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The Green Inferno – Eli Roth presenta a Roma il suo cannibal movie

Di Leotruman

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Eli Roth è insieme a James Wan uno dei nomi che ha più influenzato la scena horror dell’ultima decade. Con Hostel ha portato il torture porn a livelli mai raggiunti, e dopo essere stato lontano dalla camera per lungo periodo è tornato con una sua nuova opera, nella quale ha infuso la sua più grande passione: quella per i cannibal movie, in particolare per il nostro Cannibal Holocaust, il controverso film diretto nel 1980 da Ruggero Deodato che è diventato un vero cult.

The Green Inferno è stato presentato oggi al Festival di Roma e Eli Roth è sbarcato per presentarlo insieme alla protagonista Lorenza Izzo. Lo abbiamo incontrato in conferenza stampa e ha parlato a ruota libera delle profonde influenze del cinema italiano sulla sua filmografia, dell’attivismo da poltrona del giorno d’oggi e di molti altri curiosi dettagli sulla produzione del suo cannibal movie.

Ecco il resoconto completo:

Il film nasce come omaggio ad un certo tipo di cinema italiano, poi diventa altro, prende un’altra strada e diventa moderno. Ci puoi parlare della tua per il passione genere ‘cannibal’ italiano?

Eli Roth: Come sapete io adoro il cinema di genere italiano. Sono cresciuto con i film italiani di Dario Argento, Deodato, Martino, Bava. Il mio primo contatto con l’horror è avvenuto grazie al cinema italiano: nessuno è mai stato bravo nel far vedere la violenza sul grande schermo come gli italiani! Da ragazzo avevo visto Cannibal Holocaust, l’ho guardato molte volte e credevo che il regista fosse andato in carcere e che avesse ucciso realmente gli attori! Non si trovavano informazioni, sembrava quasi come se avesse ammazzato tanta gente. Invece Ruggero Deodato è uomo delizioso, non ha ucciso nessuno. Ho iniziato a leggere e ho compreso la tradizione che vi era dietro a questi film: Deodato ad esempio era regista di seconda unità di Rossellini, e ha quindi preso l’estetismo del neorealismo italiano e lo ha infuso nei suoi film, e lo stesso vale per Corbucci che lo era di Leone. Ecco perché il suo è un film così potente: ha dato via ad una nuova forma di cinema moderno, e tutti i film realizzati con un doc-style, come The Blair Witch Project o Clovefield, sono arrivati dopo. Tutto risale a Deodato, nonostante i critici sminuivano ai tempi quel genere di film, lo definitiva il peggior modo di esprimere l’horror. Paradossalmente ci sono più teenager oggi con le magliette di Cannibal rispetto ai miei tempi, e non a caso sono sempre i più giovani a volerli vedere.

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Amo questi film, e lo considero come un “cinema del pericolo”, lo guardi e pensi davvero di essere nella giungla. Questo anche perché è stato realmente così: oggi tanta gente invece si siede al monitor per dirigere, ma bisogna invece mettersi accanto alla cinepresa. Io volevo fare un film folle, siamo perciò entrati nel cuore dell’Amazzonia, arrivando in un villaggio dove non avevano elettricità, e non avevamo mai visto un film. Ho proiettato per loro Cannibal Holocaust, e dopo averlo visto quasi tutti loro hanno voluto partecipare al film (NDR: qui trovate maggiori informazioni). Loro non avevano mai visto un film, e paradossalmente l’unico loro concetto di cinema era e rimarrà questo! Sono orgoglioso di aver portato il cinema italiano in Amazzionia. Ho realizzato questo film anche per denunciare “slacktivism”, il cosiddetto attivista in poltrona. Twitter ad esempio è un luogo dove la gente sale in cattedra e vuole dimostrare di essere migliore, di impegnarsi nelle cause. Ma molti, ad esempio nel caso di Ocupy Wall Street lo facevano perché era un bel modo per incontrare ragazze. Questo non è vero attivismo, premere un tasto non è uguale ad impegnarsi, ad essere attivisti. Volevo parlare di scontro di civiltà, dei giovani borghesi di New York e dei primitivi che li considerano come invasori.

Come attrice eri già appassionata dei film italiani a cui si riferisce Eli? Com’è stato regredire allo stato primitivo per girare questo film?

