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‘Kaguya-hime no monogatari’ dello Studio Ghibli – la recensione del film di Takahata Isao

Di Redazione SW

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ScreenWeek dal Giappone.

Il 2013 dello Studio Ghibli si chiude in bellezza, dopo The Wind Rises di Miyazaki Hayao lo scorso luglio, è ora il turno di Kaguya-hime no monogatari, l’ultimo lungometraggio animato diretto da Takahata Isao ed uscito nelle sale giapponesi venerdì scorso. Il film si conferma infatti un’opera originale e spiazzante, allo stesso tempo legata alle tradizioni giapponesi ma capace di parlare al cuore di un pubblico universale e dove la firma del maestro giapponese si vede benissimo. Un lavoro uscito ben 14 anni dopo il suo ultimo lavoro e dopo una gestazione lunghissima, quasi otto anni, l’idea fu maturata da Takahata infatti intorno al 2005 con gli storyboard completati nel 2010 e i primi lavori di animazione cominciati a fine 2011.

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Molto calata all’interno della tradizione folklorica che rappresenta e da cui trae origine, l’antico racconto popolare del decimo secolo Taketori monogatari, il film di contro, per il tipo di animazione scelto, è quasi una rivoluzione perlo Studio Ghibli. Il tratto semplice e volutamente tratteggiato come si trattasse di un dipinto ad acquerello ci getta all’interno delle atmosfere del mondo creato da Takahata fin dalle primissime scene, in cui il vecchio trova la principessa all’interno di un germoglio di bambù improvvisamente illuminato al suo interno. Per chi segue l’animazione giapponese, le atmosfere del film ed anche il ritmo della storia, scandito dalla voce narrante femminile, ricordano molto da vicino quelle delle brevi animazioni spesso trasmesse in televisione del mukashi banashi monogatari, le vecchie storie tratte da leggende popolari giapponesi e non.
Ciò che eleva il lungometraggio al di sopra degli altri film che si sono confrontati con una storia tanto antica quanto conosciuta in Giappone, che si studia in tutte le scuole, è il tocco e la sensibilità con cui Takahata riesce a descriverci il processo di crescita della bambina ed il suo rapporto coi genitori e con il mondo circostante. Alcune scene quando la bambina, che gli amici chiamano Takenoko (germoglio di bambù) ed il padre principessa, è ancora un piccolo neonato e cerca di alzarsi e compiere i primi passi sono dei veri e propri capolavori di divertimento e di dolcezza. O ancora, complice anche il tratto del disegno, la sensibilità con cui Takahata tratteggia l’amicizia della ragazza con gli altri bambini e il doloroso passaggio alla città, dove proverà a divenare una principessa per volere del vecchio padre che farà di tutto, anche contro la sua volontà, per farla educare come una vera nobile e farle dimenticare il periodo passato a giocare selvaggiamente con gli altri amici di capagna. É questo forse il peccato a cui allude il film nel trailer e nella presentazione, attraverso una frase che recita “delitto e castigo di una principessa”, l’oblio verso l’infanzia, la spensieratezza crudele con cui giocava immersa in un ritmo ed un mondo ancora fatato, oblio che riveste anche un’altra importante funzione e che verrà rivelato solo nel finale.

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Le scene che si ricordano sono tante, per spregiudicatezza sperimentale (Takahata ha 78 anni!) è interessante ricordarne almeno due, quella, che si vede anche nel trailer ufficiale del film, in cui la principessa scappa dalla casa di città, dsal suo essere una principessa triste per uscire e correre, correre e correre, il viso si trasforma quasi in quello di un demone con gli abiti principesci colorati di un vivido pastello che svolazzano in cielo a formare quasi una chiazza di colori indistinta. Una scena di odio, quindi a cui si contrappone quella in cui di nascosto la stessa Kaguya-hime assieme alla sua fedele servitrice ed a sua madre, le donne come mondo contrapposto a quello drgli uomini più cinico e pratico, si recano ad ammirare i ciliegi in fiore, qui la principessa per un istante felicissima comincia a volteggiarte su di sè ed ancora lo schermo si trasforma in una girandola di colori, questa volta per esprimere la gioia. Sentimenti che spesso sono espressi attraverso la bella musica composta da Hisaishi Joe, per la prima volta collaboratore in un film di Takahata, i suoni e la musica sono una parte importantissima del lungometraggio e anche della storia in sè, la principessa suona il koto, strumento tradizionale giapponese, nei momenti di riflessione e quando si sente triste per il suo destino e guarda alla luna, fulcro visivo e narrativo di tutta la storia.

Come già detto, Kaguya-hime no monogatari è un lavoro molto legato e totalmente immerso nelle ambientazioni e tradizioni giapponesi e non potrebbe essere altrimenti vista l’origine narrativa da cui deriva, il fatto interessante è che lo è anche a livello stilistico e visivo. Se abbiamo già detto come il disegno e le immagini siano quasi dei quadri a sè stanti, quasi un ritorno allo spirito degli emakimono, citati per altro durante il film, anche il ritmo del lungometraggio e la sua poetica sono intrisi di una lentezza e di un’attenzione verso le piccole cose che sono diventati attraverso il processo storico parte della sensibilità giapponese. La bellezza del film sta nel fatto che nonostante queste caratteristiche, o forse proprio grazie alle quali, Takahata riporta alla nostra attenzione dei temi universali e dei nodi irrisolvibili del genere umano quali il passare del tempo e l’abitare la terra dell’uomo in rapporto al ciclo delle stagioni, gli abitanti del villaggio dove la principessa/Takenoko passa i primi anni della sua vita si spostano in un’altra zona per poi ritornare dopo dieci anni quando la vegetazione è ricresciuta. Ma è il rapporto fra genitori e figli, l’inevitabile distacco di quest’ultimi dal nucleo familiare originario ed il diventare adulto del bambino i temi che più informano l’animazione e che riescono a toccare gli spettatori di ogni latitudine. Come ogni grande artista che si rispetti, Takahata non offre facili soluzioni, pur nell’apparente linearità narrativa Kaguya-hime no monogatari è un’opera fine, delicata e complessa, non per tutti i palati immaginiamo, anche a causa della durata di 136 minuti. Dovesse essere l’ultimo lavoro del maestro sarebbe davvero un peccato ma allo stesso tempo un congedo degno di un artista troppo spesso snobbato fuori dai confini giapponesi anche dai circuiti festivalieri internazionali.

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