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Qualcuno mi spieghi… la trottola di Inception

Qualcuno mi spieghi… la trottola di Inception

Di Valentina Torlaschi

La trottola cade o non cade? Da quando uscì in sala nel 2010, il finale di Inception è stato uno dei più dibattuti. Alla stregua di Matrix, il film è riuscito a innescare infuocati scontri d’idee tra schiere di spettatori, schierati su trincee interpretative opposte, ognuno sicuro di aver catturato l’unica e possibile verità del film. Come accade per pellicole poliedriche di questo tipo, siamo convinti che il regista Christopher Nolan (al di là delle sue dichiarazioni, di facciata, «io una risposta sul finale ce l’ho, ovvio!») abbia furbescamente e abilmente costruito una storia ambigua, in grado di reggere più letture, in grado di dar adito a più risposte. L’unica certezza di Inception è insomma quella di essere una solida, seppur con qualche crepa qua e là, architettura d’interpretazioni. Un film-matrioska in cui (meta)sogni e realtà si racchiudono l’uno dentro l’altro, un labirinto di significati dove lo spettatore si perde tra suggestive visioni e può trovare l’uscita con più percorsi di senso.

In ogni caso, quando arriva la parola “fine”, le domande semplici e concrete che Inception pone sono: siamo ancora dentro un’allucinazione di Cobb/Leonardo DiCaprio? Oppure il suo personaggio è finalmente tornato alla realtà? Il significato del film è legato a doppio filo all’oggetto della trottola, il totem di Cobb. Nell’universo di Inception i vari protagonisti che si insinuano nei sogni umani possiedono ciascuno un oggetto diverso, un totem viene chiamato, grazie al quale riescono a capire se si trovano nella vita reale o in un mondo onirico: se l’oggetto cade, questa è la prova (oggettiva ça va sans dire) di essere nella realtà. Ogni totem ha delle caratteristiche uniche note al solo proprietario e che non devono essere svelate completamente agli altri: il totem di Arthur/Joseph Gordon-Levitt, ad esempio, è un dado truccato che funziona normalmente nei sogni altrui mentre cade sempre sulla stessa faccia nei suoi. Arianna/Ellen Page si costruisce invece una sorta di pedina degli scacchi mentre il totem di Cobb è la fatidica trottola menzionata (totem che in realtà era della defunta moglie Mal/Marion Cotillard). Una trottola che, fatta roteare, nei sogni continua a girare mentre nella realtà a un certo punto cade.

Inception Foto Dal Film 60

Con una studiatissima e accattivante perfidia, Nolan blocca il finale sulla scena della trottola in rotazione in modo che lo spettatore non sappia se essa cadrà o meno. E di conseguenza non abbia un finale esatto, preciso e oggettivo storia. Con il fermo-immagine sulla trottola e poi lo stacco a nero, il dubbio rimane e si apre il gioco delle ipotesi. Nel dettaglio, le principali interpretazioni su cui tanto ci si accapiglia sono:

La trottola cade: siamo nella realtà. Dopo aver portato a termine la missione commissionatagli da Saito/Ken Watanabe di impiantare, insieme ai compagni di squadra, un’idea nella mente del ricco Fischer/ Cillian Murphy, Cobb ha la sua ricompensa: torna in America a casa dai propri figli. A sostegno di tale idea, i sostenitori fanno notare come, guardando bene la sequenza finale, sembra che la trottola rallenti, abbia un sussulto e stia insomma per cadere. La tesi del reale è sostenuta anche dallo stesso Michael Caine che nel film interpreta il nonno dei bambini di Cobb e che, durante un’intervista alla BBC Radio, ha spiattellato con sicurezza la sua convinzione: «la scena [dell’incontro con i bambini, ndr] è vera, perché io sono presente mentre nei sogni non ci sono mai». Altri fautori di questa prospettiva (il sito Screenrant.com fornisce, ad esempio uno studio dettagliato) sottolineano poi come i bambini del finale e dei sogni sembrano gli stessi ma non lo sono: nei credits ci sono due coppie di attori che li interpretano e, come ha confermato il costumista Jeffrey Kurland, i vestiti non sono gli stessi. E c’è poi la fede di Cobb (suo vero totem?) che lui indossa nei sogni e non nella realtà, e nel finale, appunto, non ce l’ha.

La trottola non cade: siamo nel sogno. I bambini sono l’ennesima proiezione di Cobb che è ancora intrappolato nel mondo onirico. Qui, tra i vari e altrettanto numerosi argomenti, i sostenitori affermano: la scena dei bambini (al di là di età e costumi) è troppo simile a quelle dei ricordi-sogni, c’è poi un salto evidente fra l’aeroporto e la casa e nei sogni “non ci si ricorda mai come si è arrivati in un luogo” e, ancora, la trottola è in realtà il totem di Mal quindi non può funzionare per Cobb.

Ma forse era tutto un sogno. Una terza via potrebbe anche essere: l’intero film è un sogno, parti della realtà comprese. Un sogno decisamente intricato, e razionalissimo per certi versi, nella mente di Cobb. Un sogno che è per lo spettatore un viaggio nell’inconscio del protagonista, nel suo non-placato senso di colpa per il suicidio della moglie. Che la trottola cada o non cada, secondo tale interpretazione, non fa troppa differenza. Anzi la trottola ha qui un significato che trascende quello di semplice totem: è l’oggetto-simbolo, la materializzazione dei sentimenti e dei ricordi, dell’inizio della vita(“inception” vuol dire “inizio-principio”): ma se i ricordi sono dolorosi si sceglie di dimenticarli, li si chiude a chiave nella nostra mente, li si chiude in una cassaforte come ha fatto Mal. un aspetto interessante è che, a differenza dei viaggi allucinogeni di Lynch, i sogni di Nolan sono oggettivi, freddi, “reali” e, tra l’altro, questo mischia ulteriormente più i livelli di realtà-sogno.

Inception Leonardo DiCaprio 5

Al di là delle tre – e altre possibili e infinite – chiavi interpretative, l’innesco di Nolan e del suo film è quello di invitarci a giocare coi suoi significati del film, a giocare col cinema. La trottola, il dado, lo scacco non sono forse dei giochi? E del resto, “to play” in inglese (ma anche in francese “jouer”) vuol dire “giocare” ma anche “recitare”. Il film è, anche, una grande metafora della creazione cinematografica dove l’architetto-regista costruisce mondi: Nolan costruisce mondi-labirinti in cui far giocare-recitare i suoi personaggi e per riflesso i suoi spettatori. Nolan gioca con gli spettatori, e se lascia dubbi nel finale non è per dispetto ma per tenere la partita sempre aperta… Nell’ultima scena Cobb non si gira neanche per vedere se la trottola cadrà o meno: attraverso quel gesto il regista ci invita a giocare col film indipendentemente dal finale. Cobb se ne frega se sia realtà o sogno. Così dobbiamo fare anche noi, è semplicemente cinema. E il cinema, parafrasando Shakespeare, è fatto della “della stessa sostanza dei sogni”.

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