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Mathieu Amalric parla di Venere in Pelliccia, il nuovo film di Roman Polanski

Mathieu Amalric parla di Venere in Pelliccia, il nuovo film di Roman Polanski

Di Filippo Magnifico

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Mathieu Amalric, visto in Cosmopolis di David Cronoenberg, è tra i protagonisti di Venere in Pelliccia, il nuovo film diretto da Roman Polanski, che ha fatto il suo ingresso nelle sale italiane ieri.

Qui sotto trovate un’intervista, all’interno della quale l’attore e regista francese parla di questa pellicola, che lo vede dividere la scena con Emmanuelle Seigner.

Vi ricordiamo che qui trovate la nostra recensione, mentre qui trovate l’intervista a Roman Polanski.

Lei è attore, regista cinefilo… Lavorare con Roman Polanski era un suo sogno?

Un sogno? Molto di più! È una delle persone che mi hanno fatto venire voglia di fare cinema.

Perché?

Perché potevo sentire la maestria nei suoi film, quel lato istintivo in cui l’inconscio è al lavoro, l’evidenza dell’amore che prova per tutto ciò che riguarda il film, tutti gli aspetti tecnici che comprende. È un vero maestro, dovreste vederlo sul set: è un fantastico attrezzista, un ottimo truccatore, etc. È un attore magnifico nel senso che, per me, recitare è un lavoro manuale. Sentire la sua passione per tutto questo mi ha fatto venire voglia di dedicarmi al cinema…

Si è sorpreso che l’abbia chiamata?

Sì, anche perché tutto è successo molto rapidamente. Stavo pensando ad alcuni miei progetti e la sua proposta mi ha colto di sorpresa. Fortunatamente avevo appena lavorato nel film di Despechin (Jimmy P…) che mi aveva rimesso in moto la memoria, quindi ho imparato il testo abbastanza rapidamente. Voleva iniziare a girare subito e così non abbiamo avuto il tempo per fare le prove, che per lui sono molto importanti (non bisogna dimenticare il suo background teatrale). Talvolta sul set, non giravamo ma lavoravamo sul testo. Dopo averlo imparato avevamo solo bisogno di capire cosa aveva in mente Roman. Non è stato molto difficile. Conosco tutti i suoi film a memoria e quasi non avevamo bisogno di parlare. C’è stata una comprensione immediata tra noi, quasi naturale. Anche perché VENERE comprende parecchie ossessioni “polanskiane”: situazioni claustrofobiche, dominazione – chi domina chi? chi manipola chi? – scambio di abiti, grasso e magro, humour, un certo tipo di erotismo…

È interessante che il film, un adattamento della pièce di David Ives, a sua volta ispirata a Sacher Masoch, sembra echeggiare il lavoro di Polanski…

Tutto, fino ai dettagli dei costumi! Quando ho indossato la giacca di velluto verde mi sembrava di essere in PER FAVORE… NON MORDERMI SUL COLLO – era lo stesso verde! Emmanuelle indossa un abito che viene direttamente da TESS… Ovviamente il finale ricorda THE TENANT… Ci sono molte cose di questo tipo che fanno ricordare il suo lavoro, ma lui non ne ha mai parlato…

Non ha mai parlato con lui della vostra somiglianza, che è notevole?

No, mai! Ma appena ha chiesto alla parrucchiera di darmi quel look, ho capito! L’unica volta che vi ha accennato è stato per caso, stavamo in giro per comprare i costumi, lui era lì e ha detto alla commessa: “Sto cercando una giacca per mio figlio!” Non ha avuto bisogno di dire altro! È così che esprime ciò che pensa, ma anche con la sua gentilezza e il suo calore – perché è una persona cordiale. E senti subito che si sta prendendo cura di te. È molto coinvolgente…

Le faceva piacere questa somiglianza?

Mi sono dovuto sforzare per non pensarci… Nello stesso tempo tante persone me lo ricordavano e questo mi ha aiutato a trovare il senso dell’esperienza che stavo vivendo. Come se ci fosse di mezzo il destino. Mia nonna è nata in Polonia, è un’ebrea polacca.
C’è una frase di Richter, il grande pianista, che mi piace molto perché si adatta perfettamente alla situazione: “Non devi scegliere il tuo pianoforte. È il destino”.

Gli echi del suo lavoro, la vostra somiglianza fisica, tutto sottolinea l’idea dell’incertezza dei confini tra realtà e immaginazione, un’idea presente nel film. Dominazione e sottomissione, attori e personaggi, realtà e fantasia si riflettono l’uno nell’altra…

Assolutamente, ma neppure di questo ha mai parlato. Lui non dirà mai: “Ho voluto dire questo”. Mai! Non vuole realizzare film didattici, sa che la vita è assurda, quindi non cerca di imporre un significato alle cose… Quando l’ho chiamato dopo aver letto la sceneggiatura, l’unica cosa che mi ha detto è stata: “È una bella risata, vero! Ci divertiremo molto!” Roman è una persona molto pratica. È come se avesse un’unica regola: ignorare le dispute intellettuali e confidare nel film. Tutte le analisi, il significato del film, il suo spessore, la psicoanalisi, riguardano gli spettatori, l’importante è non preoccuparsene, succederà, fin quando introdurrà gli elementi giusti nelle riprese. E’ una questione di ritmo, di sceneggiatura, di divertimento. E di lavoro di squadra.

Cosa intende dire?

