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Lucca 2013 – Intervista al fondatore dei Kamui e coreografo dei combattimenti di Kill Bill, Tetsuro Shimaguchi

Di Marlen Vazzoler

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I Kamui sono un gruppo di artisti che praticano l’arte della spada giapponese, sotto la direzione di Tetsuro Shimaguchi, il leader e il fondatore del gruppo. La troupe nasce nel 1998 ma è grazie alla partecipazione di Shimaguchi come coreografo dei combattimenti di Kill Bill vol.1 e come interprete di Miki, dei Crazy 88, che i Kamui ottengono il tanto meritato successo, a livello internazionale.
Durante le loro esibizioni hanno collaborato con numerosi artisti: suonatori di tamburi giapponesi, shamisen (uno strumento a tre corde della famiglia dei liuti, ndr.), e cantanti della musica rock e trance. All’edizione di quest’anno del Lucca Comics and Games, i Kamui si sono esibiti venerdì sera sul palco e sabato sera al teatro di San Romano, assieme alla cantante giapponese, di musica j-pop, Mika Kobayashi.

Shimaguchi, quando hai cominciato a praticare il Kengido?
Da circa il 2001, ho iniziato a lavorare come attore. Da quel momento in poi ho cominciato a ideare il Kengido.

Cosa ti ha spinto a creare questo stile di combattimento con la spada?
Ho fondato i Kamui 15 anni fa. Con i Kamui ho cercato di fondere il lato attoriale con quello delle arti marziali, due cose che in Giappone sono separate e non vengono mescolate. Quando ho fatto questo esperimento, non è stato ben visto dalla popolazione giapponese e non ho avuto molto successo. Nel quinto anno della nostra attività, ho avuto la fortuna di lavorare in Kill Bill, grazie a questa esperienza in brevissimo tempo la nostra popolarità è arrivata alle stelle. Da quel punto è cambiato il nostro modo di fare attività tutti insieme, costruendo un nuovo modo di fare le arti marziali.

Lei e Kawaguchi siete stati i primi membri. Come vi siete conosciuti?
Ci siamo conosciuti perché abbiamo frequentato la stessa università di arte. Kawaguchi era un mio senpai (con questa parola viene indicata uno studente più anziano, in questo caso, ndr.). Io frequentavano la sezione cinema e i membri che sono entrati a far parte dei Kamui hanno tutti frequentato la stessa università, c’era chi frequentava i corsi di disegno, chi di cinema, chi di teatro… Io e Kawaguchi abbiamo deciso di mettere su questa cosa e di raccogliere sia la gente che era interessata e sia chi praticava le arti marziali con la spada giapponese. Abbiamo scelto i più bravi e pian piano abbiamo formato questo circolo che raccoglieva delle persone interessata alla spada giapponese.

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Quali sono i suoi compiti e quelli di Kawaguchi?
Io sono il leader, quello che organizza, mentre Kawaguchi vede il tutto dalla parte attoriale, ovvero nel mettere in pratica le cose, come le coreografie, le dimostrazioni.

Inizialmente i membri dei Kamui appartenevano al circolo universitario, chi è rimasto di quel gruppo? Come sono stati selezionati i nuovi membri?
I membri ai tempi dell’università erano molto simili a quelli che sono poi diventati i Kamui, però in realtà erano degli amatori. Abbiamo poi raggruppato i più bravi e quelli più appassionati, ed abbiamo costruito un po’ quest’immagine. Ma il nome Kamui è nato dopo, quando siamo diventati dei veri professionisti, una volta che ci siamo laureati.
Ovviamente sono cambiati moltissimi membri, che scelgo sempre io. Li scelgo in realtà, e questo è molto comune nelle arti marziali giapponesi, non in base a quanto siano bravi, ma a quanto riesco a trovarmi bene dal punto di vista umano. Uno può essere bravo quanto vuole ma se non c’è un feeling, non c’è un qualcosa, io non lo farò entrare nel mio gruppo. Ci deve essere una certa umanità, un cuore, e anche una certa passione verso la spada giapponese.

Come è nato l’incontro con Quentin Tarantino?
Ci siamo incontrati per caso, a Santa Monica, a Los Angeles, 15 anni fa. Avevo appena costituito il gruppo dei Kamui, eravamo in America e stavamo facendo questo spettacolo. Tarantino è passato per caso con la sua ragazza di quel tempo, e ci ha visti.
E così mi ha chiesto di partecipare al film, ma in qualità di insegnante. Io dovevo insegnare come fare certe cose, essendo maestro di spada giapponese, ad altre persone. Ma dopo il secondo giorno di prova, Tarantino ha detto: ‘No, no, no, tu sei troppo bravo, devi assolutamente fare parte del film’. Ed è così che sono entrato a far parte, in un ruolo maggiore, della produzione del film.

