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28 novembre 2013 • 17:55 • Scritto da Marlen Vazzoler

NipPop – Intervista ai mangaka Miki Tori e Mari Yamazaki

Mari Yamazaki ci parla di Thermae Romae, dei film, e ci fornisce qualche informazione sul suo prossimo progetto a fumetti. Mentre Miki Tori ci parla della sua avventura con Patlabor 3, di come concepisce lo stile per un suo manga...
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Durante l’edizione 2013 del NipPop abbiamo avuto il piacere di fare un’intervista doppia a due mangaka: Mari Yamazaki, la nota autrice di Thermae Romae, e Miki Tori, un autore ancora inedito in Italia, che però abbiamo avuto il piacere di conoscere durante la tavola rotonda alla quale i due autori hanno parlato con alcuni editori italiani su come vengono scelti i mangaka e i manga che vengono pubblicati in Italia.

Avete avuto due percorsi formativi e professionali molto diversi. Cosa avete studiato?

Mari Yamazaki: Io ho studiato belle arti a Firenze, avevo intenzione di diventare una pittrice, un artista di stampo realista, ma vedevo che era molto difficile sopravvivere usando questo tipo di stile. Ad un certo punto, un amico a cui piaceva molto il fumetto giapponese mi ha proposto di fare un manga, una cosa che non avevo mai preso in considerazione. Così per la prima volta ho partecipato a un concorso, ed ho scelto un argomento particolare. Visto che spedivo il mio lavoro da Firenze, dall’Italia, allora ho scelto una storia ambientata in Italia. Forse mi hanno scelta anche per questo motivo. E poi ho continuato a lavorare.

Ci sono stati degli autori che vi hanno influenzato maggiormente?

MY: No. Solitamente qualcuno mi suggeriva delle cose da leggere, dei manga, ma non quelli che appartenevano ai circuiti maggiori, al circuito commerciale. Erano fumetti molto particolari che magari avevano pochissimi lettori ma che però avevano delle tecniche pazzesche, con delle storie un po’ ambigue però molto filosofiche.

E per le impostazioni delle tavole? È una cosa che le è venuta abbastanza naturale?

MY: Si. Io ho sempre pensato che il fumetto fosse una cosa legata agli anime, e gli anime non mi sono mai interessati. Però quando ho saputo che esisteva questo tipo di fumetto artistico, ho pensato che potevo farlo anch’io. Perché potevo fare dei bei disegni, dei disegni che raccontavano dei concetti, così mi ritrovano a non dover continuare a disegnare solamente perché dovevo proseguire la storia.

Miki Tori: Io al contrario di Mari Yamazaki non ho fatto degli studi specifici riguardanti le forme artistiche come la pittura, o che riguardassero le arti visive. Però va detta una cosa, quando ero alle scuole elementari, della mia classe ero probabilmente quello più portato per i manga, senza dubbio. Però questo non è il motivo che mi ha portato a credere che un giorno sarei potuto diventare un mangaka. Alla fin fine sono diventato un mangaka, ma ho fatto i miei studi, mentre mi stavo affermando in questo tipo di attività. Anzi in realtà, quando ho debuttato ero famoso , tra i mangaka, per essere quello che faceva i disegni più brutti.
Per quanto riguarda le influenze che posso aver ricevuto, non ne ho ricevuta una sola in particolare, ci sono vari autori che in realtà mi hanno influenzato. Io disegno i cosiddetti gag manga, quindi per quanto riguarda lo stile della gag, delle battute di spirito, sono stato soprattutto influenzato dall’autore americano Tex Avery. Invece per quel che riguarda l’immagine, allora in quel caso ho degli autori giapponesi: Shotaro Ishinomori e Hideo Azuma. E poi come tantissimi altri mangaka del settore, ho avuto anche una grande influenza da parte di Osamu Tezuka.
MY: L’unica cosa che sopportavo era Tex Avery, anche a me piaceva tantissimo. Non avrei mai creduto che ci fosse qualcuno, oltre a me, che è stato influenzato da Tex Avery. Credevo di conoscerlo solo io quell’autore, invece lui è un esperto.

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Thermae Romae è stato candidato al premio Eisner come miglior pubblicazione straniera in America. Sulla copertina si nota la posizione del titolo che censura l’immagine della statua. Questa censura l’ha influenzata nella scelta dei soggetti delle copertine successive?

