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L’arte della felicità – La recensione del film d’animazione di Alessandro Rak

Di Valentina Torlaschi

l'arte della felicità recensione

[RIPUBBLICHIAMO LA RECENSIONE SCRITTA IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEL FILM ALLA SETTIMANA DELLA CRITICA DELL’ULTIMO FESTIVAL DI VENEZIA]

Un cartone animato per adulti. Un cartone animato che si nutre di realtà. Se nell’immaginario comune l’animazione è l’universo dei bambini e della fantasia, è anche vero che negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno molto interessante in cui il disegno animato è stato utilizzato per raccontare vicende, pensieri, storie per grandi. Per adulti. Gli esempi più noti sono ovviamente Persepolis e Valzer con Bashir ma l’opera più estrema in questo senso è il “documentario d’animazione” – inedito in Italia ma ben conosciuto nel circuito dei festival – The Green Wave in cui si narra la cronaca del movimento rivoluzionario verde in Iran attraversi immagini a disegni.

Ora anche l’Italia ha esplorato questo territorio impervio, poco battuto ma di grande fascino dell’animazione per adulti. L’occasione è stata L’arte della felicità: opera prima del fumettista Alessandro Rak che è stata presentata al Lido come Evento di apertura della sezione collaterale della Settimana della critica. Storia del fortissimo legame tra due fratelli che prenderanno poi strade diverse, questo è un film di sentimenti, musica e domande esistenziali sulla vita, la morte, la felicità. Ma soprattutto è un film – ed è questo l’aspetto più originale, unico della pellicola – che disegna una Napoli livida, piovosa, dove la spazzatura invade le strade e le vite delle persone e dove l’apocalisse incombe dal cielo. Una città-discarica che eppure, beffarda come solo lei sa essere, riesce a mantenere il suo fascino perché come i suoi abitanti dicono sempre – regista compreso – “Napoli è una città dalle mille contraddizioni. Ed è questa è la sua bellezza”.

L’animazione è paradossalmente perfetta per ritrarre questa realtà sfaccettata di Napoli: se le riprese in live-action sarebbero state intrinsecamente più verosimili (ça va sans dire che la cinepresa riproduce la realtà così come la si vede), il disegno di Alessandro Rak è qui più vero. Nel senso che in quei tratti quasi espressionisti il regista ha colto l’anima di una città martoriata, fatta di luce e buio, ma che resiste, ottimista per necessità.

In questo senso l’ambientazione partenopea è la vera protagonista del film. E, purtroppo, finisce per mangiarsi tutto il resto. La storia dei due fratelli protagonisti, del loro legame di sangue e di musica, infatti, è assai meno convincete. La sceneggiatura è a tratti didascalica, un po’ troppo verbosa e con dialoghi filosofeggianti che girano un po’ a vuoto. In sostanza, la cornice è assai più affascinante del contenuto.

In ogni caso, come ha anche detto il critico Enrico Ghezzi che era presente alla proiezione e all’incontro col pubblico e il cast nella sala Darsena all’ultimo Festival di Venezia, “questo è un film che spara alto”. Un film che non ha avuto paura di esplorare sentieri poco battuti, di sperimentare un genere nuovo per il nostro cinema come l’animazione per adulti. Poi sì il film è imperfetto, soprattutto a livello di scrittura e purtroppo non ha osato abbastanza (anche budget e tempistiche ristrette, probabilmente), ma questa è la bellezza delle opere prime. Che devono essere coraggiose col rischio di essere imperfette. E L’arte della felicità è proprio così: coraggioso e imperfetto.

In occasione del Lucca Comics and Games 2013 abbiamo inoltre avuto l’occasione di incontrare il regista: qui la nostra intervista. 

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