Lorenza Izzo: Non sapevo molto di questi film, grazie ad Eli ho scoperto questo genere e ieri sera abbiamo cenato con Ruggero (Deodato), che è una persona straordinaria. Questa è stata esperienza unica: siamo andati nella giungla, dove non c’erano computer, campo per i telefonini, wifi, niente. Completamente isolati. È stato un viaggio nella giungla, abbiamo conosciuto questi popoli e vissuto in questo villaggio di agricoltori. Un’esperienza straordinaria, e mi ha insegnato tanto: il significato di una vita semplice, ma molto appagante, molto più piena. Sono tornata arricchita.

Dopo essere stato così tanto tempo in Amazzonia, hai sviluppato anche tu una certa sensibilità sull’argomento della deforestazione?

Eli Roth: Arrivato in Perù inizialmente mi sono rassicurato nel vedere che il disboscamento non è così drammatico come pensavo. Il villaggio dove abbiamo girato è protetto, ma il Peru è un paese molto povero, e se trovano una nuova riserva di gas naturale è capace di distruggere interi villaggi. In realtà il problema è gravissimo, ma allo stesso tempo non puoi però interferire perché non è una realtà tua. Ci sono tempi da rispettare per fare realmente qualcosa, servono leggi. Putroppo la nuova generazione vuole una scorciatoia per tutto, per le carriere, vedere film, ascoltare musica. Nessuno vuole più aspettare, e a volte le cose cambiano molto rapidamente. Però non si può risolvere tutto. Bisogna impegnarsi e avere molta pazienza per cercare di risolvere enormi problemi come questi, non di certo come pensano di fare i protagonisti del film all’inizio.

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Tornando alle influenze, hai parlato di Herzog come quello che ti ha influenzato maggiormente. È vero?

Eli Roth: In realtà non ho detto questo. Ho detto che Cannibal Holocaust mi ha ovviamente ispirato, ma dal punto di vista fotografica ho avuto altre influenze. Quando stavo facendo lavori preparazione, mi trovavo lungo un fiume e mi sono detto “Sembra una scena di Herzog”, e infatti era proprio quello il fiume di Aguirre – Furore di Dio di Herzog. In ogni caso non volevo che il film sembrasse degli anni ’70, volevo cercare una mia estetica. Usare lo stile documentario non è una forma di realismo, ma un’estetica realista: ho scelto per un inizio di film pulito, sicuro, e poi tutto degenera, aggiungo l’elemento documentario, come se si perdesse il controllo, non si capiscono bene i dialoghi e il sonoro cambia. Devi sempre cercare di fare un film tuo, rispettando quello che ami.

Com’è cambiata la percezione tecnologia lavorando nella giungla?

Lorenza Izzo: È buffo, all’inizio mi ricordo che non sembravamo farcela. Dopo le otto di sera non si vedeva niente, c’erano tanti insetti e non potevi comunicare. Al tempo stesso sei costretto a comunicare con altri esseri umani, non puoi rimanere in camera a parlare al muro. È stato bello poter tornare a comunicare, con gli indios e con il resto del cast. Con il passare del tempo si arrivava ad uno stato di calma, e quando sono tornata a L.A. il mio rapporto con la tecnologia si è trasformato: certo è importante, e molto utile, ma i rapporti veri sono quello che conta.

The Green Inferno e Hostel hanno quasi un tema sotterraneo: il viaggio come pericolo. È qualcosa che hai voluto esprimere?

Eli Roth: Ogni volta scrivo una sceneggiatura mi dico sarà diverso, ma ogni volta finisco per scrivere di giovani americani, borghesi, che cercano un’avvenutura, offendono la cultura locale e ne affrontano le conseguenze. Adoro viaggiare. Da ragazzo ho viaggiato e lavorato in Francia, Russia e molti altri paesi, e ogni volta che tornavo in Massachusetts vedevo questi ragazzi viziati che si lamentavano di tutto, e allo stesso tempo non erano mai usciti dai confini dello stato. Io mi considero cittadino del mondo, e mi piacerebbe girare un film in Italia, mi piacerebbe immergermi nella vostra cultura. Mi preoccupa anche sempre il momento in cui si dice qualcosa di sbagliato, qualcuno ti offre un passaggio che non devi accettare, ecc… Lo scontro tra culture mi piace molto, perché gli americani viaggiano come in un bolla, credendo che nessuno ti possa infastidire o ferire, ma è folle. È qualcosa che mi affascina profondamente, il fatto che loro pensino di essere intoccabili. Parliamo di giovani intelligenti, e simpatici, che vogliono fare la cosa giusta come i miei protagonisti, ma non capiscono che non dovrebbero stare lì, e che dovrebbero occuparsi delle cose nel modo giusto.

The Green Inferno arriverà nelle sale italiane distribuito da Kock Media nei prossimi mesi.

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