Il festival del film di Roma ha premiato quest’anno una carriera purtroppo chiusa lo scorso 21 febbraio, all’età di 74 anni: Aleksey German, un maestro del cinema russo e non solo è stato ricordato dal festival con un premio postumo consegnato alla vedova – anche sceneggiatrice e produttrice di German – e al figlio a sua volta cineasta e con la proiezione della sua ultima straordinaria opera, It’s Hard to Be a God.
Tratto da uno dei classici della fantascienza russa, il film racconta della missione di un gruppo di scienziati terrestri inviati su Arkanar, pianeta simile alla Terra ora nella fase medievale. Il compito degli scienziati, in particolare di Rumata proclamatosi nobile, è di fermare le barbarie e aiutare i locali a evolversi. Ma sarà un compito ingrato. Scritto da German con Svetlana Karmalita, il film è un’allucinante viaggio nei meandri più oscuri dell’umanità, come un’apocalisse di Tarkovski girata da Ciprì e Maresco, che diventa anche una reinvenzione di certi cardini del cinema e del suo linguaggio.
Allegorico fin dalle prime immagini, It’s Hard to Be a God è una riflessione a tratti agghiacciante sulla decomposizione dell’uomo e della sua civiltà, sulle pulsioni che spingono l’essere umano alla repressione, al controllo, alla sopraffazione tramutate in atti politici, raccontando il fallimento dei regimi e in fin dei conti di ogni forma di divinità. Ma oltre al suo clamoroso impatto filosofico e concettuale, il film di German sconvolge per i suoi risvolti filmici: il regista infatti sembra voler catapultare lo spettatore in un mondo uguale e lontanissimo dal suo, fatto di sangue, fango, escrementi e corpi in putrefazione, attraverso un cinema che sia lontanissimo eppure uguale al cinema convenzionale, riscrivendo alcuni concetti chiave come la messa in quadro, il set, lo spazio scenico, il montaggio, la macchina a mano e i movimenti, la recitazione.
Poche volte come in questo film, l’equazione regista = dio trova terreno fertile: German crea un mondo autonomo e parallelo e fa galleggiare lo spettatore al suo interno, come se non potesse dirigerlo, ma dovesse guardarlo, scavandone ogni centimetro dell’immagine, costringendo lo spettatore a una soggettiva di 3 ore, chiamandolo in causa di continuo. Il passo è monumentale e l’impresa che si richiede allo spettatore è notevole, ma chi ama il cinema più estremo e rivoluzionario troverà in It’s Hard to Be a God un’esperienza rinfrancante, la dimensione parallela di quell’arte che chiamiamo cinema.
Per tutti gli articoli e le recensioni dell’VIII edizione del Festival Internazionale del Film di Roma consultate la nostra Sezione Speciale o andate sui nostri social network (Facebook, Twitter e Instagram) cercando l’hashtag #Roma2013SW