MY: Non ci ho proprio fatto caso, perché penso che si tratti di un caso di ipocrisia unica quando si fa caso a queste cose. Questo dimostra la scarsità della conoscenza delle arti di quell’epoca. Puritanesimo e basta, non ha senso questa cosa, quindi ho deciso di fare quello che io volevo fare, alla fine. E in effetti alla fine nel quinto volume c’è Adriano tutto nudo e anche nel sesto c’è Lucio Fulvio che cavalca un cavallo. Non ci ho fatto proprio caso, è stata una censura inutile.
MT: Uno non può, come dire, prendere coscienza di tutte queste prese di posizione. Queste sono le loro prese di posizione e sono totalmente affari loro, non c’entrano niente con la persona che l’ha realizzato. Ad esempio in Giappone, ci sono delle correnti di pensiero che dicono che al posto di avere l’apertura del manga da destra, bisognerebbe farlo come alla occidentale da sinistra perché questo potrebbe magari migliorare un determinato tipo di situazione. Però quello che molti mangaka pensano è che fare questo ragionamento sia assolutamente senza senso nel loro paese.
Viceversa noi giapponesi non siamo al corrente di quale sia la miglior versione di lettura per gli americani o gli europei, se sia più facile leggere da sinistra o da destra, quindi ci piacerebbe chiedervi, cosa preferite.

Nell’incontro che si è tenuto con gli editori, abbiamo scoperto che Miki Tori cambia molto spesso il suo stile di disegno, adattandolo al genere dell’opera che realizza. Visto che lavora per molte case editrici, quando decide di disegnare una nuova opera, decide prima la storia e di conseguenza lo stile che vuole usare, oppure decide prima quale stile vuole usare e dopo sviluppa la storia?

MT: È una bellissima domanda. La prima cosa su cui mi concentro è il sapere dove questo manga verrà pubblicato, perché non è detto che questo manga venga pubblicato su una rivista per i manga, potrebbe essere pubblicato su una rivista che non è necessariamente del settore, ad esempio riviste che trattano principalmente romanzi o di altre cose. Innanzitutto la prima cosa a cui penso è dove questo manga verrà proposto.
Ad esempio nel caso in cui si tratti di una rivista di manga, a volte mi vengono commissionate dalle 20 alle 40 pagine, invece se invece si tratta di un altro tipo di rivista, non è detto, potrebbero commissionarmi solo una o due pagine, quindi la commissione sarebbe totalmente diversa. Una volta che vengono definiti i numeri delle pagine, penso già a quale tipo di produzione mi vorrei cimentare. Una volta che viene deciso anche il processo che voglio seguire, in quel momento decido quale può essere lo stile più efficace per fare in modo che il lettore possa comprendere, possa leggere, quel tipo di opera. E quindi penso in quell’esatto momento qual’è il tipo di immagine, il tipo di stile grafico che vorrei utilizzare, per fare in modo che il lettore possa leggere l’opera.
Tuttavia ritengo che i mangaka che hanno questo tipo di processo produttivo in Giappone siano molto pochi. Perché è molto più facile che abbiano semplicemente un loro stile e che poi si affidino sempre a quello stile grafico, anche perché è qualcosa che si collega più facilmente al business, è qualcosa con cui posso creare un tipo di vantaggio a livello commerciale. Ovviamente non sto parlando in termini negativi di tutto questo, anche questo è uno stile che ha una sua importanza.
Ad esempio, nel momento in cui mi viene data la commissione di una sola pagina, decido un determinato stile. Però nel caso in cui mi vengono commissionate 10 pagine o di più, allora in quel caso decido di creare una vera e propria storia, che ovviamente deve avere un suo progetto narrativo. Allora in questo caso uso uno stile più realistico, più deciso, anche per quanto riguarda la parte grafica.

Ultimamente su Twitter molti mangaka pubblicano le foto delle ultime edizioni dei loro manga pubblicate non solo in Giappone, ma anche in Cina, dove la qualità della stampa è migliorata negli ultimi anni. Avete mai prestato attenzione alla qualità della carta, dell’edizione, alle traduzioni dei vostri manga all’estero?