Quindi Tarantino ha scritto appositamente per te un ruolo nel film?
Si, l’ha scritto appositamente. Tutti gli altri giapponesi che erano stati scelti per quei ruoli, erano delle grandi star, ma soltanto io ho avuto una scorciatoia nel casting, venendo scelto a capo della banda dei Crazy 88, una parte di primo piano. Questo modo di fare è un po’ tipico di Quentin Tarantino, in quanto ha fatto entrare nel cast del film anche la moglie di un membro del cast, che viene uccisa in una scena brevissima. Si diverte molto a fare queste cose.

Dopo Kill Bill, hai ricevuto da Hollywood altre richieste per partecipare alla lavorazione di altri film?
Ho ricevuto molte richieste, ma il problema è che ho avuto molta sfortun, non so come altro potrei definirla. L’interprete di Bill (David Carradine), con cui ero diventato molto amico, mi aveva proposto di fare alcuni video insieme ed altre proposte, ma poi è morto in Thailandia. Un altro regista che mi ha proposto un lavoro, non sono più riuscito a contattarlo, non so cosa sia successo. Nel frattempo c’era un attore famoso che continuava a mettermi i bastoni fra le ruote, in qualunque progetto che mi veniva proposto. In più un altro regista con cui dovevo lavorare è morto. Probabilmente non so, c’era qualcosa che non andava, ma se in ogni caso sono qui oggi a parlare con voi, sono molto felice, perché questo vuol dire che ce l’abbiamo fatta lo stesso e siamo usciti da questo pantano.

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Hai lavorato per la tv giapponese, e il cinema americano. Quali sono state le differenze che ti hanno più colpito tra questi due ambienti?
La prima cosa che posso dire, dal cuore, è che è il modo di vivere la vita all’interno di questo ambiente che è diverso. In America ho avuto solo l’esperienza di Kill Bill come film, però ho fatto anche molte altre attività in tutto il resto del continente. La differenza sta nel fatto che in Giappone si può dire che sono molto più pressanti, vanno a vedere molto di più nel dettaglio, in tutto quello che fai, tutto quello che dici, tutto quello che deve essere fatto, sono dettagliati in tutto. Anche nelle cose positive e naturalmente anche in quelle negative. Per cui ci sono stati moltissimi problemi, come nell’esempio di prima, in cui delle persone cercano di mettere i bastoni fra le ruote.
Ad esempio, in Italia ho visto che le persone camminano molto più rilassate, molto più tranquillamente, e anche per quanto riguarda il tempo, si, si cerca di rispettare gli orari, ma non quanto in Giappone. È ovvio che ci sono lati positivi e lati negativi, però, diciamo che l’ambiente giapponese non ti mette nella condizione ideale di rilassarti.
Quando hanno scelto le cinque persone per fare la scena del film di Quentin Tarantino, all’inizio i produttori giapponesi avevano proposto gli Smap (un gruppo di cantanti giapponesi, ndr.), perché sono famosissimi. Quentin Tarantino li ha visti è ha detto ‘E chi cavolo sono? Io non li voglio, voglio te, perché tu sei bravo’. Questo, nel mondo giapponese non esiste, perché quello che vende è buono. Perché ha venduto. Per cui è questo tipo di mondo, ho notato che è più ingiusto rispetto a quello americano, perché non scelgono in base alle tue capacità ma scelgono in base a quanto vendi.
Ad esempio, voi in occidente dividete molto quello che vi piace da quello che non vi piace, al di là del vende o non vende, sapete cosa vi piace e cosa non vi piace. Ai giapponesi, se gli fai vedere una cosa, dicono: ‘Ah questo l’ho già visto, allora deve essere buono’. Perché è qualcosa che è conosciuto, quindi deve essere per forza buono.

