tempo. E franco mi ha detto di sì, senza alcuna esitazione.
Le riprese sono iniziate a luglio del 2012, la lavorazione è stata molto lunga, l’ultimo pezzo l’abbiamo girato ad aprile di quest’anno. Abbiamo cercato di documentare diverse cose, per portarci a casa del materiale inedito. Qualcosa che fosse in grado di dare al documentario quel quid in più.”

Il risultato finale, ovviamente, non ha deluso il protagonista Franco Battiato. Che ha voluto sottolineare quanto le parole siano importanti all’interno di quest’opera:

“In questo documentario la cosa importante non è la musica che passa, ma tutto quello che dico nelle interviste.”

Il titolo, ovviamente, non è stato scelto a caso:

“Nel titolo e nel sottotitolo si fa riferimento ad un’idea di trasmissione, di passaggio”. Ha precisato Pollicelli. “Un concetto cardine della poetica di Franco. Quell’articolo indeterminativo tra parentesi fa riferimento ad un’idea della reincarnazione, una cosa in cui Franco crede e che è centrale nella sua vita.”

A proposito della sua vita, e dei primi anni di formazione, Battiato ha precisato:

“Sono nato subito dopo la guerra e non c’erano soldi, c’era pochissimo da mangiare ed eravamo felicissimi. Nessuno poteva rubare, perché non c’era niente da rubare. Non si ammazzava nessuno perché erano già morti tantissimi esseri umani. Ho vissuto un’infanzia tribale, divertente, interessante, che mi ha lasciato dei segni indelebili.”

E per quanto riguarda il Battiato pittore? Si parla anche di questo nel film, un percorso particolarmente difficile e sofferto:

“Credo che gli esseri umani possano avere delle capacità impressionanti. Io non riuscivo ad accettare il mio handicap con la pittura. Se provavo a disegnare un bicchiere la gente mi diceva “ma che cos’è un uccello?”. Ad un certo punto ho capito che dovevo recuperare. Siccome negli anni ’90 avevo deciso di non andare in giro e di non incidere i dischi, ho passato tre anni a studiare leggere, ascoltare musica e mi sono detto che era arrivato il momento di capire quale fosse il mio problema. Così ho iniziato a dipingere. Dopo due anni di sofferenza notevole, passati a gettare o cancellare tele, ho disegnato un dervish, ed era bellissimo. Sono riuscito ad acquisire una tecnica.”


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