MY: Ovviamente dipende dal paese e dal numero di lingue in cui viene tradotto al mondo. Ad esempio vedo che nell’edizione tailandese si usa una carta con una qualità molto scarsa. È una cosa che dipende dal paese [in cui viene pubblicato]: un paese può produrre dei fumetti di una certa qualità perché ha già un certo interesse commerciale, oppure [in paesi] come la Thailandia, dove è destinato a poche persone, la qualità della carta è molto scarsa, la qualità della stampa non è molto importante. Per me è già molto importante che il mio fumetto venga tradotto in un paese come la Thailandia, una cosa che non avrei mai e poi mai immaginato. In questo modo possono avere l’idea di cosa vuol dire fare il bagno alle terme, di quale sia la storia dell’antica Roma. Quindi trovo molto bello quando vado in certi posti, non solo in paesi come gli Stati Uniti, la Francia o l’Europa, in altri posti dove tentano di pubblicare questo fumetto per scoprire un mondo che non hanno mai conosciuto. Mi fa molto piacere.
MT: Per quel che riguarda le mie opere, soprattutto quelle a nove vignette, c’è un opera che si chiama Intermezzo che qua in Europa è stata pubblicata solo in Francia, però devo dire che non c’è stato il benché minino problema per quel che riguarda la qualità della stampa. E non c’è stato nessun problema per la traduzione perché non ci sono battute. Però proprio per il fatto che non ci sono battute, sono molto curioso, trovo molto interessante il modo in cui gli europei recepiscono questo tipo di umorismo, questo tipo di interesse. E rispetto a quello che m’immaginavo, c’è stato comunque un riscontro molto positivo. Ho visto che c’era molto interesse, e questa è stata una cosa che mi ha molto interessato in prima persona.
Ad esempio, io non ho mai realizzato queste vignette pensando che sarebbero state presentate all’estero, anche perché ci sono molte scene che parlano di usi e costumi giapponesi. Però quando è stato pubblicato in America, non è stata pubblicata l’opera integrale ma una versione ‘digest’, sono stati selezionati alcuni pezzi che potevano essere recepiti meglio dal pubblico americano. E la cosa che mi ha piacevolmente colpito è che sono stati soprattutto scelti i lavori che ritraevano nelle vignette gli usi e costumi giapponesi.

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Il fumetto di Thermae Romae è stato adattato sia in un anime che in un film. Ha partecipato in qualche modo alla stesura della storia? Nel film non è stato inserito il personaggio di Satsuki ma al suo posto è stato usato quello di Aya Ueto che ha fatto da filo conduttore per tutte le storie.

MY: All’inizio ero contenta perché volevo vedere realizzato il mio mondo in una versione realistica. Avevo realizzato il fumetto perché volevo vedere quel mondo. Ma solo dopo ho capito che se tu li lasci lavorare, per fare il tuo lavoro, allora con la produzione diventata poi una tribolazione collaborare con loro. Anche se magari gli dai delle idee, dei suggerimenti che loro possono utilizzare in questo tipo di film, non è che poi entri dentro e puoi dire la tua su quello che vuoi, non hai più di tanto il diritto di partecipare. Il regista, il produttore e poi la casa editrice, che come abbiamo detto ieri, sta in mezzo, hanno tutto il potere. Quindi ho provato un disagio molto forte.
Ero molto contenta di quel film, come ad esempio il casting di Ueto Aya, mi è piaciuta tanto anche perché la produzione ha voluto rispettare la mia presenza, volendo inserire la figura di questa ragazza che disegna un fumetto. Aya Ueto stava praticamente recitando me, ed è stata una cosa molto bella! Però in questo modo non c’era più l’itinerario che avevo pensato per poter portare avanti la storia. Ho pensato lascio stare, non intervengo più di tanto perché fare un film comporta proprio questo, fare un anime vuol dire tutto questo. Gli ho dato l’opportunità di produrre quel lavoro però, il mio mondo in cui vivo è quello a due dimensioni, dove c’è solamente la traccia, è basta. In cui tutto è bello chiaro.

Hanno girato il sequel in Romania, dalla sinossi ho visto che si sono distaccati ulteriormente

MY: Questa volta non sono neanche andata a vedere [le riprese], non sono nemmeno intervenuta sullo script.

I personaggi principali come Lucius, Eonio, Antonio e l’imperatore Adriano sono interpretati da attori giapponesi, mentre il resto dei romani da attori occidentali. Cosa ha pensato di questo casting?

MY: All’inizio avevo preso un po’ di paura perché ho pensato ‘Un romano interpretato da un giapponese, è una cosa proprio assurda’. Purtroppo la cinematografia è una cosa molto commerciale e come un azienda che deve incassare del denaro. Quindi invece di assumere degli attori occidentali sconosciuti per la parte dei romani è stato meglio assumere degli attori giapponesi famosissimi che avrebbero incuriosito chiunque, come Abe e la Ueto, in quel tipo di parte in quella data epoca. Quindi alla fine ho detto, va bé, a questo punto sarebbe brutto se non accettassi questa cosa.

Miki Tori, lei scrive anche saggi. Che tipo di temi affronta in queste sue produzioni?

MT: Ad esempio anche Mari scrive saggi e lei sopratutto si concentra sulle cose quotidiane, che appartengono alla sua vita quotidiana, io invece non scrivo nulla per quel che riguarda la mia vita privata. Ad esempio ho scritto dei saggi su degli eventi che ho tratto dai notiziari, dalle notizie. Insomma, per scrivere i saggi utilizzo le informazioni che mi arrivano da terze parti. In particolare mi concentro sul modo di vedere, il modo di interpretare, il modo di pensare una cosa. Dico: perché non pensiamo che ci sarebbe anche quest’altra lettura, questo altro modo di vedere? Do un’altra lettura a determinati eventi.

