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The Kingdom of Dreams and Madness – La recensione del documentario su Miyazaki

Di Redazione SW

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ScreenWeek dal Giappone.

Lavora ogni giorno dalle 11 di mattina alle 9 di sera, chinato al suo banco di lavoro a disegnare, creare ed inventare storie, un lavoro a cui a dedicato tutta la vita e che però che lo tormenta, solo la domenica è il suo giorno libero, in questa giornata però è sempre molto occupato con le attività della zona in cui vive. Questa in sintesi la routine lavorativa di Miyazaki Hayao come viene descritta nel documentario The Kingdom of Dreams and Madness, diretto da Sunada Mami a cui, caso più unico che raro, è stato concesso di passare più di un anno in compagnia del maestro giapponese, seguendolo durante la gestazione di quello che si è rivelato essere il suo ultimo lungometraggio animato, The Wind Rises. Il film ssegue il travaglio della creazione, le piccole abitudini quotidiane di Miyazaki fino alla decisione del ritiro, anche se questa non è mai discussa davanti al video e viene magnificamente ed ellitticamente lasciata da parte dalla regista mastrandoci gli istatnti che precedono la conferenza stampa dell’annuncio.

Va detto fin da subito che questo lavoro, girato con un tocco delicato, talvolta lirico e talvolta comico, si concentra principalmente sulla figuira di Miyazaki, Takahata Isao appare davvero marginalmente, si parla sì del suo nuovo lavoro The Tale of Princess Kaguya, ma il regista stesso appare solamente due minuti verso la fine del film, ciò nonostante la sua relazione con Miyazaki, che a tratti assume i toni di rivalità artistica almeno nelle parole di alcuni intervistati, è assolutamnete centrale in questo documentario. Sia perchè co-fondatore dello Studio Ghibli, sia perchè rappresenta l’altra metà, quella assente e più misteriosa che ha fatto dello studio d’animazione giapponese e di Miyazaki ciò che sono diventati. Grazie a fotografie e video d’archivio vediamo giovanissimi Takahata, Miyazaki e Suzuki Toshio, produttore e collante di tutto lo studio, ai tempi in cui lavoravano per la Toei Animation e sucessivamente alla fondazione dello Studio Ghibli. Un racconto per immagini che ci permette di intuire la reciproca influenza che questi tre personaggi hanno avuto l’un l’altro e attraverso la quale sono cresciuti artisticamente e personalmente, da Hols Prince of the Sun a Panda Kopanda fino al successo di Heidi e al debutto alla regia di Miyazaki con Lupin III – Il Castello di Cagliostro nel 1979.

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The Kingdom of Dreams and Madness è un racconto che la regista riesce pienamente a controllare e a fare proprio senza debordare nell’apologo, anche se traspare indubbiamente l’ammirazione e il rispetto verso i tre, e lo fa senza usare quasi mai spezzoni dei lungometraggi animati, solo verso la fine in una piccolissima ma densissima parte rivediamo la carriera di Miyazaki in meno di un minuto quando lui stesso confessa come parte della sua ispirazione venga nell’osservare le cose dall’alto. Tutto il documentario, fin dalle primissime scene, è formato da immagini del verde che circonda lo Studio Ghibli ed il Museo Ghibli, la luce che filtra attraverso gli alberi, un tema ricorrente nei lungometraggi, nella musica e nella poetica della luce dello studio. Ma anche i piccoli fiori di campo, nati naturalmente e quasi insignificanti ma che Miyazaki in più di qualche occasione fa notare alla regista richiamandola e rimarcandone la bellezza e l’importanza. In questo senso le immagini più liriche sono quelle sul tetto dello Studio, interamente ricoperto di verde e da cui ogni sera, al tramonto, Miyazaki osserva la città ed il cielo.

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Molta parte del documentario inoltre, due ore compatte che passano filate senza rallentamenti di sorta, è formato dal processo creativo che ha portato Miyazaki alla realizzazione di The Wind Rises. Prima la creazione in circa due anni dell’ekonte, la maniacalità del dettaglio, i colori, la scelta delle voci con la sopresa della scelta di Anno Hideaki per il protagonista principale, ma anche l’interazione con le altre persone che lavorano nello studio, lo scambio di battute con la signora che gli porta settimanalmente lo yakult e qualche parola con la regista su Fukushima ed il no al nucleare, che spesse volte vediamo campeggiare come slogan all’interno dello studio. Ma oltre all’ossessione per gli aerei, per i personaggi da lui disegnati e per il lavoro di disegnatore e creatore di storie, ciò che colpisce di più forse, la cosa che ci da la dimensione del Miyazaki uomo, sono i piccoli gesti quotidiani al di fuori dell’ambito lavorativo, le domeniche passate a pulire gli argini del fiume con gli altri abitanti della zona, pratica molto comune in Giappone, e l’abitudine di passare ogni giorno davanti ad un asilo della zona e di fermarsi a salutare con la mano i bambini, la scena con cui, bagnato in una splendida luce mattutina, si conclude il film.

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