A differenza di quello che si potrebbe pensare e anche se è diabolicamente preciso ed esigente, Roman è l’opposto di un dittatore sul set. Quello che vuole, quello che si aspetta è il lavoro di squadra, come se ogni membro fosse parte della sua mente. Quindi coglie tutto ciò che gli si offre, non ci sono gerarchie per lui…sono rimasto stupito! Si assicura che tutti gli elementi di una ripresa siano in armonia: i movimenti, i ritmi degli attori, la luce, il sonoro, il set, gli arredi di scena al posto giusto e, se tutto va bene, passiamo alla ripresa seguente. Gli piace la profondità delle riprese, quindi tutto è importante: una piccola luce sullo sfondo, il modo in cui un libro è appoggiato su un tavolo, e il ritmo. Anche dettagli minuscoli: il divano deve essere spinto da un lato, ma questo fa cadere la sedia che sta dietro. E sa che se metti un po’ di cera sotto le zampe della sedie questa scivolerà invece di cadere.
“Trovatemi una candela! Trovatemi una candela!” È così. Ed è la stessa cosa per i movimenti degli attori, dove metti la mano, come afferri un oggetto… Ancora una volta non riesco a trovare una parola diversa da “naturale” per definire il lavoro con lui.

Come definirebbe il regista che interpreta in “VENERE”?

Un tipo estremamente presuntuoso. Tutto quello che Roman detesta! Un tipo che sostiene di essere un regista e dice: “Gli altri registi non hanno capito niente, è meglio che diriga io stesso il mio lavoro”. Ma non ha esperienza, non sa come sono davvero gli attori e tantomeno le attrici. Sopporta una relazione borghese con la moglie, e questo dimostra la sua reticenza ad assumersi rischi.

Lei non interpreta solo il regista, ma anche il personaggio della sua pièce, l’attore che lo interpreterà, l’uomo che è sopraffatto da questa donna… È stato difficile trovare le sottili differenze tra tutti questi livelli?

Con Roman ed Emanuelle, ci siamo presi il tempo per lavorare al testo, lei ed io abbiamo potuto individuare quelle differenze, senza enfatizzarle troppo, quindi non è sembrato “teatro vecchia scuola”… Poi c’erano i costumi, il materiale di scena, le diverse fisicità… Roman non lavora con stile naturalistico. Forse i suoi film sono più vicini al piacere della commedia dell’arte. Ci sono le maschere: maschere che indossi e altre che togli. È organizzato e semplice. Ovviamente lui ti guida, è estremamente attento e all’inizio ha bisogno anche di mostrare la parte.

Le era familiare il mondo di Sacher-Masoch?

Non lo era prima, l’ho scoperto e… è stato sorprendente ! Non conoscevo i testi originali, quindi li ho letti. Ho letto anche le analisi di Deleuze. Alla fine di VENERE IN PELLICCIA, laddove Masoch parla dei rapporti sadomasochisti – se posso definirli così, Masoch non sopporta le etichettature psicoanalitiche che gli sono state appiccicate – è fantastico. Dice che fino a quando uomini e donne non avranno un posto uguale nella società e non avranno retribuzioni uguali, ci saranno sempre rapporti di dominazione e sottomissione, il che è sorprendente, soprattutto in relazione ai tempi…

Pensa che ci sia un rapporto sado-maso tra attori e registi?

No. Non è davvero questo il modo in cui lavora Roman. Forse l’opposto.

Non in particolare per Polanski, ma in generale?

No. Certo, dipende di chi si sta parlando. Non è un’esperienza che ho vissuto. Credo che il rapporto sia piuttosto di una incredibile complicità, una folle complicità…

Quale delle doti di Emmanuelle Seigner l’ha resa particolarmente adatta al personaggio di Vanda, o ai personaggi che interpreta?

La persona che è, quello che fa, quello che è capace di fare… C’è qualcosa di inquietante in lei, l’erotismo che emana e l’intuito nel cogliere le situazioni… È un’attrice nel senso che gioca con questo per il personaggio, in una data situazione, per il suo partner. Siamo in una ripresa chiaramente narrativa, recitiamo, e nello stesso tempo… finisci con l’appassionarti! (ride) È di grande ispirazione recitare con lei. Possiede una tecnica straordinaria, ma c’è qualcosa di profondamente viscerale in lei! Non scopri mai davvero chi è Vanda. Credi che sia in un modo e poi, improvvisamente, lei diventa un’altra persona. Sta fingendo o no? Emmanuelle è molto brava nell’esprimere tutto questo. Lei parlava bene di echi e riflessi: questa attrice, che è la mia partner, è la moglie del regista che la sta riprendendo… È come se osservassi uno scultore o un pittore che esegue il ritratto della moglie. Veder lavorare questa coppia è stato affascinante. Lui organizza ogni cosa, perfino una piega, un tocco di rossetto, ogni movimento della testa… Forse sono stato solo i suoi occhi…

Se potesse conservare solo un’immagine di questa avventura, quale sarebbe?

Quella che mi viene subito in mente è una immagine di Roman. Poiché giravamo su un set che era realistico quanto un vero teatro, lui era spesso in platea e regolarmente saliva sul palco per darci indicazioni, metterci nel posto giusto o per mostrarci come fare. Quello che mi ha colpito è stata la sua straordinaria energia, la sua rapidità, balzava in piedi come una molla… E, ovviamente, lui che viene verso di noi dopo la ripresa, con quella luce negli occhi.

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