Miki Tori, lei ha scritto la sceneggiatura di Patlabor 3. Come è nato questo lavoro?

MT: Masami Yuki è un mio amico di lunga data. E poi c’era Izubuchi Yutaka che ha lavorato come produttore, come designer dei mecha, e anche lui era un mio amico di lunga data. Noi lavoravamo insieme nel periodo in cui loro stavano decidendo se diventare o meno dei professionisti, stavano vedendo se ce l’avrebbero fatta o meno.
Il signor Mizuguchi è diventato un famoso regista d’animazione in Giappone, e quando c’è stato bisogno di scrivere la sceneggiatura di Patlabor 3, mi ha chiesto se ero interessato. Perché sapeva che io non mi limito a disegnare manga a 9 vignette, ma mi interesso anche a saggi e a manga che hanno un altro tipo di contenuto, e sono molto seri.

Ho notato che quelli che sono normalmente i protagonisti, i membri della Seconda Sezione, hanno una parte molto marginale nella storia. È stato deciso così fin dall’inizio o è stata un’idea nata dopo aver parlato con qualcuno della produzione?

MT: Fin dall’inizio non dovevo trattalo come Patlabor 3, ma come se fosse stato un altro episodio, una cosa a parte. Quindi non c’era bisogno di tirar fuori la polizia, e addirittura potevamo fare a meno di tirare fuori anche i Patlabor. Ma mano mano che procedevamo, ci siamo accorti che sarebbe stato meglio proporli, perché altrimenti avremmo rattristato i fan.

Normalmente negli altri film e del manga di Masami Yuki, vediamo i Patlabor combattere contro altri robot. Invece lei ha introdotto un mostro. Per il mostro si è ispirato ai kaiju oppure è nato come chiara evoluzione del genere fantascientifico, e quindi di mostri come Alien?

MT: Anche questa è un’altra domanda bellissima. Innanzitutto queste tre persone di cui ho parlato poco fa, quando erano dei ragazzini guardavano sempre i telefilm dei kaiju. Ovviamente ora conosciamo le tecniche che erano state usate. In realtà usavano delle micro-miniature, nemmeno fatte particolarmente molto bene, che venivano utilizzate per fare tutto quanto. Però a quei tempi, quando noi lo guardavamo in televisione, eravamo assolutamente commossi, toccati, ci piacevano tanto. E ci siamo chiesti se era possibile prendere quel tipo di interesse di una volta e riproporlo in chiave attuale. Però utilizzando questi sistemi di produzione di una volta, un po’ economici, non avremmo potuto dare un vero senso di realtà. E per questo motivo abbiamo deciso di usare come base la science fiction, in modo tale che avesse una base molto dura, molto solida per dargli una forma e creare una realtà che fosse più credibile. Ho studiato anche la scienza.

In Italia è stato pubblicato solamente Thermae Romae, tutti gli altri suoi manga sono inediti. Fra questi, c’è un titolo che le piacerebbe veder tradotto in Italia?

MY: Sto progettando di fare un fumetto sempre basato sulla storia romana, però quello non l’ho ancora realizzato, lo comincerò a fare dal prossimo anno. Però sarei contenta se venisse pubblicato, perché per fare questo manga ho consultato cinque tesi, anche specialistiche, ho studiato così intensamente. Per questo motivo mi piacerebbe che questo libro venga tradotto in italiano. Del resto, ho già un sacco di libri tradotti in altre lingue, ad esempio in Francia… Però non desidero particolarmente che qualcuno legga un mio fumetto, meglio aspettare che la casa editrice dica ‘Adesso tentiamo di lanciare questo titolo’ [quando il mercato è pronto ad accoglierlo].

In futuro le piacerebbe, magari anche con una storia breve, tornare a scrivere Thermae Romae?

MY: Me l’hanno già proposto, e ho anche intenzione di farlo. Ma la casa editrice mi ha spinto a farlo per il prossimo anno. Il libro deve essere pubblicato il prossimo aprile, perché ad aprile dovrebbe uscire il secondo film di Thermae Romae. La commercializzazione mi lascia intendere che per forza dovrei produrre questo nuovo numero. Solo che adesso non posso continuare a lavorare in questo modo, come ho fatto fino a questo volume, spingendo sempre me stessa e offrendomi di andare avanti. Sono un po’ stufa di lavorare così, quindi lo realizzerò col mio ritmo e uscirà quando uscirà. Però ho intenzione di farlo, perché ho visto che non sono riuscita a mettere tutto quello che volevo fare.

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