Quindi per questo motivo avete impiegato così tanto tempo a diventare famosi. Quando avete ottenuto la fama a livello internazionale, allora siete stati riconosciuti come qualcosa che piace, dai giapponesi.
Si è così, noi adesso siamo più famosi perché avendo guadagnato più popolarità, abbiamo ottenuto altra popolarità per il fatto che eravamo già famosi. In Giappone effettivamente è così, purtroppo non è un ambiente in cui, se vedi qualcuno è bravo, è capace, cerchi di spingerlo in avanti, di farlo uscire fuori.
A questo riguardo, non c’è nessuno che fa questo tipo di attività, il riuscire a portare avanti le persone perché sono brave. Non saremo gli Smap, non saremmo famosissimi, però ho la mia nomea, ma sto cercando, una volta tornati in Giappone, di costruire il mondo che sogno, anche in Giappone. Sto cercando con il potere che ho, che non è molto ma è quello che ho, di costruire un mondo in cui si riesca a far sorgere i talenti che meritano. È una sorta di prova con me stesso, cercherò di fare questa cosa.
Nel mio futuro cercherò di fare delle performance davanti a delle persone che sono felici di vedermi. Non è detto che diventi famoso in Giappone, e non è nemmeno quello a cui aspiro. Questo perché gli artisti giapponesi, anche gli attori, hanno questo problema. Purtroppo non sono paragonabili a quelli di Hollywood, perché si c’è anche il problema della lingua, ma sono di un’altra lega, mi dispiace dirlo ma è così. Quindi non possono competere con l’estero. Gli artisti giapponesi che provano andare all’estero, sono veramente, veramente pochi. Ad esempio io mi propongo come artista della spada giapponese all’estero, anche qui in Italia con voi, e lo faccio perché voglio mettermi in gioco, voglio provare a fare questo. Voglio che voi vi divertiate, che vi piaccia quello che vi propongo. Così come vi propongo anche Kobayashi Mika, per fortuna con il suo lavoro nel mondo degli anime, è riuscita pian piano ad allargarsi, a uscire fuori dal Giappone. Ma tutto quello che viene fuori dal Giappone è piccolo, è un piccolo paese dove si parla questa lingua che non viene parlata nel resto del mondo. Non è giusto perché ci sono tanti artisti che potrebbero farlo, che potrebbero espandersi e uscire fuori dal Giappone.
La cosa di cui io ho più paura è che anche se io diventassi famoso, poi in realtà non avrò più niente da mostrare, questa è la cosa che temo di più, non il fatto di diventare famoso, ma l’avere sempre qualcosa da mostrare, che è il mio potere, quello che mi porta avanti.
C’è un’altra cosa che vorrei dire. Mi sono ricordato una cosa che mi ha detto Quentin Tarantino che per me è molto importante, ‘L’arte del cinema è una cosa che viene dal cuore’. Una cosa di cui sono molto orgoglioso è che adesso i membri dei Kamui non sono tutti professionisti. Anzi, quest’anno ho portato appositamente per il live, delle persone che fanno parte del mio dojo, dei miei allievi, perché sono più bravi delle importanti star del mondo giapponese, e per questo motivo sono orgoglioso di averli portati qui a fare queste attività. E come dice Tarantino, il cinema non è un grande business ma l’avere il cuore. In un grande progetto come era Kill Bill, alla fine mi hanno inserito così, mi hanno infilato in mezzo a tanti altri attori famosissimi, così come i membri dello staff che ha infilato. Ed è così che vorrei lavorare.

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Quindi possiamo dire che la tua collaborazione con la Kobayashi, all’estero, è un modo per promuovere questo talento al di fuori del mercato giapponese?
Sì, certo c’è anche questo, è nelle nostre intenzioni. Ho sempre trovato molto strano che lei non fosse così famosa, perché lavoriamo insieme da diversi anni, prima che diventasse famosa con gli anime. L’ho sempre considerata molto brava e speravo che riuscisse a diventare famosa.

Quindi da quanto avete cominciato a lavorare insieme?
Sono passati dieci anni da quando la seguo, da che sono tornato in Giappone. A quel tempo lei faceva soltanto la vocalist. Dopo un po’ ha iniziato a esibirsi anche con la tastiera. Forse da sei anni circa.
Da lei ho anche ricevuto una grandissima spinta nel proseguire. In tantissime cose noi l’abbiamo aiutata così come lei ha aiutato noi. Anche visivamente, noi non vedevamo molto bene il fare i nostri spettacoli in questo genere di architetture, invece, al contrario si è dimostrata una cosa interessante, il fatto che potessimo fare ad esempio dei live con le nostre spade da samurai, dentro una chiesa. E poi Mika interpreta delle canzoni che fanno parte di un suo mondo, lei ha un mondo molto particolare, una fantasia tutta sua. Però questo contribuisce a creare qualcosa di unico, delle canzoni che vanno a braccetto con le nostre coreografie che magari parlano di tematiche più vicine a noi.

Lavori come coreografo con i Kamui, ma come sta procedendo la tua carriera da attore?
Quando mi trovo in Giappone, accetto qualsiasi offerta di lavoro come attore, lo faccio perché lo devo fare. Per quanto riguarda l’estero, ci vado come Kamui, indi per cui, ho questa visione in cui mi presento solo come maestro di spada e non come attore. E lo faccio più volentieri, perché voglio propormi come giapponese all’estero, voglio vedere se ce la posso fare o meno, se mi daranno un giudizio positivo o negativo.

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